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Il dolore che non parla imprigiona il cuore e lo fa schiantare | Elena Londero

“Il dolore che non parla imprigiona il cuore e lo fa schiantare”
Macbeth, atto IV, scena III

Il tema del dolore è sempre un argomento delicato che spesso, nel corso della nostra vita, si lega a quello del lutto o della separazione da qualcuno o qualcosa di molto amato. Per lutto, in particolare, intendo sia quello legato alla vera e propria scomparsa di una persona cara, sia il senso di perdita che può seguire a un divorzio, un aborto, la perdita di una casa, di un lavoro. Sono situazioni molto diverse fra loro, che però innescano meccanismi psichici simili, che ci riportano alle dinamiche di attaccamento/separazione vissute nella nostra primissima infanzia. È in quel periodo, infatti, che attiviamo alcuni importanti modelli base di comportamento, che poi andranno a influenzare ogni distacco che dovremo affrontare nel corso della nostra vita. L’analisi della Luna e di Venere, come vedremo, ci fornirà indicazioni preziose per comprendere come una persona vivrà, nel corso della sua esistenza, queste esperienze di separazione.

Già Freud nel 1917, in Lutto e Melanconia aveva ipotizzato come alla base di vari disturbi psichici (fra cui la depressione e il senso di angoscia) vi fossero, spesso, lutti patologici pregressi non superati ed elaborati. Per Freud il lutto “ha un preciso compito psichico da svolgere, la sua funzione infatti è separare i ricordi e le speranze di colui che è sopravvissuto dalla persona deceduta”. Inizialmente vi è solo il grande vuoto lasciato dall’oggetto d’amore scomparso e, per questo, il mondo appare irrimediabilmente impoverito e nulla appare più, agli occhi di chi è rimasto, come prima. La melanconia forse è ancora peggiore, perchè è un lutto continuo, mai superato, che impoverisce non il mondo esterno, ma lo stesso Io del soggetto, che ne viene svuotato. La depressione è una possibile conseguenza del lutto, vista spesso da Freud come un’ostinata ribellione all’elaborazione della perdita, un rifiuto di guarigione nel tentativo di trattenere a sè quanto perso.

Melanie Klein, nel 1957, in Invidia e solitudine passa dal primato della pulsione a quello delle relazioni d’oggetto. La psicanalista austriaca ha teorizzato, infatti, come tutti noi, attraverso il primo rapporto che instauriamo con la madre, sviluppiamo competenze emozionali che saranno alla base della nostra struttura psichica adulta. La Klein, nella sua distinzione tra seno buono/seno cattivo (aggiungerei Luna bianca, Luna nera), definisce come centrale il momento in cui il bambino vive le prime negazioni ai suoi bisogni e desideri. Ciò avviene attraverso il distacco dalla madre, che ogni tanto non è a sua completa disposizione. Primo nucleo di un processo di separazione che, pur innescando rabbia e frustrazione, è sano e serve sia a superare le iniziali fasi narcisistiche della personalità, sia a imparare ad elaborare il senso di perdita e la correlata mancanza di controllo sulla realtà che ci circonda.

Fondamentale anche la successiva Teoria dell’attaccamento, formulata nel 1969 da John Bowlby. La figura primaria di attaccamento dovrebbe sempre essere una base sicura, stabile, amorevole su cui costruire la personalità adulta. Per Bowlby la sequenza di reazioni del bambino di fronte al distacco della madre – protesta, disperazione, distacco, riorganizzazione – è riscontrabile anche in tutte le fasi del lutto e della separazione. Bowlby classifica quattro diverse risposte di attaccamento primario:

– attaccamento sicuro (per esempio, il bambino si separa dalla mamma in maniera tranquilla, è sereno, quando lei rientra è felice di vederla e coinvolgerla in quello che sta facendo)

– attaccamento insicuro evitante (se la mamma esce o rientra il bambino mostra indifferenza, non la guarda, non interrompe quello che sta facendo anche se in realtà è molto attento a tutti i suoi
movimenti)

– attaccamento insicuro ambivalente (il bambino si agita se la mamma esce, quando rientra piange o sembra inconsolabile)

– attaccamento disorganizzato (il bambino ha vere e proprie reazioni disorganizzate se la mamma esce, si getta a terra, si mette in un angolo, è rigido)

 

Il comportamento di attaccamento è innato e istintivo in ognuno di noi. Come accade anche in astrologia per l’analisi della Luna e dell’archetipo materno, anche per la figura di attaccamento non vi è una necessaria identificazione con la madre biologica. Figura di attaccamento è colei, o colui, che offre senso di amore, calore e protezione al bambino. Soddisfando, in questo modo, un bisogno di sicurezza necessaria a garantire la propria sopravvivenza. In questo vi è una distinzione importante fra la Luna e Venere, in quanto solo la prima simboleggia i bisogni primari,
fondamentali alla vita stessa.

 

La Luna indica anche l’amore incondizionato che, se ricevuto nel modo giusto e ben integrato psichicamente, ci potrà donare una solida fiducia nella vita e una percezione positiva e benefica
degli altri. Dalle relazioni non ci aspetteremo, dunque, sofferenza o freddezza, ma amore e fiducia. Sarà questa piattaforma di benessere interiore a farci superare anche i momenti di dolore e di separazioni cui andremo, come tutti, inevitabilmente incontro. Una bella Luna è un filtro tra noi e il mondo esterno che, in base alle sue modalità, ci farà vedere un mondo più o meno colorato o più o meno a tinte fosche.

Il terapeuta e psichiatra infantile John Byng-Hall ha arricchito ulteriormente questo genere di studi analizzando, invece, il ruolo della famiglia nel vivere il lutto e i cambiamenti che esso genera a livello non individuale, ma di gruppo (Le trame della famiglia, 1998). Quando muore qualcuno si crea un vuoto doloroso ed è necessario, inevitabilmente, superare a quel punto il vecchio script familiare, per elaborarne nel tempo uno nuovo. Lo script è un vero e proprio copione, in cui sono scritte le aspettative familiari per il futuro, i ruoli assegnati ad ognuno, i compiti, i mandati. Dopo un lutto, che è sempre uno degli eventi più critici e gravi per la vita di una famiglia, lo script va, inevitabilmente, rivisitato e aggiornato.

Elaborare un lutto a livello familiare, e non solo individuale, può essere molto utile. Riuscire a non rimanere soli ma a compattarsi, a unirsi, aiuta a confortarsi reciprocamente, anche se magari solo temporaneamente. In questa fase la famiglia si dovrebbe anche allargare agli amici e a tutte le relazioni belle e profonde che ognuno possiede, al di là dei legami “ufficiali” o di sangue.

Ovviamente, il percorso è molto diverso se a mancare è stato un membro anziano della famiglia, o se invece la perdita riguarda una persona giovane. Nel primo caso, si dovrà imparare a viverne l’assenza onorandone e mantenendone viva la memoria e il ricordo. Nel secondo caso, invece, la perdita è profondamente traumatica e destabilizzante, in quanto chi è venuto a mancare rappresentava il futuro stesso del sistema. Le morti tragiche o premature, in astrogenealogia sono fra quelle su cui più spesso il dolore si blocca, si pietrifica e, non venendo elaborato, viene in qualche modo trasmesso ai discendenti. I lutti irrisolti del passato familiare possono essere segnalati, per esempio, da Plutone in aspetto ai luminari o ai personali, o in ottava/quarta/ dodicesima casa.

Per quanto riguarda, invece, l’elaborazione del lutto sono stati fondamentali autori quali Johan Cullberg e Elisabeth Kubler-Ross. La psichiatra svizzera ha elaborato una curva dell’elaborazione del lutto basata su alcune fasi precise, che vanno dalla negazione iniziale all’evento, sino all’accettazione di quanto accaduto. Johan Cullberg invece ha sintetizzato tre principali fasi del lutto, quella dello shock, della reazione e, infine, dell’elaborazione.

Critico, invece, nei confronti di questi approcci a fasi – visti come eccessivamente passivi – è stato William Worden, che invece ha elaborato, un modello a compiti, che responsabilizza nei confronti del proprio stesso dolore chi ha subito una perdita. Un percorso che porta prima ad accettare la realtà della perdita, elaborando dolore tristezza. Arrivando poi a ricordare e rimpiangere la persona scomparsa, riuscendo a trovargli, infine, un nuovo posto nel sistema emozionalefamiliare, riprendendo nel contempo a vivere. A volte, tutto fallisce e la perdita diventa tale da scivolare nel lutto patologico, che per risolversi necessita di un supporto terapeutico. Ci sono dei fattori di rischio precisi che predispongono a questa condizione così complessa e dolorosa:

– le circostanze in cui è avvenuta la morte (ad esempio, per atto violento, suicidio, auto pirata…)

– l’età del defunto

– Il tipo di relazione e legame con la persona deceduta (perdere qualcuno che si amava ma con cui si era in conflitto, o si aveva litigato senza aver avuto il tempo di avere un chiarimento, può
appesantire molto un lutto, scatenando anche profondi sensi di colpa)

– condizione ed età del superstite (ad esempio un anziano che perde la compagna di una vita)

– caratteristiche del superstite (se soffre già di depressione, di scarsa autostima, se dipendeva socialmente o economicamente dal defunto)

– conseguenze della morte (che magari generano profonde preoccupazioni, magari per il pagamento di debiti, o conflitti che si aprono nel sistema familiare per lasciti testamentari).

 

Astrologicamente tutto questo è impossibile da tradurre in regole interpretative precise, valide per tutti. La lettura che vale per un tema natale non ha alcun senso per un altro. Ogni tema, infatti, è
unico e inscindibile. Ancor più prudenza è necessaria di fronte a temi cosa delicati. La Luna, come visto, è un importante indicatore del nostro archetipo materno, del clima che
abbiamo percepito alla nostra nascita (in questo anche l’ascendente offre indicazioni). Attraverso l’analisi della Luna andremo dunque a leggere il livello di rassicurazione ricevuta e che, ben
integrata, ci consente di elaborare l’esperienza del distacco. Venere, invece, è un indicatore delle nostre relazioni affettive, archetipo di quella separazione che, vissuta nel modo corretto, ci rende sicuri di noi stessi, autonomi e con un buon livello di autostima. Lesioni di Venere indicano insicurezze, che possono condurre a dipendenza affettiva o all’incapacità di recidere legami, anche quando magari sono evidentemente finiti o esauriti.

Questo, ovviamente, può complicare un eventuale lutto.
Luna e Venere quindi descrivono quanto ci sentiamo degni d’amore e sicuri di noi a livello affettivo e relazionale. Due fattori fondamentali per superare il dolore della perdita. Sicuramente, parlando di lutto ci viene in mente anche Saturno. Con le sue valenze privative e separative ci conduce alla crescita, attraverso l’accettazione dei nostri limiti. Saturno ci pone, senza troppi indugi, di fronte alla realtà. Dico questo con valenza neutra, in quanto ciò può poi essere vissuto dal singolo come un’ottima occasione o come una persecuzione del destino.

Anche Nettuno può simboleggiare un periodo di lutto, a differenza di Saturno qui ci sarà più il distacco o l’alienazione dal reale, vissuta attraverso l’annullamento di forme e di certezze. Questa assenza di confini in un momento di dolore può farci mancare il terreno sotto ai piedi, renderci incapaci di sapere con esattezza che direzione dare alla nostra vita o, anche, che senso essa abbia. Perdere qualcuno sotto un transito di Nettuno può portarci a vivere momenti di angoscia esistenziale, depressione, senso di colpa. Può, però, anche aprirci a una spiritualità intensa e forte, capace di darci un profondo conforto e facendoci magari sentire ancora vicini e connessi a chi non è più fisicamente accanto a noi.

Infine Plutone, che opera la divisione fra ciò che sta sopra, alla vita e alla coscienza, e ciò che si pone al disotto di tutto questo. Quando lo strappo della perdita trascina in questi territori, così profondi e intangibili, l’essere umano non può che confrontarsi con le sue paure, scoprendo parti di sè solitamente celate e inaccessibili.

 

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com