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ASTROLOGIAPsicologia del profondo

Medusa: “Ma non è una dea carina!”

Al ballo in maschera per la “23° Goddess Conference il mio costume da Medusa ha ricevuto molte reazioni.

Una su tutte mi ha molto colpito: “Ma Medusa non è una dea molto carina!”.
La parola per carina era “nice”.

Credo che questa frase offra la possibilità di mettere il dito su uno dei più persistenti stereotipi sul sacro femminino. La “Dea” che deve essere per forza “carina” è precisamente la Medusa decapitata.

E questo mi ha fatto nascere una riflessione … Il sacro femminino come solo dolce, vulnerabile e accogliente, fertile e nutriente che in realtà è un sacro femminino mutilato. Decapitato.

Ma la sua potenza pre-patriarcale era nel suo rappresentare inscindibilmente la trasformazione e tutte le fasi del ciclo dell’esistenza. Compreso il rifiuto, la decadenza, la morte, la sterilità, la sfida (rimasta in molte fiabe, ma negativizzata nella figura della strega).

Ma c’è di più. Lontano dagli ottecenteschi ideali di donna “eterea”, che ha l’utilitaristico compito di elevare l’uomo, messaggio ancora in voga nei meme che parlano del fantomatico “compito della donna” di “insegnare all’uomo ad amare”, la Grande Madre è anche terrigna, passionale, animalesca, radicata, potente… e di una potenza che coincide con tutta l’esistenza di questo mondo, ma che trascende nel perpetuare il miracolo dell’intera creazione. Vita e Morte contenuti in un unico simbolo. Concetti diversissimi dalla narrazione patriarcale che ancora oggi molti continuano a confermare.

La paura di Medusa è ancora viva. Nei cerchi c’è chi si ostina a dipingere quel femminile solo come accogliente, perpetuando una visione parziale e stereotipata e facendo così violenza alla complessità e completezza della nostra (di tutti/e!) natura. Ed è una paura così presente che crea indignazione nel momento in cui si propone un immagine della “Dea” non solo glitter e arcobaleno. Non carina. Magari terrifica.

La paura dei lati meno domabili, della nostra natura selvaggia, è cosi reale che la donna solare, la serpentessa, nel suo sano archetipo di regina che sa sostare nei suoi sì e no autentici è spesso trattata con aggressività negli stessi cerchi in cui appare. Un’aggressività che parla del persistere di una ferita antica: quella della decapitazione di Medusa e di cosa, da allora, ha dovuto diventare il “femminile” per essere accettato (perché quel gesto rappresenta anche l’ormai avvenuta scissione tra femminile e maschile, prima tutt’uno nella Madre Primordiale).

Ma di riflesso anche il “maschile” ne è uscito mutilato.

Il maschile sano non è Perseo decapitatore.

Il maschile sano non necessita di decapitare perché è, lo ripeto ancora, parte della stessa natura della Matrix originaria. Decapita chi, portando le lenti di un potere distorto, non ha saputo capire e ha letto separazione laddove c’era unità. Perché portatore di pensiero di separazione.

Medusa deve tornare a essere narrata per intero.
La Dea deve tornare a essere rappresentata in tutti i suoi aspetti.
E come lei, anche tutte le altre.

E oltre a narrare, occorre integrare con l’esperienza. Perché la comprensione di Lei va ben oltre le parole e la mente.

“Ehi, ragazza! Attenzione a non leggere con superficialità miti antichi”.

Poco dopo aver pubblicato su Facebook la prima parte di questo articolo, è nata una bella discussione fin quando, nei commenti, è apparso un consiglio più che un parere.

“Occhio a non leggere con superficialità i miti antichi!”

Già!

Ottimo monito.
Lo conosco molto bene, peccato però che nella mia vita mi sia stato rivolto sempre per screditare quanto avevo da dire più che intavolare una vera e proficua discussione.

Permettetemi un preambolo.

Ho una laurea umanistica con lode in un settore psicopedagogico con una tesi sul potere di creare “realtà” attraverso la narrazione (tesi affatto bella, lo ammetto, osservandola con i miei occhi di oggi, ma quantomeno mi diede occasione di leggere molte fonti).

Per dire: conosco discretamente bene l’esistenza di moltissime interpretazioni in chiave psicologica delle figure mitologiche. Partii da questo anche io.

Ma da quel momento in poi la mia strada è stata ancora lunga per arrivare dove sono ora. E piena di crisi.

Ieri il mio post di Medusa ha sollevato immancabilmente l’argomento.

Ho cancellato il commento per sbaglio nel tentativo di bloccare una conversazione già partita male e quindi, per me, senza utilità.

Ma si diceva, sostanzialmente, quanto indicato nell’incipit del post, seppur in modo più … colorito.

Già, perché in questi casi ci sono delle premesse date per scontato da chi contesta che non possono portare a nulla di buono:

  • che io non sia a conoscenza di queste interpretazioni psico-analitiche;
  • che i miti abbiano solo quel livello di lettura lì, “l’unico vero profondo”® oltre il quale tutto è superficie;
  • che quella tesi è già data per unica vera e possibile e quindi indiscutibile;e la più bella di tutte:
  • che non ci sia alcun riferimento al maschile e al femminile (questa cosa la sento ripetere come un mantra).

La conosco, grazie.
Ma non sono assolutamente d’accordo.

Ed ecco quindi le mie, di premesse (cerco di dirlo semplice):

  1. Ogni storia, ogni mito, ogni racconto anche moderno tocca sempre molti livelli. Non esiste “quello è il suo vero significato e il resto è superficie”.
  2. L’attività umana del “dare significati” è illimitata. Ergo, qualsiasi cosa può essere letta in qualsiasi modo, ma qualsiasi proprio. Perché il simbolo richiama significato.
    Ma il significato cambia: una croce vista nell’età della pietra evocava il sole, la stessa croce vista oggi richiama probabilmente tutto il corpus di significato cristiano.
  3. Quindi, anche il contestualizzare è d’obbligo.
  4. I miti sono significativi per la cultura che li ha prodotti.

Torniamo al tema “immagini che abbiamo adottato per descrivere la psiche”. E pensiamo in contemporanea che non esiste solo la cultura e il sistema di significati occidentale.

Non c’è nulla di neutro.

Ad esempio.

Se una ricercatrice importante in ambito junghiano come Antonella Adorisio sta con passione mettendo in discussione l’associazione solare/maschile come forza psichica spiegando, ad esempio, perché ci fu ad un certo punto della storia l’abbinamento tra solare e maschile (elencando le conseguenze concrete che deriverebbero nel riprendere una dimensione del solare anche femminile e del lunare anche maschile) … eh! Capiamo che c’è tutto un settore di ricerca spesso ignorato da chi sposa queste critiche.

Esattamente il settore di ricerca che interessa me.

Per comprendere il ragionamento che propongo, in caso non si sappia nulla di questi temi, occorre avere chiaro:

  1. il concetto di intelligenza analogica e cosa ha comportato il passaggio al primato della logica, e della sola astrazione mentale;
  2. lo studio di una simbologia più antica di quella ellenica;
  3. che siamo esseri culturali: tanto di ciò che crediamo neutro e naturale è in realtà creazione di questo nostro preciso mondo;
  4. che esistono culture dove questi significati non stanno in piedi. Se studiassimo aspetti psichici, ma anche biologici, delle persone appartenenti a queste culture credo ne vedremmo delle belle. Non vedo l’ora si decida di farlo;
  5. che, quindi, il cervello è plastico, al punto da spingere uno scienziato come Robert Sapolsky a dire nero su bianco che non è possibile tirare una linea netta tra la fine della biologia e l’inizio della cultura. Sono intrinsecamente legate;
  6. che è un po’ che si studia l’effetto delle narrazioni sui comportamenti e ruoli di genere (e no, una volta per tutte… non sono “studi di quelle femministe brutte e cattive che hanno l’obiettivo di soggiogare l’uomo”).

E soprattutto: il credere che “siano solo simboli o energie senza reali effetti su chi incarna un genere o l’altro” è spesso (ma non sempre eh, viene detto anche in buona fede da gente che fa cerchi) una roccaforte dietro cui si trincera chi indossa lenti ostili nei confronti di quegli studi malauguratamente definiti “femminili”. Malauguratamente perché riguardano tutti, e non sono solo “roba da donne”.

Una cosa su cui sono tornata più e più volte, e sulla quale ancora tornerò, è che ogni diavolo di narrazione ha effetti su tutti i livelli senza bisogno di scindere tra “profondi” e “superficiali”.

Le prove sono sotto il naso di tutti: I ruoli attribuiti a donne e uomini dipendono dal come la cultura, di cui sono parte, descrive le qualità delle energie maschili e femminili? 
A domanda, risposta.

È qui da noi, e in altre parti del mondo dove il femminile è stato narrato come “passivo”, solo “yin”, “interiore” che le donne hanno avuto ruoli domestici (all’interno) e ne venivano esaltate le caratteristiche di mitezza,ecc. E laddove il maschile era o è narrato come yang, solare, attivo, il ruolo corrisponde anche alle mansioni dell’uomo: creare cultura, azione nel mondo, manifestazione e ne sono esaltate le caratteristiche corrispondenti.

È storia, gente.

Altrove non è così. E a diverse narrazioni di “spiriti o energie femminili” corrisponde un diverso ruolo della donna e idem per l’uomo.

Per cui: negare che Medusa e il suo mito abbiano anche un significato relativo ad un cambio di paradigma rispetto a maschile e femminile è mettersi dei grossi paraocchi.
È credere che “Siccome sono studi di donne, allora non valgono nulla”, perché siamo ancora incastrati qui. Quelli autorevoli, di studi, dicono solo che sono forze psichiche.

Come se ci fossero i compartimenti stagni.

Significa anche ignorare il perché l’attività dei bardi, dei cantastorie, del narrare in generale, fosse percepita come magica.

L’attribuzione dell’aspetto femminile al meccanismo distruttivo della psiche -fatto in questo modo fortemente dualista, e che richiede un intervento eroico attribuito al maschile- non è neutro o casuale. Attiene a un particolare tipo di pensiero. Ad una particolare descrizione della realtà.

Ed è mio preciso intento problematizzare questa credenza.

Non è neutrale nemmeno la descrizione di “eroismo”. Non è neutrale l’azione compiuta dinanzi a questo “demone”, virgolette d’obbligo. Tagliarle la testa. È una precisa scelta politica e narrativa.

Non è neutra l’uccisione del drago.

Non è “l’unica azione che occorre fare”, come sosteneva l’amico commentatore.
Sono simboli, sì, ma di una cultura precisa. Di un pensiero preciso. Di una narrazione determinata.

Tsultrim Allione, questa sconosciuta.

E poi, finito?
No.

E poi tutto il resto.

Medusa non rappresenterebbe altro che questa benedetta psiche distruttiva? A-han.

Per esempio:

  1. Il punto di vista da cui si compie l’analisi, l’abbiamo considerata?
    “Livelli superficiali e profondi”? No.
    Stratificazioni e angolazioni.
    Da che punto di vista analizziamo il mito? Antropologico? Psichico? Simbolico? Storico? 

    Perché se io parlo, facciamo finta, di “Aspetto antropologico” e mi si risponde “No, sciocchina! Aspetto psicologico” è come dire che “Per la pasta alla carbonara serve l’uovo” la risposta debba essere “No, non capisci nulla, la marca di pasta più buona è la Trogodilla”.

  2. L’evoluzione storica della stessa: la tesi che possa derivare da una dea libica pre-greca, l’aspetto apotropaico, l’esser stata collocata sulle soglie come la successiva Sheela na Gig. E non carina neanche lei, a dire il vero… Il simbolismo della soglia è potente e antico ed è il punto di contatto tra vita e morte, quindi anche con lo spaventoso ignoto e, simbolicamente, affrontare l’ignoto, guardarlo, significa guardare la propria morte (Toh, coincidenza!) fino al diventare persino “dea bellissima”. Tutto questo come lo vediamo?
  3. L’essere originariamente parte di una triade, le Gorgoni al plurale (Medusa, Steno ed Euriale): c’è chi ne ipotizza la rappresentazione rispettivamente di saggezza, forza e universalità. Pensiamo alle varie triadi di dee imperanti in tutte le mitologie del mondo. Tre sorelle originariamente inscindibili. C’è un mare di letteratura sull’argomento, ma mi raccomando, non mettiamo in discussione il dogma secondo il quale Medusa può solo essere l’aspetto distruttivo della psiche. Ah, c’è qualche fonte che la descrive come “velata in rappresentanza del futuro inconoscibile” – iconografia che non pare aver preso piede, ma coerente con il simbolo della soglia;
  4. la Luna fu chiamata dai mistici pre-ellenici “la testa della Gorgone“. Ho detto tutto.
  5. Simboli noti: il serpente. Il serpente giusto per noi oggi è simbolo di male e peccato. Ma è uno dei maggiori simboli di trasformazione e rinnovamento. Questa c’ha una testa completamente piena. Che facciamo, la vediamo solo come “mostro da far fuori”?

Si spalanca un mondo quando ci si addentra in una ricerca più ampia, quando si considera quanto altre comunità umane guardino il mondo con occhi diversi dai nostri, quando si vede che non ci sono solamente approcci eroici di questo tipo, quando si prende in mano un corpus di narrazioni e ne si segue l’evoluzione nel tempo.

In una parola, quando si hanno ovaie e palle di guardare fuori dal proprio orticello.

Ma tranquillo amico, sono io che sono ingenua. Sono qui che romanticizzo il mito della “donna selvaggia”, ignorando tutto il resto. O sono solo troppo “femminista” per andare in profondità.

E soprattutto, amico, tranquillo che nel tentativo di ridicolizzarmi sicuramente a me viene da “imparare da te”.

In questo caso non ho reagito educatamente. Ma mi scuserete: se si parte dando per scontato che io sia una ragazzina sprovveduta non ci sono i presupposti per nessuno scambio.

Si può discutere delle idee, l’essere d’accordo o meno, se però si ha anche il vago sospetto che queste idee esistano.

Cosa che qui non era.

“Hai sbagliato, punto, la tua è una RIDICOLA (si, c’era questa parola) lettura superficiale, bla bla, non è la DONNA SELVAGGIA” non è la base di un dibattito. È isteria.

Non si offenda la mia intelligenza.

*** Laura Ghianda ***

Pagina Facebook di Laura: “Dea oltre il dualismo”


 

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Eros e Logos: energia senza genere

Ci ho messo parecchio a decidermi a scrivere su questo argomento e ad espormi pubblicamente perché c’era qualcosa, in ciò che leggevo o ascoltavo da grandi autori e specialisti della mente, che mi lasciava perplessa; inizialmente ho pensato che il problema fosse mio nella comprensione di qualcosa che evidentemente non afferravo. E invece… non è proprio così.

Partiamo da qui.

La questione dei generi

Parliamo di “genere”, di “maschio” e “femmina”, e di quanto siamo abituati a leggere questi due termini come derivanti da fattori biologici e sociali.
Fin qui niente da eccepire.
Facciamo un passo ulteriore. Ormai si sente parlare di Anima e Animus ogni giorn
o, inseriti quasi a forza nel linguaggio comune come se fossero un nuovo linguaggio di coloro che “conoscono i profondi segreti della psiche.”
Anche qui, tutto legittimo.

C’è però un “ma” ed è l’utilizzo di “maschile” e femminile” come attributi immodificabili di Animus e Anima, declinando quindi gli stessi ad un genere o all’altro. 

I concetti di maschile e femminile sono banalmente specificati, nominati, classificati, e vengono spacciati per archetipi fissi e immutabili che ci segnano in modo netto e importante a più livelli, dal biologico al culturale. Le numerose discussioni su quanto l’uomo abbia in sé il femminile e necessiti di integrarlo piuttosto che negarlo e di quanto la donna altrettanto possegga e debba riconoscere il proprio maschile in realtà sembrano nascondere convinzioni celate, ma pericolosamente fuorvianti.

Il punto è che maschile e femminile, quando parliamo di archetipi ed energie, non hanno nulla a che vedere con ciò che sono l’uomo e la donna in senso biologico. Nè tantomeno uomo e donna sono necessariamente portatori principalmente di uno o dell’altra. Nonostante ognuno di noi abbia un sesso anatomico, l’esperienza che ognuno vive nell’avere un determinato organo può discostarsi dall’esperienza psicologica che si può avere delle energie in gioco e che per brevità tendiamo a considerare maschili o femminili.

Ed è qui che nasce il contraddittorio, facile, e lo smarrimento in cui cadono in moltissimi, uomini e donne.

Le parole e la realtà dell’anima

Non pretendo certo di dare una definizione, mi rifiuto di fornirne una, ma ciò che mi permetto di dire è che le parole sono specchio dei movimenti della psiche.

Le parole creano il pensiero e formano la realtà. La direzione e la forma che esse prendono, in base a ciò che vorrebbero esprimere, è ciò che noi chiamiamo Logos che altro non è che l’energia che dà traiettoria, mette in ordine, taglia, struttura.

Esso è stato visto come caratteristica “maschile” proprio perché il linguaggio,  produzione umana, si lega in modo imprescindibile all’aspetto culturale. E tra le varie immagini disponibili, presenti nel mito e nelle narrazioni, chi abbiamo incaricato di portare ordine e aprire varchi, spesso a cavallo con spada o lancia?
Il maschio, l’uomo,
che quindi diviene simbolo del logico e del razionale.

È non è quindi sorprendente osservare la posizione di alcuni che vedono il percorso di individuazione solo come prerogativa del maschile.

Ecco che allora se una donna apre i varchi, utilizza magari parole taglienti, sguaina sapientemente il proprio Logos, viene descritta come “mascolina”, “fallica” e tacciata, ovviamente, di aver problemi col proprio femminile.

No no no….troppa confusione.

È necessaria una riflessione sui termini in modo da arrivare, tutti assieme, ad una modifica del modo in cui utilizziamo le parole.

Maschile, Femminile, Animus, Anima, Madre, Padre, Logos ed Eros, sono immagini.

La nostra Psiche si muove attraverso immagini, si nutre di esse, crea il mondo attraverso le immagini. E la psiche è psiche, non c’entra nulla che a produrre quelle immagini sia un portatore di pene/testicoli o di vulva/vagina se non nell’aspetto culturale, come ho affermato più sopra, a causa dell’esperienza psicologica di possedere quell’organo. Non voglio sostenere che uomini e donne siano interscambiabili, annullando così ogni differenza. Le differenze ci sono, quello che cambia (ed è culturale) è il valore e il senso dato a quelle differenze. Quello che voglio sostenere è che il collegamento tra quei determinati organi e l’utilizzo di specifiche energie non sia così biologicamente determinato.

E aggiungo.

Animus e Anima non sono altro che il nostro alter ego interiore con cui è necessario dialogare. Non sono rappresentanti di Logos ed Eros, sono entrambe. Sono il rapporto che NOI abbiamo con quelle energie, insieme. Siamo NOI attraverso il linguaggio che scegliamo per descrivere noi stessi e il mondo che ci circonda e che, a causa di una certa superficialità, abbiamo finito per con-fondere distorcendo nettamente ciò che Carl Gustav Jung voleva esprimere. Essi sono anche il nostro lato Ombra legato all’essere donna o uomo nel contesto relazionale con l’Altro.

Vedete… la cultura impregna pesantemente le nostre menti e l’associazione semplicistica è facile e immediata, e a portata di mano. È una scorciatoia diciamo. Ed è così che alla fine si arriva a fondere Logos con Animus e con le energie maschili ed Eros con Anima ed energia femminile.

Invece una donna assertiva, che non soccombe a dettami sociali o culturali di genere, ha semplicemente imparato ad utilizzare in modo funzionale il proprio Logos ed ha così sviluppato un rapporto sano con il proprio Animus. Questo non la rende più maschile perché l’assertività non è prerogativa maschile

Un uomo affettivo ed accogliente è un uomo che ha fatto pace con Eros, con Anima e con il Sentimento, e non necessita di sguainare la spada alla prima minaccia di attacco alle sue convinzioni di potere. Questo non lo rende meno maschio. L’accoglienza e l’affettività non sono prerogativa del femminile. 

Tutte queste asserzioni (da cui derivano i vari “femminuccia” e “maschiaccio” usati come offese) provengono dal fatto che culturalmente fino a non molto tempo fa alla donna non era permesso utilizzare il proprio Logos per affermarsi in modo dichiarato ed autonomo. Il rischio nell’utilizzare quella facoltà, in una società retrograda e che ci stiamo lasciando faticosamente alle spalle, era per la donna quello di non essere apprezzata e magari anche marginalizzata se osava dedicarsi a materie riservate per diritto divino al mondo dei maschi (mi viene in mente una certa archeologa e linguista lituana che, a distanza di decenni, non cessa di essere bersagliata a causa dei suoi studi rivoluzionari.).

Quello che sto affermando è che nonostante ci siano delle resistenze, come avviene sempre quando abbiamo a che fare con un cambio di paradigma, anche le donne hanno bisogno di far pace con se stesse, con le proprie energie cercando di viverle al di fuori della paura della sopraffazione e quindi senza necessità di dover distruggere il maschio. Perché ricordiamoci che la questione è come una medaglia dalla doppia faccia: se da un lato abbiamo la sfida del femminile con il paradigma della sopraffazione, dall’altro lato abbiamo un mondo maschile a cui non è stato consentito di esprimere e vivere i propri sentimenti di vulnerabilità e abbandono del controllo, senza per questo passare per meno valoroso o, quando la cosa assume i toni dell’offesa, effemminato/omosessuale/debole.

Ma mentre noi rimaniamo così legati ad alcune convinzioni, da cui fatichiamo a scollarci, l’inconscio crea trame (per usare una immagine di Rafael Lopez-Pedreza) e va ben oltre il nostro piccolo intuire egoico presentandoci continuamente, dall’inizio dei tempi, immagini ambigue che ci obbligano a riflettere e, dall’Ombra, iniziano a venire allo scoperto sempre più donne che sanno tener testa a uomini alla ricerca di adorazione.

Non è più il tempo di tacere, come non è più il tempo di difendere vecchi troni patriarcali.

Stefania Bonaldo


Stefania Bonaldo è psicologa e specializzanda in psicoterapia analitica.

Giunta quasi al termine dei suoi studi in ingegneria civile, decide di cambiare completamente la sua vita affascinata dal mondo della psichiatria e inizia gli studi in Psicologia all’Università di Padova dove si laurea in Psicologia clinico-dinamica.
Si trasferisce in Brasile e inizia il suo percorso spirituale
tra gli Indios Pataxò e i terreiros del Candomblé.

Grazie a numerose sincronicità accadute in quel periodo, incontra il pensiero di Carl Gustav Jung e, dopo un master in antropologia sociale di genere presso la Universida de Federal Fluminense di Rio de Janeiro, torna in Italia e decide di completare la sua formazione post laurea in una scuola di specializzazione in Psicologia Analitica.

La convivenza degli opposti e il suo porsi a cavallo tra razionalismo scientifico e vissuti personali la animano tutt’oggi nella comprensione umana di quello che Jung denomina “inconscio collettivo” e la sua enorme potenzialità di trasformazione nella relazione terapeutica.

La sua pagina Facebook è “La Psicologa dei naufraghi

 

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La rabbia, il fuoco, l’azione

La rabbia è l’antitesi della spiritualità?

Lo è solo in quel modello di spiritualità che, separando cielo e terra, rifiuta le emozioni umane e tutto ciò che è “di questo mondo”. Ma non esiste un unico modo di intendere la spiritualità per fortuna.

Parliamo ad esempio di “spiritualità radicata”, un paradigma che non separa alto e basso, sacro e profano e quindi non condanna ciò che è umano, terrestre, materiale. Abbraccia la totalità dell’esistenza senza separazioni dicotomiche.

Starhawk, attivista e leader spirituale statunitense, lo spiega bene:

“Non è assolutamente la rabbia il problema. Lo diventa, semmai, quando questa si accompagna a un senso di mancanza di potere.”

Quindi prima di parlare di rabbia dovremmo forse parlare di “potere” che non è però da non intendersi come “potere SU”, nel senso di dominazione, sopraffazione.

Il potere: una questione spinosa

Parliamo invece del nostro potere di agire, di essere in grado di com-partecipare ad una Creazione considerata sempre in corso e non data “una volta per tutte agli inizi dei tempi”.

La paura del potere (nostro o altrui) è causata dalla distorsione del suo significato. La paura è anche quella che ci allontana da una sana sperimentazione di questa preziosa facoltà umana come fossimo bambini che temono il mare perché ancora non sanno nuotarci dentro. Ma non ci sono scorciatoie e si deve per forza passare di lì: farne esperienza per imparare a gestirlo. Non si impara a nuotare se non entrando nel mare.

La paura del potere riguarda chiunque.

Ma con una sfumatura di maggior intensità riguarda le donne.

Perché?
Perché il potere, come la rabbia, è connesso al fuoco.
E per secoli il fuoco delle donne ha subito ogni sorta di operazione per renderlo disciplinato e controllato creando un modello di donna che deve essere sempre “vulnerabile” e “accogliente”  portando al risultato di assistere ad una mutilazione del fuoco e del sole femminile.

Sarà esperienza condivisa dalle donne con un temperamento più “solare” e “focoso” il sentirsi richiamare per allinearsi ad una “maggiore femminilità”, ad un “controllo” di questa energia ritenuta “troppo maschile”. Siamo di fronte a un pregiudizio radicato nonostante l’evidente nutrita schiera di divinità femminili legate al sole e al fuoco e nonostante la stessa figura di Kali, immagine archetipica per eccellenza di un volto furioso e distruttivo assolutamente femminile, ma per comodo ricacciato nell’oblio dell’Ombra.

In alcune tradizioni il fuoco è persino presentato come elemento esclusivamente “maschile”, ma questa attribuzione rigida è frutto di una logica duale oppositiva, che separa tutto in metà contrapposte, assegnando altrettanto rigide qualità all’una o all’altra metà.

Abituati a un approccio dogmatico alla spiritualità si dimentica di essere nell’ambito di un’attribuzione di significato collocabile in una determinata epoca e in un determinato luogo.
Non c’è nulla di neutro e universale, quindi. Mai. Tutto passa sempre da un contesto.

Voglio affermare con chiarezza: il fuoco è per tutte/i.
Non sotto forma di “energia maschile interiore”, ma con una collocazione “ufficiale” e parte della natura di ciascuna e ciascuno di noi.

Anche il fuoco del focolare è stato distorto: da potente elemento di trasformazione, perché il fuoco è “trasformazione”, a pio accudimento e relegamento.

La rabbia è fuoco, dicevamo, ma fuoco è anche “azione”, “conoscenza”. E con il fuoco dei roghi sono state punite le donne che a questa conoscenza erano legate, così da indurre le donne a dover temere il fuoco fino a rinnegalo. Un timore e un rifiuto che ci portiamo fino ad oggi.

La rabbia è umana, non maschile o femminile

La rabbia è umana. Insegnare a censurarla in nome della spiritualità significa anche spegnere il fuoco dell’azione, non insegnare ad usarlo, non sviluppare questo importante potere.

Significa allontanare la spiritualità dal suo potere politico, ovvero dalla sua intrinseca possibilità di migliorare sul serio il modo in cui ci organizziamo. È il problema di oggi: la riduzione della spiritualità a mero sentiero interiore, dimenticando la ricaduta che inevitabilmente ha sulla sfera collettiva, che si voglia o meno riconoscerlo.

Come invertire questo processo? Come riprendere contatto con la rabbia e il proprio fuoco? Come modificare il pregiudizio che la vede come l’antitesi della spiritualità?

“La mia rabbia”


1. La rabbia va ascoltata.

2. Poi la rabbia va espressa (in modo sano e mi sembra palese che con questo scritto non si stia in nessun modo incitando alla violenza sull’altro). La rabbia va accolta accolta. Va capita. In noi e negli altri (e nelle altre).
“Sei arrabbiata/o, lo accetto e non cerco di zittirti”. Cosa difficile, perché presuppone l’accettazione della nostra rabbia.

3. Una volta espressa e una volta raggiunto il picco emotivo, cosa indispensabile perché l’emozione entri nella sua parabola “discendente”, il fuoco che ha acceso sarà pronto a diventare un incredibile carburante del nostro agire.

Ogni volta che ci arrabbiamo è l’occasione per riaccendere quel fuoco.

Sono tante le persone mi chiedono “come io faccia”.

“Come fai a fare tante cose, come fai a trovare le energie, come…”

Semplice, nel modo che ho appena descritto.

Mi capita di ricevere critiche per i contenuti che pubblico dove metto a nudo le mie emozioni. Ma io non mi fermo alla lamentela di un post. Se mi arrabbio, non mi fermo alla rabbia.

Perché nel tempo ho imparato ad abbracciare il mio fuoco.

La mia personalità è fuoco. Moltissimo fuoco.
Fuoco che per anni ho censurato, sminuito, maledetto per feedback sulla mia presunta inadeguatezza, nascosto per vergogna.

Per fortuna, ha vinto lui. Ho accettato le mie emozioni, ho accettato la mia rabbia, e tutto questo diventa il mio agire, i miei contenuti, i miei progetti passati e presenti ma anche futuri, le mie battaglie, ma anche la mia passione, la mia curiosità, lo studio, la forza di sperimentare e quella di alzarmi una volta sbattuto il muso sonoramente.

Lo lascio agire, fa praticamente tutto lui. Io non posso fare altro che seguirlo e scegliere verso dove puntare la sua energia.

Quando vedi il tuo fuoco creare e costruire, non fa più paura: lo inizi ad amare. Perché il fuoco è anche forza vitale. Sentirsi viva/o e piena/o.

Brucia? Scotta?

Se non lo si ascolta, si. Alza il tiro per attirare l’attenzione.

Ma se lo si accoglie, diventa un alleato. Altro che censura!

Riprendiamoci il fuoco, e riprendiamoci il potere di agire.

*** Laura Ghianda ***

Pagina Facebook di Laura: “Dea oltre il dualismo”


 

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ASTROLOGIAFrancesco FaraoniIndagine Astrologica

Maschile. Femminile. Discorsi tra alchimia e astrologia | Francesco Faraoni

In questo testo trovate la trascrizione dell’approfondimento sul Maschile e sul Femminile che ho realizzato nel mio canale youtube, in chiave simbolica e attraverso i linguaggi dell’alchimia e dell’astrologia; ho ragionato sulla complessa dualità del maschile e del femminile, affrontando equivoci da leggende metropolitane, e cercando di entrare dentro il complesso simbolismo di queste due grandi polarità energetiche, che sono alla base del Tutto. Buona Lettura o Buona Visione!

Maschile e Femminile. Su questi due simboli c’è un grande equivoco. Il Maschile e il Femminile rappresentano l’immagine di due Archetipi primordiali e sempre esistiti, già prima della creazione e della nascita dell’uomo, perché rappresentano due Grandi Polarità, ovvero una positiva e l’altra negativa, su cui si poggia l’intero concetto di Creazione. Maschile e Femminile oppure “polo positivo e polo negativo” sono i due valori energetici presenti in ogni punto dell’universo. In ogni cosa c’è un polo positivo e uno negativo, in ogni cosa c’è un alto o un basso; l’unione del maschile e del femminile produce il concetto di SFERA E CERCHIO il simbolo più forte nella descrizione dell’Archetipo Primordiale. Ma andiamo con calma… intanto dobbiamo eliminare dalla nostra mente l’idea che il maschile e il femminile si traducano in Uomo e Donna. L’equivoco è riferito alla proiezione su questi due principi di una identità sessuale.

Il Maschile e il Femminile come principi primordiali ce li spiegano in modo esemplare l’Alchimia, perché è la dottrina di riferimento a cui dobbiamo appellarci per comprendere realmente questi due elementi. L’alchimista intanto è un CERCATORE quindi ancora oggi esistono gli alchimisti, che come in antichità cercano ed esplorano il mondo, l’universo, attraverso il linguaggio dei simboli. L’alchimia è una forma di chimica spirituale ovvero studia la Materia elevandola nello Spirito, quindi c’è nell’alchimia un processo di individuazione dove cerchiamo di riconoscere gli opposti, con lo scopo di riunificarli. Lo scopo infatti dell’Alchimia è la Grande Opera, ovvero quello di riunificare ciò che è stato diviso, tale riunificazione conduce alla Pace e alla comprensione del tutto, quindi alla illuminazione e ad una vita consapevole. Intanto partiamo dal presupposto che il maschile e il femminile possono essere intesi anche come metafore del seme non ancora realtà quindi, il Nulla, e forza di espansione che si estende nel tempo e nello spazio, il Qualcosa; emerge dunque la contrapposizione tra ombra e luce che produce una terza qualità che è Lo Spirito del Mondo, la riunificazione dell’opposizione porta al simbolo della circolarità, ovvero il Cerchio, la Sfera, rievocante il mistero di Dio e della sua creazione. Questi concetti li potrete approfondire nel testo Goethe e Darwin: la filosofia delle forme viventi.

La Grande Opera, ritornando all’alchimia, è caratterizzata da quattro fasi. Perché quattro? Perché quattro sono i caratteri fondamentali e principali, caldo freddo secco umido, sono i pilastri su cui tutto si fonda e poggia, questi quattro pilastri provengono da una dualità principale, il maschile e il femminile appunto, che a loro volta provengono da una Unità, il principio originario, quello che la scienza ufficiale chiama particella super-compressa, particella da cui per mezzo di un grande botto, il Big Bang, tutto si è manifestato e tutto si è cominciato ad espandere. Nella grande opera abbiamo due fasi che possiamo inscrivere nella polarità maschile e altre due nella polarità femminile:

OPERA AL NERO
o melanosi TERRA processo della putrefazione
femminile la dea nera

OPERA AL BIANCO
leucosi ACQUA processo della distillazione
femminile la dea bianca

OPERA AL GIALLO
xanthosi ARIA processo della combustione
maschile il dio giallo

OPERA AL ROSSO
iosi FUOCO processo della sublimazione
maschile il dio rosso

 

I quattro processi sono identificati da una polarità maschile o femminile, il che spazza via definitivamente l’idea che i due principi siano associati all’essere uomo o all’essere donna, in realtà il maschile e il femminile sue due modalità attraverso cui noi viviamo diverse esperienze, ovvero rappresentano il “modo energetico” – diciamo così – con cui sperimentiamo o viviamo certe situazioni, inconsce, consce, spirituali o psicologiche. Ho evocato il termine archetipo che devo necessariamente spiegare: quando si parla di archetipi ci viene subito in mente Carl Gustav Jung, tuttavia il termine è precedente Jung e almeno per il sottoscritto interprete conferisco un significato diverso agli archetipi, rispetto alle definizioni che Jung ha cercato di darci, non perché le ritengo sbagliate, ma perché non si applica in modo convincente al metodo astrologico, che non è ricordo un metodo psicologico. Insomma non mi piace invadere con l’astrologia la dimensione della psicologia dove abbiamo professionisti, terapeuti, e persone formate anche per l’approccio terapeutico. L’astrologia è un’altra cosa… quindi cerchiamo di spiegare l’archetipo.

Jung non ha mai fornito una definizione univoca di Archetipi, li ha descritti durante tutta la sua vita, offrendo in ogni suo studio un approfondimento. L’archetipo è infatti qualcosa che appartiene al collettivo, un contenuto e una forma trascendentale, che sussiste e sopravvive alla coscienza cognitiva, è un contenuto che diventa anche non-contenuto, svuotandosi della sua entità è come un vaso i cui contenuti, ogni volta, sono riempiti. Gli archetipi vengono elargiti di contenuto dall’uomo che ogni volta li interpreta secondo cognizione e contesto antropologico e sociale di appartenenza. Jung dice che “nessun archetipo è riducibile a semplici formule” quindi ci dice che non esiste una definizione che li definisca, non è possibile nemmeno contestualizzarli specificatamente. Continua dicendo che “l’archetipo è come un vaso che non si può svuotare ma nemmeno riempire mai completamente”; questo mi ha sempre fatto pensare all’Archetipo come a della creta che modelliamo con le mani, e le mani dell’uomo rappresentano il “vaso” in cui essa è contenuta e in cui in esse si modella ogni volta. Jung afferma che “l’archetipo in sé esiste solo in potenza, quando prende forma in una determinata materia non è più lo stesso di prima…” in questo passaggio comprendo come l’Archetipo sia un modello, una traccia, una memoria ancestrale e arcaica, che mi ha fatto pensare alle tante teorie quantistiche che ritengono l’Universo un essere pensante, dotato di intelligenza;

Le interpreazioni di archetipo sono numerose e storiche…. vi dico quelle che considero personalmente, quelle che preferisco:

Plotino e Proclo: gli archetipi sono modelli delle cose sensibili, sono le idee esistenti nella mente di Dio, ovvero modelli delle cose create;

Platonici di Cambridge: l’Archetipo non è Natura ma provvidenza, la Natura non è l’Archetipo dell’arte divina. Come per Berkeley che considera Archetipo come esistente nell’Eternità, è lo Spirito di Dio, ciò che è creato proviene dall’Archetipo.
Kant: l’Archetipo è l’intelletto divino che crea pensando; mentre Ectipo è l’intelletto umano e finito, non creativo ma discorsivo (che interpreta ciò che è stato creato non dall’uomo).

Artemidoro: introduce il concetto di Archetipo come “mente archetipica”, ovvero una memoria ancestrale della Creazione che è insita in ogni cosa, animata e inanimata.

 

Quindi i principi maschile e femminile sono immagini archetipiche potentissime che richiamano la SCISSIONE DELL’UNO, in due grandi polarità, in due grandi manifestazioni, è insomma la metafora della Luce e dell’Ombra che possono sussistere solo se esistono l’uno verso l’altro, in un rapporto dialettico. L’unificazione della Luce e dell’Ombra riconduce all’UNO, quindi a DIO.

La grande opera avviene all’interno del VAS HERMETIS o vaso ermetico, che è ciò che oggi chiamiamo inconscio, collettivo e individuale, mentre in ottica più esoterica possiamo definire come contenitore dell’esistenza in divenire. Il vaso alchemico rappresenta la materia primordiale e oscura da cui tutti ha preso forma e consistenza, è un contenitore primordiale in cui è insito il femminile, è paragonabile ad un Grande Utero Cosmico in cui tutto ha preso forma, è l’utero cavo e protettivo della madre, quindi femminile associato agli elementi acqua e terra quindi ai caratteri umido e freddo. All’interno di questo vaso il maschile porta un frammento di luce, di ulteriore energia, che permette la diversificazione del suo contenuto, ecco che abbiamo l’introduzione del seme nel vaso ermetico, quindi maschile associato agli elementi fuoco e aria quindi ai caratteri caldo e secco.

L’equilibrio tra maschile e femminile all’interno del vaso ermetico produce le varie reazioni e avremo quattro processi diversi, in base a certe condizioni, qualitative e quantitative: melanosi, leucosi, xanthosi, iosi. Dal punto di vista alchemico ed ermetico possiamo dividere le cose in due grandi categorie:

maschile e femminile
da cui derivano infinite analogie
attivo e passivo
introduttivo e recettivo
luce e ombra
secchezza e umidità
calore e freddezza
acido e basico
polarità positiva e polarità negativa
protone ed elettrone
alto e basso
convesso e concavo

Tutto ciò conduce ad una terza identità che non viene però mai citata in questi tempi moderni… unificando maschile e femminile abbiamo il “neutrale”, ovvero entriamo nell’Androgino, nell’annullamento del maschile e femminile che non scompaiono ma diventano nella loro riunificazione qualcosa di originario e primordiale, unico, ridiventano principio Assoluto. Abbiamo quindi il rebis noto anche come monstrum hermaphroditus che è l’equilibrio perfetto tra maschile e femminile, che genera una realtà autosufficiente, auto-contemplativa, perfetta, è una assenza di sessualità in un certo senso perché nel monstrum hermaphroditus non c’è diversificazione sessuale, perché i due sessi sono unificati e fusi, quindi irriconoscibili. Ciò accade anche in natura… il feto appena concepito non ha una sessualità precisa, i caratteri sessuali vengono conferiti dalla settima settimana, dopo circa 2 mesi di gestazione cominciano a differenziarsi i due sessi, che prima di questo momento sono indifferenziati, la materia fetale dunque appena generata è REBIS E MONSTRUM HERMAPRHODITUS.

Tutto questo ci fa capire che il maschile e il femminile non hanno alcuna correlazione all’essere uomo o all’essere donna, ma è una specifica energia che alla fine è insita in ognuno di noi, una modalità di vivere le cose. Il femminile è tuttavia una realtà molto potente perché rappresenta l’utero cosmico, il contenitore dove tutto è contenuto e manifesto. Il maschile è invece il principio della diversificazione, quel carattere che diversifica per qualità la materia all’interno del vaso ermetico, all’interno dell’utero alchemico.

MASCHILE E FEMMINILE
E LINGUAGGIO ASTROLOGICO
Nel linguaggio astrologico possiamo incontrare i PRINCIPI MASCHILE E FEMMINILE nei due Luminari. Il Sole in qualità di luminare diurno rappresenta il maschile, mentre la Luna in qualità di luminare notturno rappresenta il femminile. Qui abbiamo i due principi assoluti, che rappresentano giorno e notte, modalità umorali ed energetiche specifiche. Sole e Luna non sono considerati in astrologia ne benefici ne malefici. Qui abbiamo gli elementi puri del maschile e del femminile, assoluti, e possiamo vederli nella loro identità pura attraverso questi due simboli. L’evoluzione di questi principi porta a GIOVE che rappresenta un maschile elaborato e VENERE che rappresenta un femminile elaborato. I due simboli astrologici sono definiti benefici e qui vediamo gli aspetti armoniosi dei due principi maschile e femminile. Ecco che troviamo la protezione paterna e materna, l’abbraccio paterno e materno, la dedizione paterna e materna, l’abbondanza, la creatività, la capacità di espandersi e di realizzare i propri desideri, l’armonia dei desideri e della capacità di realizzarli. L’evoluzione dei principi assoluti può portare anche ad una forma disarmonica del maschile e del femminile, dove incontriamo MARTE per il principio maschile e poi SATURNO per il principio femminile. Su Saturno molti autori anche antichi lo identificano come pianeta maschile, ma altri autori contravvengono a questa regola, e mi preme indicarvi che numerosi autori antichi o anche moderni di astrologia non sanno nulla di alchimia. In tal senso cito Marsilio Ficino che proprio su Saturno derie l’associazione di questo pianeta al principio maschile, facendo un ragionamento molto convincente sul primo domicilio di Saturno, che è il Capricorno, segno tra l’altro femminile. Quindi in questo caso dobbiamo azzittire le associazioni col mito, e ragionare sugli umori e sui temperamenti, materia che appartiene agli alchimisti. Nel discorso che sto portando averti, il maschile disarmonico che vediamo in Marte è aggressività, dispotismo, comando, distruzione e morte. Il femminile disarmonico che vediamo in Saturno è rifiuto, distruzione di ciò che è stato creato, condanna e anatema. Questo aspetto descrive il lato oscuro e pericoloso, violento, del Dio Padre o imago pater e della Dea Madre o imago mater. Bene sempre nel rispetto del settenario, manca il settimo pianeta, MERCURIO che non ha natura ne maschile ne femminile, l’astrologia ci dice che diventa maschile o femminile in base ai suoi aspetti con gli altri pianeti, ci viene anche detto che non è ne benefico ne malefico, ma che diventa benefico o malefico in base ai rapporti che forma con i benefici Giove venere o con i malefici saturno Marte. Insomma Mercurio anche per l’astrologia è il simbolo di un ermafroditismo mistico e spirituale, simbolo della riunificazione degli opposti, Mercurio è infatti in astrologia occulta visto come “simbolo della dialettica” tra tutte le energie in gioco all’interno di un sistema, è lui che permette connessioni, relazioni, interruzioni, di qualsiasi tipo e natura.
Siamo quindi tutti MERCURIO e nella nostra vita ed esperienza umana ci relazioniamo costantemente con i principi maschile e femminile e con i caratteri fondamentali caldo freddo secco umido, da cui derivano tutte le nostre esperienze e tutto ciò che manifestiamo direttamente o indirettamente.

Il grande equivoco sul Maschile e Femminile è quello che ha visto il FEMMINILE come personificazione del male, quindi bandita come energia e convertita in maschile-femminilizzato. Ecco che abbiamo il ripudio di Lilith dalla Genesi, che rappresenta il femminile puro, e che viene soppianta e sostituita da Eva, il femminile tratto dalla costola dell’uomo, ovvero un femminile sotto il dominio dell’uomo. Ecco così la manifestazione del patriarcato, della centralità del maschile, soffocante, imperante, distruttivo, che cerca di soffocare il femminile non riconoscendolo, questo è ciò che anche Jung e la von Franz allieva di Jung dicevano: il rifiuto del femminile ha portato la violenza disarmante, le oppressioni e le repressioni, le guerre, le ingiustizie, bisogna ritornare a riconoscere il femminile, dandogli nuovamente possibilità di espressione. In tal senso vi rimando all’opera Mysterium Coniunctionis, libro di Jung, che ci parla tra le tante cose del femminile e di come sia necessario ricongiungerlo al maschile.

 

TESTI SUGGERITI

Goethe e Darwin. La filosofia delle forme viventi molto interessante
va oltre il femminile e il maschile, riflette sulla vita e sulla natura, amplificando il senso della nostra visione.
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Mysterium coniunctionis, Jung
per chi studia la simbologia, questo testo non può mancare, è una importante indagine di Jung sul complesso linguaggio dei simboli, nel mondo antico e arcaico che non è affatto un mondo tramontato.
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Alchimia. von Franz
l’allieva di Jung affronta il mondo dell’Alchimia in un saggio veramente interessante che considero una prefazione all’alchimia, per quanti vogliono avvicinarsi a questo mondo.
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Alchimia. La magia della sostanza
è in pratica il testo degli Alchimisti contemporanei, una summa del fenomeno “alchimia” che veramente suggerisco per quanti hanno desiderio di approfondire questo straordinario mondo.
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L’alchimia. L’arte regia nel simbolismo medievale (SUPERCONSIGLIATO)
altro testo, che completa l’avvicinamento conoscitivo all’alchimia, un testo importante perché è un altro riferimento per gli Alchimisti di questi tempi, per coloro che continuano a studiare l’alchimia, che vi aprirà definitivamente la mente sul complesso mondo fenomenico dei simboli.
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