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ASTROLOGIAPsicologia del profondo

Madri che amano troppo | Antonella Aloi

Esiste una categoria di madri che noi donne conosciamo molto bene.

Per qualche strana ragione sono le madri di molti uomini. Il titolo di queste righe è “Madri che amano troppo” perché, apparentemente, sono mosse da un amore smisurato.

Sono quelle madri che proteggono i loro figli fino allo sfinimento, li difendono anche quando hanno torto marcio, scoraggiano ogni loro tentativo di indipendenza materiale, morale, intellettuale, sentimentale, emozionale.

Sono quelle madri che diventano nemiche giurate delle nuore, considerate loro rivali nel nutrire, coccolare e vezzeggiare il loro figlio, l’oggetto del loro amore (spesso l’unico, mariti non pervenuti).

Tantissime di noi spesso le fiutano prima ancora di conoscerle, perché viviamo tutti i giorni col prodotto di questo amore smisurato: il nostro partner. Vediamo queste coccole continue dietro la sua incapacità di aggiustarsi il letto al mattino, rammendarsi un calzino, decidere che cosa fare nel fine settimana, oppure se fare un figlio.

Diciamocelo francamente: la maternità, nel nostro Belpaese, è un concetto quanto mai sopravvalutato, incensato ed edulcorato.
La mamma è mamma e non si tocca.
La mamma è sempre buona, gentile, accogliente.
I figli appartengono alla mamma.
E via elencando luoghi comuni così radicati da scorrerci nelle vene.

Così da partner veniamo magari “promosse” al ruolo di mamme vicarie. Partono i paragoni, le gare sullo sformato più buono, la parola più dolce, la coccola più efficace. Se anche noi siamo state cresciute col programma “brava mammina” ci caschiamo con tutte le scarpe.
Entriamo ovviamente in competizione, assecondando il nostro compagno in tutto e per tutto.

E se, per ipotesi, qualcosa nel nostro microchip interno perfettamente progettato sulla carta dell’educazione culturale è andato storto, cominciamo a tirare fuori una rabbia mai vista.
A ribellarci.
A pretendere di avere accanto una persona adulta e non un bambolotto da dirigere, un Cicciobello al quale dare il biberon (o la tetta) a orario. Ed è allora che mettiamo in scena un aspetto del femminile (o meglio, dell’essere donna) censurato e demonizzato nel vero senso della parola: siamo donne anche quando ci arrabbiamo. Anche quando non ci stiamo ad alimentare una mentalità patriarcale fatta di giochi di potere, vivendo un matriarcato deforme per sete d’amore che possiamo incontrare in diverse realtà italiane. Eppure anche in quel caso, nel quale la donna, regina della casa e del focolare domestico, ha la responsabilità di “gestire” ciò che il modello patriarcale le assegna come ruolo, sempre di patriarcato si tratta, seppur presentato in veste differente e con il femminile apparentemente “al centro”.

Siamo donne anche da arrabbiate senza per questo utilizzare un attributo maschile: se ci arrabbiamo, o facciamo valere le nostre idee, non siamo “falliche”. Siamo umane e a contatto con una delle emozioni umane culturalmente più represse: la rabbia.

Ormai in molti casi il danno è fatto: non resta che fuggire. La percentuale di donne cinquantenni single per scelta aumenta di giorno in giorno. In circostanze differenti, invece, il conflitto può diventare il motore di un cambiamento per la coppia. Può generare un nuovo modo di essere e pensare da cui l’intera collettività può trarre vantaggio.

Che fare, dunque?

Iniziare, ad esempi, a non prendersela con la mamma-tiranna, smascherando semmai il ricatto e la sete di potere dietro la richiesta famelica e continua d’amore.

Forse non occorre neppure invocare un ritorno in auge della figura paterna, pure presente in un bellissimo saggio di Luigi Zoja dal titolo “Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre” .

Quel che occorre, invece, è recuperare la presenza e il coraggio di esserci, fino in fondo, con il nostro essere adulte e responsabili. Occorre incontrarsi senza avere la pretesa di cambiare l’altro, ma agendo sempre e solo su noi stesse, perché siamo le uniche sulle quali abbiamo un reale potere (almeno fino a un certo punto).

Se siamo madri, abbiamo il compito di scendere a patti col nostro essere madri sufficientemente buone (sia benedetto lo psichiatra Donald Winnicott per aver coniato questa definizione).

Non di certo perfette.

Occorre imparare a percepire fin dentro le ossa se è il caso di andare o di restare. In una coppia, in una famiglia, in un lavoro.

Andare sempre verso ciò che ci nutre e che (attenzione) possiamo nutrire senza essere fagocitate a nostra volta.

Antonella Aloi

Antonella Aloi è laureata in Scienze della Comunicazione e in Psicologia ed è Supervisor Counselor. Assieme ad Anna Maria Morsucci ha scritto per Lo Scarabeo il manuale “I Tarocchi Marsigliesi per tutti”.  Usa l’arte e la simbologia come strumenti per attivare l’immaginazione in sé e negli altri.

I siti di riferimento, attraverso i quali è possibile prendere contatto con lei, sono:

Scuola di Counseling Umanistico
Il valore del Femminile