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I miei nonni, i miei genitori ed io: l’albero genealogico di Frida Kahlo | Elena Londero

Il modo di dipingere di Frida Kahlo è espressionista e figurativo, sempre autobiografico e molto narrativo. Nei suoi dipinti ci si perde in un labirinto di scenari e storie che si sovrappongono e si arricchiscono fra loro. Lo sguardo passa da un soggetto all’altro, scivolando in continuazione fra i dettagli.

In questo suo albero genealogico, dipinto nel 1936 ed intitolato “I miei nonni, i miei genitori e io” Frida si dipinge bambina. Ha circa due o tre anni, si ritrae nuda e ritta in piedi all’interno della sua casa azzurra di Coyoacan, la casa di tutta una vita, la stessa in cui era nata il 6 luglio del 1907 e nella quale morirà il 13 luglio del 1954. Frida bambina tiene stretto in mano un lungo nastro rosso cremisi, che è contemporaneamente linea di sangue, cordone ombelicale e filo di unione fra le tre generazioni rappresentate.

 

 

Al centro del quadro vi sono i due genitori, ritratti rispettando la postura e l’espressione che hanno nella foto del loro matrimonio. La madre, a differenza del padre, ha lo sguardo diretto all’osservatore ed è in una posizione più alta rispetto allo sposo, su cui tiene anche, in un gesto quasi materno e protettivo, un braccio posato sulle spalle. Vestita con il suo candido abito da sposa, dalle maniche a sbuffo e l’alto colletto, porta già in grembo la stessa Frida. Abbiamo, quindi, rappresentato un secondo cordone ombelicale, a rimarcarne ulteriormente l’importanza simbolica.

 

 

Nella parte alta del dipinto sono ritratte le due coppie di nonni. A destra quelli paterni, Jakob Heinrich Kahlo e Henriette Kaufmann Kahlo, i nonni europei, tedeschi. Il mare sottostante alla coppia è quello attraversato dal padre di Frida per raggiungere il Messico. Carl Wilhelm (Guillermo) Kahlo, era, infatti, emigrato in Sud America per amore, contro il volere familiare, a diciannove anni. Aveva sposato la madre di Frida solo in seconde nozze, dopo essere rimasto vedovo della prima moglie. I nonni materni, invece, sono l’indiano Antonio Calderon e la gachupina Isabel Gonzales Y Gonzales. Sotto di loro, invece del mare che separa il Sud America dall’Europa, Frida inserisce il brullo e arido paesaggio messicano, con i suoi crepacci e burroni. È un albero genealogico vario, con ascendenze fra loro lontane e culturalmente molto differenti e di cui lei in qualche modo, con quel nastro rosso cremisi, tira le fila, compattando e unendo – in una sintesi perfetta – tutti loro. In questo dipinto Frida tiene, infatti, letteralmente in mano il suo clan, ne diventa il frutto e la sintesi. Il suo stellium in Cancro (Nettuno, Sole e Giove) ben descrive storie familiari di emigrazione, cui si reagisce radicandosi. La casa e la terra diventano allora solide certezze, come conferma anche la sua alta Luna Toro.

Spesso i membri di un clan che hanno forti valori cancerini si assumono il compito di diventare i guardiani del passato familiare, di cui diventano la memoria o i testimoni attraverso la raccolta delle foto di famiglia, la stesura di un albero genealogico o, come in questo caso, attraverso un dipinto che lo raffigura.

Per Frida questo attaccamento al proprio passato familiare avviene soprattutto per via matrilineare, attraverso la figura della nonna materna, indigena. Lo stretto legame con la terra materna è così forte e le dà talmente tanta identità da farle affermare, in alcune interviste, di essere addirittura nata nel 1910, invece che nel 1907, per potersi sentire idealmente ancor più figlia della rivoluzione messicana e del Messico moderno, sorto proprio in quell’anno. Il Cancro, inoltre, in astrogenealogia, è un segno che sana gli abbandoni, anche attraverso il sacrificio personale, riparando attraverso se stessi gli antichi dolori familiari. E la vita di Frida è stata interamente una vita di sacrificio, di dolore fisico e di rinunce. La maternità è una di queste, forse la più amara e difficile da accettare.

Il tema della fecondazione, molto sentito dalla pittrice, è centrale anche in questo dipinto. Il senso delle generazioni che si susseguono nel corso del tempo, garantendo la continuità e la sopravvivenza al sistema familiare, è rimarcata dalla figura dello spermatozoo ritratto sulla sinistra del quadro, colto nell’attimo esatto in cui riesce, con vigore, a penetrare nell’ovulo. Accanto è  dipinto anche un cactus, tipica pianta dell’altopiano messicano, con un bel fiore rosso, sensualmente aperto a coppa e ritratto nell’atto di accogliere il polline fecondante. Impossibilitata a generare fisicamente, Frida attiva una riproduzione di sè di altro tipo, posta su un altro piano, immaginario e artistico, estremamente fertile.

Frida dipinge il proprio albero genealogico nel 1936. Sette anni prima, nel 1929, appena ventiduenne, aveva sposato il pittore Diego Rivera, uomo intenso, carismatico, famoso ed infedele. Diego la tradì innumerevoli volte, persino con la sorella Cristina (Venere, che governa a terza casa, è congiunta a Plutone in Gemelli) portandola a chiedere il divorzio, anche se solo un anno dopo i due, passata la tempesta, si risposarono. Di lui ebbe a dire, “Nella vita ho avuto due incidenti: il primo sul bus, il secondo quando sposai Diego. E dei due, quest’utimo fu sicuramente il peggiore”.

Il 1929, è anche l’anno del suo primo sofferto aborto, cui ne seguirono altri due negli anni successivi (Saturno di transito in quinta). Sono figli mai nati, ma mai dimenticati, lutti elaborati attraverso la pittura, nella quale i piccoli feti sono rappresentati innumerevoli volte, spesso ritratti ancora con il cordone ombelicale intatto, a indicarne il forte legame con se stessa e il proprio ventre. Urano e Marte, nel tema radix, sono collocati proprio in quinta casa, mentre la Luna è in aspetto, seppur di sestile, a Saturno in ottava e, contemporaneamente, in parallelo a Plutone. Tutti e tre gli aborti sono stati causati, indirettamente, dai danni fisici riportati nel terribile incidente subito il 17 settembre del 1925, quando l’autobus su cui viaggiava la giovane Frida – all’epoca appena diciottenne – si era scontrato con un tram. Nell’impatto Frida era stata trafitta dalla sbarra in ferro del corrimano, che le aveva causato lesioni interne gravi e devastanti. Ne era stato duramente colpito e straziato anche l’apparato genitale e riproduttivo, mentre il bacino e la colonna vertebrale avevano subito fratture plurime.

 

L’incidente fu un vero e proprio spartiacque, un prima e un dopo netto e definitivo della sua esistenza. Per tutto il resto della sua vita, infatti, Frida, dovrà convivere con il dolore fisico, gli innumerevoli interventi chirurgici e i lunghi periodi di forzata immobilità. Solo nel 1950, per esempio, subirà sette diversi interventi alla colonna vertebrale e nove mesi di ricovero ospedaliero. Una gamba le verrà, invece, amputata pochi anni prima della morte. Non a caso, molte delle sue opere sono state dipinte mentre lei è stesa nel letto a baldacchino che le era stato costruito appositamente quando era ragazza, subito dopo l’incidente. Uno specchio sul soffitto le permetteva di vedersi riflessa e di ritrarsi, questo spiega anche l’alto numero di autoritratti che Frida dipinse sempre nel corso della sua vita.

Il suo tema natale è quasi impietoso nel sintetizzare tutti questi eventi, basti solo pensare alla dura opposizione tra la congiunzione Nettuno, Sole e Giove in Cancro, in undicesima casa, e quella tra Marte e Urano in Capricorno, in quinta, a simboleggiare quella violenza improvvisa e spietata contro cui non vi è alcun riparo. Marte, in esaltazione nel segno, ovviamente offre anche tempra, forza di carattere e tenacia su cui poter contare nei momenti più cupi e difficili. Urano ed il Sole sono poi fra loro in controparallelo, a rimarcarne e potenziarne il confronto. Esprimono una mentalità aperta, una personalità indipendente e anticonformista, con una libertà intellettuale ed interiore che, unita alla congiunzione del Sole a Nettuno, crea l’artista. L’atto creativo, che non può essere procreativo, diventa quindi espressione e trasmissione di sè, attraverso il colore e la pittura. Le storie Frida le trae dal suo retaggio familiare, dal suo corpo e dalla sua esperienza di vita. Come ebbe lei stessa a dire, durante un’intervista, «Pensavano che anch’io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni». Nettuno, infatti, pur rimanendo fortemente immaginativo e visivo, è costretto a ridimensionarsi nel confronto con i duri valori capricorniani che gli si oppongono. La stretta congiunzione Sole/Nettuno in Cancro le dona, quindi, la capacità di calarsi in profondità dentro se stessa, abolendo i propri limiti fisici. Al contempo, descrive anche con esattezza la figura paterna, a lei molto vicina. Il padre era un fotografo, amava l’arte, era un uomo affettuoso e intelligente, ma era anche un uomo da sempre gravemente malato di epilessia, estremamente  nettuniano come genitore. La congiunzione di Nettuno al Sole racconta, infine, anche delle dipendenze della pittrice, che si intensificarono nella seconda parte della sua vita. Fumo, alcool e farmaci le concedevano di evadere e di anestetizzarsi dal dolore del corpo e dell’anima, anche se probabilmente ne minarono ulteriormente la salute.

Come sempre accade in astrologia, il simbolo è complesso e si esprime su più piani, contemporaneamente.

 

 

L’ascendente in Leone, dona a Frida forza e orgoglio, oltre alla celebre regalità, rendendola capace di diventare una donna bella e sensuale, con un’immagine unica nonostante le forti invalidità fisiche (l’ascendente leonino si oppone a Chirone e quadra la Luna). Gli abiti sempre colorati e le folte sopracciglia diventano segno di distinzione, così come la folta chioma di capelli, sempre curata e ben agghindata. Questa femminilità è anche vissuta nell’esperienza reale, attraverso numerose relazioni con vari amanti. La bella Venere d’Aria congiunta a Plutone la rende sessualmente libera e curiosa, ci parla della sua attrazione per uomini intelligenti e chiacchieroni (Gemelli), ma intensi e carismatici (Plutone). Era una donna disinvolta, che da ragazza amava anche giocare con l’ambiguità del travestitismo. Nel corso della sua vita ebbe anche alcune intense relazioni con alcune donne, tra cui quella con la fotografa Tina Modotti, l’ambasciatrice di Mosca Aleksandra Kollontaj e la rivoluzionaria Teresa Proenza. Anch’esse, come gli uomini cui Frida si legava, erano sempre persone intelligenti, forti e audaci.

La quadratura di Saturno a Venere ne definisce al contempo, però, tutti i pesanti limiti relazionali, l’amarezza dei tradimenti subiti e il senso di una profonda solitudine che, alla fine, si rivela irrisolvibile.

Frida muore il 13 luglio del 1954, a soli quarantotto anni. È un martedì e Plutone è congiunto al grado al suo ascendente. Anche Venere, è appena passata all’ascendente, lo ha fatto proprio nei giorni precedenti. Questa coppia astrologica, così attiva nel tema radix, si tramuta ora in atto liberatorio, cui concorre anche un bel Giove di transito in congiunzione al Sole, quasi a esaudire le ultime parole che la pittrice scrisse nel suo diario: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

Bibliografia
Paola Cecchetti, Carmen Tagliaferri, Genealogia del corpo e corpo genealogico, International
Journal of Psychoanalysis and Education, 2011, vol. III.
Hayden Herrera, Frida. Una biografia di Frida Kahlo, edizioni Neri Pozzi, 2016.
Il diario di Frida Kahlo. Un autoritratto intimo, a cura di Sarah Lowe, edizioni Electa, 2014.