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Lilith, Luna Nera e streghe, tra repressione e persecuzione | Elena Londero

Il mito di Lilith si perde nella notte dei tempi. Diventa oscuro in un processo che affonda le sue radici nella tradizione giudaica e nei complessi passaggi fra le varie fonti finisce con lo scomparire e diventare rimozione, per riapparire poi, nel Medioevo, sotto forma di isteria collettiva verso donne e streghe. Cominciamo dunque, dalle origini del mito, dal primo capitolo della Genesi in cui incontriamo il racconto della Creazione.

“Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Genesi, I, 27).

Passo oscuro, che parla di un Adamo ancora non scisso nel genere, dunque androgino, in cui il principio maschile e quello femminile sono ancora fusi e fra loro inscindibili, proprio come nel mito di Platone del Simposio. Anche Rabbi Abba afferma “è precisamente perchè l’uomo rassomigliasse a Dio che fu creato maschio e femmina insieme.” Il Talmud, ancora, conferma “Lo creò ermafrodita, come è detto, maschio e femmina lo creò”. Essendo l’uomo creato a perfetta immagine di Dio è simbolo di una perfetta armonia dell’essere, dalla sessualità indifferenziata, descritta da più fonti bibliche e del Talmud.

Qualcosa però si complica, l’essere a somiglianza di Dio, non è sufficiente a dare equilibrio e la perfezione divina in Adamo si offusca e si incrina. Anche se la Genesi rimane vaga su quel che accadde, fonti rabbiniche ipotizzano che questo Adamo, nella sua forma ancora primitiva si accoppiasse con gli animali che incontrava, attraverso pratiche sessuali condannabili, anche se certo non rare. La Genesi, tombale, a quel punto afferma “Non è bene che l’uomo sia solo” (Genesi, II, 18).

È dunque solamente qui che Adamo viene scisso e, non più androgino, improvvisamente si scopre incompleto e mancante. “Dunque al desiderio e alla ricerca dell’intero si dà nome amore” (Platone, Simposio). Adamo sente, ora, la propria profonda solitudine e in tale sentire è già presente il seme della differenziazione. Gli manca ciò che non è, gli manca chi non ha. Solo in questo momento viene richiesta a Dio una compagna. Come scrive Roberto Sicuteri, a questo punto “nacque la donna, per desiderio di Adamo, che aveva scoperto la propria solitudine, ma anche la propria anima”.

La prima compagna sarà Lilith, la seconda Eva. Adamo non riuscirà a trattenere a sè nessuna delle due, l’una per la sua ribellione, l’altra per la sua disobbedienza. Entrambe, in queste loro forme di indipendenza, appaiono forti, capaci addirittura di non temere nemmeno il castigo divino cui andranno incontro. Lilith è, dunque, mito arcaico anteriore a quello di Eva. Per alcuni fonti, la prima compagna di Adamo fu creata alla fine del sesto giorno (non a caso insieme ai rettili e ai demoni), poco prima del sopraggiungere della notte e delle tenebre, un attimo prima cioè di scivolare in ciò che è simbolicamente oscuro e inconscio. Lilith è il prototipo femminile che è stato rimosso dalla patriarcale e conservatrice coscienza ebraica, che la sente come minacciosa e pericolosa. Lilith è sensuale, prova piacere, all’apice della passione possiamo immaginarla mormorare, “piagata d’amore io sono”, come scritto nel Cantico dei Cantici.

Adamo di fronte a questo piacere sessuale così intenso della compagna, si agita, si turba. Non ha di fronte a sè una donna passiva e remissiva che vive per soddisfare i suoi bisogni, ma una donna che cerca di soddisfare anche i propri. La distanza fra i due si fa incolmabile quando, durante un amplesso, lei desidera assumere un ruolo più attivo, chiedendo ad Adamo lo scambio della posizione sessuale, da lei supina, a lui supino.

Con questa richiesta Lilith implicitamente chiede la parità e l’uguaglianza del corpo e dell’anima fra uomo e donna. Lei come lui. Lui come lei. Due esseri uguali, posti l’uno di fronte all’altra. Intercambiabili fra loro. Ma Adamo rifiuta, ne rimane turbato, lei insiste, si ribella poi, infastidita, se  ne va. Lui, incapace di trattenerla, sente improvvisamente di essere stato abbandonato, di essere nuovamente solo. Il giudizio su Lilith, nella Genesi, si fa ora implacabile.

La visione rabbinica nei confronti del femminile è evidente, nessuna uguaglianza può essere concessa. Adamo, nel rifiutare lo scambio della posizione sessuale, dà voce a tutto un mondo patriarcale che rifiuta la parità dei generi. L’inversione dei ruoli è inammissibile. Dove va Lilith, indispettita, dopo aver lasciato Adamo? Si reca nel temibile e inospitale Mar Rosso, luogo in cui, secondo la tradizione ebraica, possono vivere solo demoni e spiriti malvagi e i cui fanghi, non a caso, sono considerati potenti stimolanti sessuali (ancora un abbinamento tra il demoniaco e la sessualità). È qui che Lilith diventa demone e, su tale accostamento, metteranno radici paure e pregiudizi che diventeranno, per certi versi, definitivi.

Prosegue anche nella tradizione sumerica e accadica l’energia intensa e aggressiva di Lilith, considerata pericolosa per i neonati, gli sposi novelli, gli uomini. Questi ultimi, in particolare, secondo la tradizione potevano essere presi e sedotti da Lilith, anche nel sonno. Lilith/demone aveva una sensualità prorompente, cui era impossibile sottrarsi per la sua forza psichica, che annullava ogni resistenza. La “vittima” ne era soggiogata, non poteva evitare la penetrazione diabolica, capace di bloccare i sensi in un’estasi terrificante. Molti, secondo la tradizione, non si riprendevano più da questi demoniaci amplessi, capaci di innescare anche molte malattie (nella cultura mesopotamica era frequente ricondurre l’origine delle malattie agli spiriti maligni). Non potendo vivere liberamente i propri desideri sessuali più istintivi era necessario proiettare su queste immagini del profondo le proprie pulsioni. E così, sempre su questo cammino, il mito di Lilith si sviluppa anche in epoca greca e romana.

L’associazione tra Lilith e Luna Nera affonda, invece, le sue radici nel ciclo della Luna. Quella Luna che nel suo crescere, culminare e decrescere modifica completamente la sua natura. Essa è Grande Madre fertile e generosa quando è crescente o piena. Qui è la luna bianca, benefica, accogliente. La Luna che toglie spazio alle tenebre, simbolicamente. Ma quando la Luna – giunta all’apice – inizia a retrocedere, la notte si fa di giorno in giorno sempre più buia e oscura. La Luna nera è la Luna assente, il secondo fuoco dell’orbita lunare, punto immaginario e non reale. È dunque mancante e in questa sua assenza trovano spazio tutti i demoni possibili. Ciò che non si vede si immagina, amplificandolo.

In epoca egizia già Iside, sposa di Orione, presenta sia valenze benefiche, sia un “lato nero”, con il quale a volte è rappresentata (secondo la Harding le successive Vergini nere presenti in molti santuari sono da riportare proprio a queste antiche statue di Iside). Da tutte queste influenze, qui appena accennate, partono numerose divinità che giungono, attraverso il Mediterraneo, fino alla Grecia dove la connessione fra femminile e Luna si consolida. È ancora necessario far riferimento alle tre fasi lunari maggiori, equiparandole ad altrettante età simboliche della donna: la Vergine (primo quarto/mondo dell’aria), la Ninfa (luna piena/mondo terreno) e la Vecchia (ultimo quarto/ mondo sotterraneo).

La consapevolezza della differenza tra queste tre fasi si gioca sul mito di Kore/Persefone. All’inizio è solo Kore, dea fanciulla ancora pura e integra che esprime, nel mondo greco, per la prima volta, il concetto di Anima. Kore, giovanissima, ha ancora tutto dinnanzi a sè, ma, per questo, manca ancora dell’esperienza del vissuto. Il ciclo lunare non è, quindi, ancora frammentato nelle sue fasi.

Questa conoscenza/consapevolezza giunge solo con Persefone, con la quale si attiva la coscienza dell’ultimo quarto, dell’ultimo filo di luce prima dell’oscurità. Il confine tra dove termina la soglia di consapevolezza e dove comincia l’inconscio è insondabile. Per un attimo la luce c’è ancora, poi semplicemente non c’è più. È qui che Persefone discende nel mondo di Ade. Persefone negli Inferi è Lilith nel Mar nero.

Anche Demetra – madre di Persefone – assume significati simili, da dea generosa e dispensatrice di fecondità (Luna bianca) diventa dea della morte quando, nel dolore per la separazione dalla figlia, impedisce al grano di germogliare (Luna Nera), creando fame e carestia.  Come non pensare, rispetto a tutte queste figure femminili, anche al seno buono e al seno cattivo di Melanie Klein?

Non può, infine, mancare un accenno a Ecate, secondo alcuni studiosi la dea greca più connessa alla Luna (a Roma sarà Proserpina, la temibile). Ecate è dea degli inferi, capace di distruzioni terribili, portatrice di morte e dolore. In lei il concetto di eros si unisce a quello di demoniaco, proprio come nella Lilith ebraica. Ecate è rappresentata nell’arte greca come figura triforme (a indicare, indirettamente, le tre fasi lunari). La sua statua veniva posta anche agli incroci tra tre vie (trivium), in cui venivano lasciate – per placarla – varie offerte in cibo, di cui finivano spesso per cibarsi i cani randagi o i poveri e gli emarginati (il famoso pasto di Ecate). La storia di questi miti femminili in cui confluiscono eros e demoniaco è lunga. Abbiamo le Empuse, le Lamie, le Furie, le Amazzoni. E poi la bella e desiderabile maga Circe, che forse è il prototipo stesso della strega medievale che, con i suoi incantesimi seduce e trascina alle perdizione gli uomini, cristallizzandoli, attraverso l’appagamento dei sensi, in un non-ritorno di omerica memoria.

Non si può concludere questo discorso su Lilith senza compiere un ampio salto temporale e giungere fino al Medioevo, durante il quale ci furono secoli di persecuzioni agli eretici, non circoscritte solo, come solitamente si pensa, al periodo dell’Inquisizione quattro/cinquecentesca, ma precedenti ad esse di alcuni secoli.

In un canone del Concilio di Ancona del IX secolo già si legge, ad esempio: “Certe femmine perverse, rese schiave di Satana e sedotte da immagini e fantasmi di demoni, credono e attestano di cavalcare nelle ore notturne con Diana e una innumerevole moltitudine di donne su certe bestie”.

È nel 1184, invece, con il Sinodo di Verona, che il rogo diventa la condanna a morte ufficiale per gli eretici. Nel 1252 con la Bolla Ad estirpando il Papa Innocenzo IV consente l’uso della tortura per estorcere informazioni e confessioni. Questa prima inquisizione va quindi distinta, storicamente, da quelle spagnole e portoghesi sviluppatesi a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento. È del 5 dicembre 1484 la Bolla papale di Innocenzo VII, con cui fu dato l’incarico a due teologi domenicani, Jacob Sprenger e Heinrich Kramer, di “punire, incarcerare e correggere” gli eretici. Tre anni dopo la coppia di teologi pubblicherà il terribile Malleus Malefcarum/Martello delle streghe, il testo ecclesiastico ufficiale per la persecuzione alle streghe. Un best seller dell’epoca, in cui con toni da misoginia delirante, si spiegavano i segni da ricercare in una donna per riconoscerla come strega, le torture con cui indurne la confessione e via dicendo. La caccia alle streghe ebbe così il suo drammatico inizio ufficiale fra isteria collettiva, autosuggestione, manipolazioni varie.

Lilith ora si fa, dunque, strega, ma non una strega vecchia e repellente, che si aggira nella notte con il suo terribile seguito di cani e vampiri. Lilith è una strega conturbante, giovane, sensuale. Una figura castrante, cui si imputava la colpa per impotenza, sterilità, eiaculazione precoce. In alcuni scritti ci si chiese se le streghe potevano persino evirare un uomo durante il loro feroce amplesso. Tutto questo nasce direttamente dal conservatorismo cattolico che aveva ormai censurato e condannato completamente gli istinti e la sessualità. La forza psichica repressa di quegli istinti si esteriorizzava e veniva violentemente proiettata su migliaia e migliaia di donne, che finirono per diventare simbolo stesso del male, personificazione di ogni paura.

Inizia così la persecuzione, perpetuata con l’alibi dell’eresia. La donna, già biblicamente collegata al concetto di peccato, diviene ancor più pericolosa e va quindi combattuta in modo duro e spietato. Queste donne sono considerate prostitute del Diavolo, seduttrici pericolosissime. L’Ombra collettiva viene completamente rifiutata, esclusa dalla coscienza e quindi dal suo riconoscimento. Nessuna integrazione è possibile.

I Sabba diventano allucinazione isterica, che sotto tortura viene confessata o descritta nei particolari. Sono tenuti in luoghi isolati, come chiese sconsacrate, cimiteri, case abbandonate. Le  più celebri notti del Sabba sono la vigilia di Ognissanti, la Candelora del due febbraio e del primo agosto, la Roodmas inglese e la Valspurga tedesca del primo maggio. Sicuteri ci ricorda che nel Faust di Goethe è proprio in questa data che Mefistofele invita Faust a conoscere i misteri di questa notte in cui, emblematicamente, è “triste il disco della Luna mancante”.

Il bosco notturno, in quelle ore di tenebre assolute, sembra quasi impazzito, i tronchi si schiantano, i rami gemono sino a spezzarsi, la nebbia addensa la notte. È tutto un turbinio di streghe, demoni e animali, fino a quando appare colei che, da subito, attira lo sguardo di Faust. Chiede a Mefistofele chi essa sia. Quella è Lilith, risponde il demone. Chi? Ridomanda Faust. Il nome, rimosso, è sepolto nella memoria inconscia collettiva, non è rievocabile subito alla coscienza. Mefistofele deve aiutare il dottor Faust a ricordare: “La prima moglie di Adamo. Stai in guardia dai suoi bei capelli, da quello splendore che solo la veste”. Dopo di lei giunge, al Sabba, il Diavolo/Satana/ Belzebù e tutto inizia. Ogni cosa in quel Sabba satanico è invertita dal “giusto” ordine, il movimento delle danze e del girotondo infernale, il segno della croce, il fallo del Diavolo, piantato sull’osso sacro, di inaudita potenza. Durante la Messa Nera avvengono cose inenarrabili.

Il Diavolo simboleggia gli istinti più profondi e censurati, quelli che l’Inquisizione non può accettare e deve combattere. Tutto questo fu proiettato sulle donne, giungendo persino al punto di discutere se esse avessero o meno un’anima.

La misoginia interna alla Chiesa è collegata sicuramente anche al celibato imposto, quindi a una sessualità negata e repressa (cosa che non accadrà invece in ambito protestante). Il teologo svizzero Herbeert Haag scrive, su questo: “Le orge, le perversità e le oscenità delle streghe, vere o immaginarie che fossero, ma che comunque venivano descritte fin nei minimi particolari, potevano offrire ai cristiani e specialmente ai celibatari e ai preti, un certo appagamento sostitutivo e compensatorio per quei desideri sessuali che erano loro proibiti. Anche la giustizia fatta usando le torture, dal punto di vista della psicologia del profondo, deve essere messa in
relazione con la paura che l’uomo, reso schiavo dei precetti della Chiesa, prova di fronte alla donna sessualmente attraente e che lui segretamente desidera. Questa paura rende gli uomini sadici”.

La fase più acuta della caccia alle streghe durò circa tre secoli. Gli storici ipotizzano decine e decine di migliaia di vittime, alcuni addirittura un milione. È una stima difficile da stabilire con esattezza, ma fu sicuramente un massacro indicibile, un femminicidio di massa. Il solo inquisitore spagnolo Tòmas de Torquemada mandò al rogo, nella sua vita, oltre dodicimila donne. Un solo inquisitore. Il fenomeno nel tempo andò calando, non smise a lungo di esistere del tutto. Le ultime donne uccise perchè ritenute streghe risalgono al 1836 in Germania, al 1850 in Francia, al 1877 negli Stati Uniti.

Lilith ancora oggi, ovviamente, vive tra noi. In Europa, negli Stati Uniti, nei paesi del Sud America la cultura è ancora di stampo fortemente patriarcale. Ogni giorno inconsapevolmente ci imbattiamo nella Luna bianca, benefica e approvata, e in quella Nera, malvista e disapprovata. La libertà femminile è ancora giudicata. La libertà sessuale delle donne condannata. Discutiamo ancora se un certo tipo di abbigliamento possa fungere da attenuante a uno stupro. Il modello è ancora quello della donna che deve essere sempre accogliente, rassicurante, protettiva. Alle madri sono concessi solamente sentimenti positivi, di amore assoluto, di sacrificio
incondizionato. Non possono esprimere rabbia, stanchezza, emozioni troppo forti, di rottura, di difficoltà, di delusione. Sono ipocrisie pesanti, che impongono di assumere maschere sociali. Senza contare le disparità professionali, economiche, sociali. O i condizionamenti che colpiscono già le bambine, con una sessualizzazione precoce che rende poi distorta e poco consapevole la sessualità adulta.

I modelli all’interno dei quali ci muoviamo sono quindi ancora molto ambigui e la libertà dei generi spesso solo apparente. Ci tengo però a chiarire che lottare contro questa cultura patriarcale non è lottare contro gli uomini. Questo modello culturale così tradizionalista e conservatore danneggia  tutti noi. La donna cui non viene concesso di esprimere la sua rabbia o la sua libertà sessuale è l’uomo che non può piangere e non può mai mostrare il suo dolore. I ruoli imposti, che magari noi non avremmo mai scelto per noi stessi, sono gabbie che portano dolore e sofferenza a qualsiasi essere umano, a qualsiasi genere appartenga.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

Ringrazio di cuore Cecilia Sicuteri che nei giorni scorsi mi ha inviato, con gentilezza e generosità, una foto preziosa, che ritrae due pagine del manoscritto su Lilith scritto da suo padre nel 1980. È un testo accuratissimo, un punto di riferimento insostituibile per chiunque voglia avvicinarsi a questo argomento.

Bibliografia
Robert Graves, “I miti greci”, Longanesi, 1978
Herbert Haag, “La credenza nel Diavolo”, Mondadori, 2016
Esther Harding, “I misteri della donna”, Astrolabio, 1953
Erich Neumann, “La psicologia del femminile”, Astrolabio, 1975
Erich Neumann, “Storia delle origini della coscienza”, Astrolabio, 2010.
Roberto Sicuteri, Lilith la Luna Nera, Astrolabio 1980.

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L’oltretomba tra mito e astrologia | Elena Londero

Elena Londero è laureata in lettere moderne nell’indirizzo storico-artistico, presso l’Ateneo di Trieste.  Dal 2000 al 2005 ha lavorato nella redazione del settimanale “Il Friuli”, scrivendo principalmente per le pagine culturali del giornale, negli stessi anni è stata caporedattrice per il Friuli Venezia Giulia del sito nazionale di Arte contemporanea www.exibart.com. Dal 2006 dirige una piccola casa di produzione, la Casetta di Marzapane, specializzata in attività cinematografiche nelle scuole dell’infanzia, realizzando con i bambini piccoli film in rima, basati sulle fiabe. Dal 2001 è  iscritta all’Ordine nazionale dei giornalisti italiani, in qualità di pubblicista. Dal 2008 si occupa di astrologia, dopo aver seguito tre anni di corsi organizzati dal Cida a Trieste. Attualmente ha il suo studio di consulenze nella cittadina in cui abita a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Elena ci propone in questo articolo un interessante approfondimento simbolico e mitologico, sul tema dell’oltretomba, sapientemente affrontato in chiave astrologica. Buona lettera!

 

L’oltretomba tra mito e astrologia
di Elena Londero

Il concetto di oltretomba è universale e presente in tutte le epoche e culture. Nella mitologia greca esso prende il nome di Ade o Tartaro, in quella egizia Aaru, Duat o Neterkhertet, Ade anche in quella romana, Inferno, Limbo e Paradiso in quella Cristiana ma, ovviamente, potremmo continuare con le culture sudamericane, aborigene, orientali. Nessuna cultura ne è, infatti, priva. Esso, quindi, è necessario alla stessa struttura psichica della mente umana, un archetipo universale, collocabile in quell’inconscio collettivo teorizzato da Jung e comune a tutti noi, al di là delle epoche storiche e della cultura cui apparteniamo.

In tutte le religioni e società l’oltretomba ha una descrizione fisica precisa ed accurata. Esso può essere collocato su un’isola, nelle profondità del sottosuolo, in una precisa porzione di cielo e firmamento. Di solito, queste differenze sono in stretta correlazione con le conoscenze geografiche e cosmologiche del popolo che lo ha concepito. All’oltretomba si contrappone sempre e nettamente il mondo dei vivi, a cui esso è inaccessibile, severamente vietato, chiuso. Frequente è la presenza di uno o più guardiani che controllano che questa rigida regola non sia infranta, così come la presenza di un fiume spesso segna il limite tra il mondo dei vivi e quello degli inferi, limite che non può essere mai superato (pensiamo all’Archeonte dell’Eneide di Virgilio, poi presente anche nella Divina Commedia di Dante, ma citato pure nell’Interpretazione dei sogni di Freud). Solo dopo la propria morte, infatti, sarà possibile accedere oltre quella soglia, per recarsi nell’oltretomba.

Eppure, in ogni epoca e cultura vi sono state delle straordinarie eccezioni a questa rigida regola d’inviolabilità, miti in cui qualcuno ha potuto avere accesso oltre la soglia della vita e, in chiave psicoanalitica, della coscienza e della necessità di confrontarsi con il proprio lato più oscuro ed inconscio. Spesso a compiere tale passaggio è una figura femminile, sulla quale la discesa agli inferi avrà sempre un’azione trasformatrice profonda e definitiva. Fra i più lontani miti di questo tipo abbiamo quello di Inanna, antichissima dea sumera della fertilità e dell’amore, la cui storia è narrata in alcune tavolette ritrovate alla fine dell’Ottocento in un sito archeologico di Nippur, nell’odierno Iraq. È il racconto mitico più antico che possediamo e indica chiaramente come le più lontane civiltà mediorientali fossero governate da donne, in un’epoca quindi ancora matriarcale, precedente alla fase patriarcale che le avrebbe poi cancellate per sempre. In epoche ancor più lontane ed antiche, la Grande Madre era una madre fallica, una divinità autofertile che, da sola, alimentava l’eterno ciclo biologico e simbolico della morte e della rinascita. Il mito sumero di Inanna narra di come essa scese nell’oltretomba accompagnata dalla fedele ancella Ninshubur, incontrando come primo filtro a tale discesa il custode Neti, a cui dovette spiegare il motivo del suo viaggio, ovvero l’andare in visita alla sorella Ereshkigal – signora del regno dell’oltretomba – per porgerle le condoglianze dopo la morte del marito. Il passaggio le venne concesso ma, per giungere dalla sorella, dovette prima spogliarsi di tutti i suoi abiti e, simbolicamente nuda, superare ben sette porte prima di accedere agli inferi. Ugualmente, per questo oltraggioso accesso nel regno inviolabile ai vivi Inanna fu  condannata a morte dai giudici degli inferi. La sua fedele ancella, però, convinse il dio Enki ad aiutare la sua padrona. Per farla tornare indietro, i giudici però pretesero che Inanna scegliesse un vivente da sacrificare, che prendesse il suo posto nel regno dell’oltretomba. Ella sceglierà il proprio sposo Dumuzi che, in modo irrispettoso, era salito al trono senza portare il lutto convenuto. Le vicende continuano, il mito è lungo e avvincente, alla fine comunque la soluzione sarà che Dumuzi vivrà per sei mesi con la sposa Inanna nel regno dei vivi e per i restanti sei con Ereshkigal, la sorella di Inanna, in quello dell’oltretomba, di cui ella era, come visto, la regnante. Il mito è interpretabile come una raffigurazione dell’eterno ciclo vegetativo della Terra, in cui Dumuzi, dio della fertilità, alterna ad un periodo vegetativo attivo, i sei mesi con Inanna tra i vivi, il lungo letargo invernale (i sei mesi vissuti nell’oltretomba).

Un mito assai simile, sempre rappresentante la ciclicità della morte e della successiva rinascita vegetativa, è quello d Iside ed Osiride, sposi e fratelli, come era consuetudine nella cultura egizia. Iside, abbinabile alla costellazione della Vergine, era la dea della fertilità e della maternità, Osiride il re dell’oltretomba. Essi erano nati dall’unione tra il cielo (Nut) e la Terra (Geb). Anche in una parte di questo mito vi è la discesa agli inferi di Iside, seppur essa non sia una mortale. II mito, oltre ad essere leggibile nei geroglifici presenti nei templi egizi, ci è giunto anche da uno scritto di Plutarco. Infine, una simile alternanza è presente anche nel mito greco di Persefone che, dopo il suo rapimento per opera di Ade, non potrà più tornare alla sua vita precedente, ma otterrà di trascorrere sei mesi nell’oltretomba con il suo sposo e sei mesi accanto alla madre Demetra, nel mondo dei vivi. Persefone farà rifiorire e rinascere ogni anno il suolo proprio nel suo passaggio primaverile sulla Terra. Persefone, nell’oltretomba, dopo il rapimento di Ade, aveva assaggiato un melograno, colpa grave, in quanto la legge degli inferi impone che, chiunque mangi un frutto di questo regno, non possa poi mai più tornare in vita. Persefone, però, ne aveva mangiato solamente una parte, quindi gli dei furono indulgenti e benevoli con lei, lasciandola negli inferi solamente per i mesi corrispondenti al numero dei semi del frutto che ella aveva inghiottito, appunto sei. Il mito di Persefone, in particolare, ci aiuta anche a compiere una lettura astrologica più consapevole del pianeta Plutone (Ade, appunto per i greci). Ade/Plutone prese Persefone con la forza e questo stupro rappresenta simbolicamente una sessualità intensa e irrefrenabile, violenta, che mostra i nostri istinti più profondi e potenti. Essi, anche se censurati e relegati nel nostro inconscio, esistono e Plutone nel nostro tema natale indica come li affrontiamo (segno), dove li esprimiamo (casa) e in che modi essi si manifestano (aspetti del pianeta). Persefone, dea virginale e primaverile sulla Terra, nel mondo dei morti vive la sua sessualità più adulta, realizzando nel contempo anche quel taglio del cordone ombelicale con la madre che è a tutti noi necessario. Quello stesso cordone ombelicale che dà vita e ossigeno ma che, in alcuni casi, può anche strangolare. Persefone vive un’esperienza crudele, il suo rapimento e la propria profanazione, ma tale atto è in qualche modo necessario e segretamente anche desiderato.

Queste intense pulsioni che emergono dal profondo e dall’inconscio sono presenti in tutti noi. Esse non sono mai gestibili dalla nostra coscienza, tantomeno sono cancellabili dalle  regole morali e religiose della nostra epoca. Seppur inconsce, esse esistono, che questo ci piaccia o meno. Per questo i transiti e le progressioni di Plutone sui punti del nostro tema natale operano sempre trasformazioni definitive e per questa loro ineluttabilità possiamo facilmente affiancare a Plutone il concetto di destino (ma anche quello di destinazione, ovviamente).

Come nel mito di Persefone, quando entriamo in contatto con Plutone abbiamo la necessità di trasformarci, di perdere parti di noi stessi per guadagnarne altre, morire per rinascere, trasformandoci profondamente. Ciò che muore di noi dopo un passaggio, un transito di Plutone, sarà simbolicamente morto per sempre. A differenza delle crisi di Saturno o di Urano, in cui pur maturando o rinnovandoci, possiamo poi raccogliere, almeno in parte, i cocci di quanto è andato perduto, dopo un passaggio di Plutone non sarà possibile farlo. Esso nel suo lentissimo movimento (il pianeta ha bisogno di 248 anni per compiere l’intero percorso dei dodici segni) è come una sorta di tritasassi, dal passo quasi invisibile per la sua lentezza, ma il cui passaggio è inesorabile. Tutto questo, spesso si esprime in senso sia simbolico, sia psichico, soprattutto se i suoi transiti partono da case quali l’ottava o la dodicesima. Ricordiamo comunque che Ade è il signore degli inferi, ma anche delle ricchezze e, quindi, spesso la trasformazione e il dolore che ci impone saranno ricompensati da importanti doni.

Nella lettura di un tema natale è particolarmente importante se la Luna entra in aspetto con Plutone. Il nostro archetipo materno, in questo caso, si colorerà di una netta valenza plutoniana. Se gli aspetti sono disarmonici (quadratura, opposizione, ma in questo caso spesso anche congiunzione) ci sarà bisogno di accettare e imparare ad elaborare nel corso della vita la nostra rabbia, in modo da viverla nel modo corretto, senza proiettarla sugli altri e senza renderla distruttiva nelle nostre relazioni più strette. Ricordo che la Luna in un tema natale descrive l’infanzia e la figura materna, non in senso biografico, ma come noi l’abbiamo percepita (appunto, l’archetipo materno). Luna/Plutone descrivono, nello specifico, un archetipo complesso e spesso violento e distruttivo. La madre potrebbe essere stata percepita, da chi ha questi aspetti, come soffocante e dominante. L’aspetto descrive anche madri che legano a sé i propri figli in maniera sottile, ma efficace e manipolatrice. Spesso, più è cupo il nostro archetipo materno più temiamo il destino. Potremmo compiere analisi simili per ogni punto del nostro tema natale in cui Plutone incontra per aspetto un nostro pianeta personale. In sintesi, possiamo dire che il pianeta coinvolto sarà sempre colorato di valenze plutoniane che, come visto, parlano di forze inconsce su cui non abbiamo alcun potere di controllo.

Nelle sinastrie di coppia con un Plutone importante, così come nel caso in cui il pianeta si collochi in settima casa nel nostro tema natale, vivremo relazioni estremamente intense ed appassionate, anche sul piano sessuale, in cui però prima o poi faranno il loro ingresso temi plutoniani quali giochi di potere, manipolazione, tradimento, crisi. Ogni tema ha la sua vita e la sua storia, qualcuno saprà conviverci, magari venendone anche stimolato, per qualcun’altro, invece, sarà difficilissimo farlo. Come sempre, infatti, il singolo aspetto astrologico ha un ruolo relativo, in quanto esso va sempre collocato ed interpretato nell’insieme, sempre unico, del tema natale.

Per concludere, il concetto di oltretomba appare ricchissimo, direi inesauribile, capace di aprire innumerevoli vie di studio in chiave antropologica, astrologica e mitologica. Essendoci occupati molto dell’aspetto femminile nei viaggi nell’oltretomba vorrei ricordare almeno due figure maschili, la prima, ovviamente, è quella di Dante che, nella Divina commedia, discende all’inferno con Virgilio, compiendo un viaggio profondissimo nella mente e nella psiche umana, secoli prima che essa venisse teorizzata ed analizzata dalla psicanalisi. Di Virgilio stesso citiamo poi il suo ultimo poema, che vuole cantare le grandezze di Roma attraverso quelle di Enea, in cui descrive proprio la discesa agli Inferi dell’eroe romano. Enea, con l’aiuto di Sibilla, quando è proprio all’ingresso dell’oltretomba scorge alcune tane, buie e paurose. Esse ospitano le personificazioni mostruose dei mali che terrorizzano da sempre l’essere umano, popolandone gli incubi notturni. Infine, un piccolo gioiello artistico, Il tuffatore di Paestum (480-470 a. C.), la cui bellissima ed elegante figura è colta nel momento in cui, superate le colonne d’Ercole, limite simbolico della conoscenza umana e della coscienza, egli si getta con sicurezza nel mare dell’aldilà, verso uno stato di coscienza inaccessibile ai viventi.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com
Cell. 371 4280639

 

Bibliografia
Liz Greene, Astrologia e destino, Armenia editore, 2004.
Vicki Noble, Il risveglio della dea, tea edizioni, 2006.
Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, Oscar Mondadori edizioni, 2016.
Enciclopedia online Treccani, www.treccani.it.