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ASTROLOGIAPsicologia del profondo

La psicogenealogia: un rito di appartenenza

Alessandra Rossati, astrologa e coach professionista, è nata e risiede a Torino, città in cui si é diplomata all’Accademia di Belle Arti e in cui successivamente si é formata in Psicogenealogia, Costellazioni psicogenealogiche e Astrologia. Nasce con un potente stellium in dodicesima Casa che indirizza, fin dalla giovane età, i suoi studi in ambito artistico e umanistico. Specializzata negli strumenti del Genosociogramma, degli Atti riparatori e delle Costellazioni familiari, ha sviluppato un suo particolare orientamento di analisi del tema natale. Da anni si dedica alla ricerca di ciò che anima la coesione della vita familiare e relazionale. 

La psicogenealogia: scoprire la trama del tuo romanzo

 

“La vita di ciascuno di noi é un romanzo”.

Inizia proprio così il saggio di Anne Ancelin Schützenberger “La sindrome degli antenati”. Ho scelto di soffermarmi proprio su queste sue parole che introducono magistralmente, nella loro essenzialità, l’elemento a mio avviso portante di ciò che costituisce il lavoro transgenerazionale, ovvero il valore terapeutico della narrazione.

Sì, perché a differenza di una compilazione anagrafico storica, il lavoro sull’albero genealogico in chiave psicogenealogica consiste proprio nel conferirgli drammacità e si tratta a tutti gli effetti di una rappresentazione sociometrico-affettiva.

Il grafico diviene un palco vivo, in cui tutti coloro che sono importanti, dai parenti di sangue in senso più stretto alle relazioni che per il richiedente sono state focali compresi gli animali amati, sono presenti con pari diritto e dignità.

Si tratta quindi non solo di nominare gli eventi e incasellarli, ma di rivisitarli, ricollocarli all’interno del proprio spazio emotivo, affettivo e immaginativo, ricollocando anche se stessi all’interno della trama.

La famiglia, in quanto micro sistema sociale, con le sue complessità e implicazioni, é stata oggetto di studio di psicoterapeuti sistemici come Gregory Bateson e Carl Rogers della scuola di Palo Alto, per Jacob Levi Moreno è stata la base del suo Psicodramma, Ivan Boszormenyi-Nagi  ha approfondito il tema alla ricerca delle lealtà invisibili, Rupert Sheldrake ha scoperto l’esistenza dei campi morfici.

In che cosa consiste la ricerca psicogeneaologica?

L’insieme delle operazioni preliminari consiste nella raccolta del maggior numero di informazioni sugli eventi che costituiscono l’intelaiatura della storia che ci accingiamo a ricostruire, come ripetizioni di date di nascita, nomi, matrimoni, separazioni, lutti (sindrome da ricorrenza); ma anche emigrazioni, vicende lavorative, successi e insuccessi economici, variazioni di status sociale (nevrosi di classe), malattie, scandali e traumi (segreti di famiglia) che possono aver coinvolto tutti i componenti di un sistema.

Si procede col redigerne l’effige attraverso il genosociogramma, un albero genealogico commentato sul quale si riportano graficamente almeno tre generazioni di ascendenti, il consultante e tutti i soggetti con i quali ha intrecciato rapporti significativi; questi vengono rappresentati attraverso simboli (convenzioni grafiche) quali ad esempio il cerchio per il sesso femminile, il triangolo per il sesso maschile (anche se i medici pare preferiscano il quadrato).

La qualità della relazione viene invece segnalata attraverso linee di collegamento di diversa continuità (il doppio tratto indica ad esempio un matrimonio, un solo tratto semplice un’unione di fatto…).

Alcuni approcci consentono l’impiego di colori diversi per le linee come indicatori della natura sentimentale che caratterizza il legame.

Il lavoro sul grafico, per quanto possa di primo acchito far pensare a un approccio prevalentemente tecnico, é lo strumento che fornisce a chi accompagna l’indagine la possibilità di individuare i cosiddetti lapsus grafici, ovvero quei messaggi non mediati dalla parte razionale e riprodotti “involontariamente” dalla mano del richiedente; elementi preziosissimi e che costituiscono un accesso privilegiato al linguaggio simbolico il quale, appartenendo all’inconscio, si esplica attraverso immagini e metafore.

Ascoltando le immaginazioni spontanee dei suoi pazienti e i loro sogni Jung si accorge di trovare spesso delle figure, delle situazioni, delle scene che si ripetono e che sono le stesse che si trovano nella mitologia, nelle favole, nei racconti di paesi e culture differenti.
(Maura S. Ravizza, “Jung, Psicogenealogia e Costellazioni familiari”, pag.29) 

L’ipotesi su cui si basa l’indagine affonda le radici nella teoria di un inconscio collettivo di cui già Sigmund Freud fa menzione: “L’eredità arcaica degli uomini non abbraccia solo disposizioni ma anche contenuti, tracce mnestiche di ciò che fu vissuto da generazioni precedenti”. (Freud, “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”)

Carl Gustav Jung proseguirà ed estenderà l’intuizione del maestro, ponendo l’attenzione sulle sincronicità e su quello che lui stesso battezzò “inconscio collettivo”, formulando l’ipotesi che la psiche umana non si formi solo a partire alla nascita, ma che siano introdotte anche strutture congenite, gli archetipi i quali, all’interno del lavoro transgenerazionale, saranno presenti nella forma di immagini, miti, codici di comportamento ereditati, consci e inconsci.

Molto interessante, in merito alla ricerca di quello che si definisce “il mito familiare”, ovvero una credenza cardine su cui si reggono gli equilibri del clan, é il lavoro sul blasone familiare, uno degli “oggetti fluttuanti” (Philippe Caillé) inteso come azione o oggetto intermediario tra conscio e inconscio familiare e che consiste in un’elaborazione di immagini e parole (la scrittura ne facilita la sintesi logica), suddivise in quadranti che rappresentano, in ordine, lo status attuale all’interno della famiglia, come questa si relaziona al passato, al presente e al futuro, aprendo una dimensione spazio/tempo di connessione simultanea dell’intreccio emozionale.

Il funzionamento dell’inconscio e della memoria sembrano sfuggire alle convenzioni e mostrarci legami longitudinali nel tempo e nello spazio che sfuggono a qualsiasi spiegazione razionale.
(A.A. Schützenberger)

Rivestono particolare rilievo all’interno di questo processo le sincronicità, che in termini junghiani é possibile definire come connessioni significative, non attribuibili al nesso di causa-effetto tra un avvenimento esterno e uno interno e, come sostiene Marie-Louise von Franz, tali eventi sono spesso riconducibili all’attivazione di un archetipo.

Di connessioni é costituita anche la narrazione stessa; raccontare la propria storia ha già in sé un valore terapeutico. Ricostruire e rielaborare le relazioni includendovi anche persone che non si sono potute conoscere direttamente equivale a prendere parte intimamente alla realizzazione di una re-ligio come rito di appartenenza.

Se immaginiamo una casa quale luogo metaforico della storia di una dinastia, potremmo dire che i muri che la costituiscono sono porosi; riecheggiano reminiscenze che cercano espressione.

Onorare chi ci ha preceduti equivale a onorare se stessi e risponde al profondo bisogno umano di ricerca di senso.

Ma quando di un lontano passato non rimane più nulla […] più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere […], a sorreggere senza tremare – loro, goccioline quasi impalpabili – l’immenso edificio del ricordo.
(Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”)   


 

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