EditorialePsicologiaMedusa: “Ma non è una dea carina!”

Redazione TheSun Astrology Redazione TheSun AstrologyAgosto 14, 202037825 min

Al ballo in maschera per la “23° Goddess Conference il mio costume da Medusa ha ricevuto molte reazioni.

Una su tutte mi ha molto colpito: “Ma Medusa non è una dea molto carina!”.
La parola per carina era “nice”.

Credo che questa frase offra la possibilità di mettere il dito su uno dei più persistenti stereotipi sul sacro femminino. La “Dea” che deve essere per forza “carina” è precisamente la Medusa decapitata.

E questo mi ha fatto nascere una riflessione … Il sacro femminino come solo dolce, vulnerabile e accogliente, fertile e nutriente che in realtà è un sacro femminino mutilato. Decapitato.

Ma la sua potenza pre-patriarcale era nel suo rappresentare inscindibilmente la trasformazione e tutte le fasi del ciclo dell’esistenza. Compreso il rifiuto, la decadenza, la morte, la sterilità, la sfida (rimasta in molte fiabe, ma negativizzata nella figura della strega).

Ma c’è di più. Lontano dagli ottecenteschi ideali di donna “eterea”, che ha l’utilitaristico compito di elevare l’uomo, messaggio ancora in voga nei meme che parlano del fantomatico “compito della donna” di “insegnare all’uomo ad amare”, la Grande Madre è anche terrigna, passionale, animalesca, radicata, potente… e di una potenza che coincide con tutta l’esistenza di questo mondo, ma che trascende nel perpetuare il miracolo dell’intera creazione. Vita e Morte contenuti in un unico simbolo. Concetti diversissimi dalla narrazione patriarcale che ancora oggi molti continuano a confermare.

La paura di Medusa è ancora viva. Nei cerchi c’è chi si ostina a dipingere quel femminile solo come accogliente, perpetuando una visione parziale e stereotipata e facendo così violenza alla complessità e completezza della nostra (di tutti/e!) natura. Ed è una paura così presente che crea indignazione nel momento in cui si propone un immagine della “Dea” non solo glitter e arcobaleno. Non carina. Magari terrifica.

La paura dei lati meno domabili, della nostra natura selvaggia, è cosi reale che la donna solare, la serpentessa, nel suo sano archetipo di regina che sa sostare nei suoi sì e no autentici è spesso trattata con aggressività negli stessi cerchi in cui appare. Un’aggressività che parla del persistere di una ferita antica: quella della decapitazione di Medusa e di cosa, da allora, ha dovuto diventare il “femminile” per essere accettato (perché quel gesto rappresenta anche l’ormai avvenuta scissione tra femminile e maschile, prima tutt’uno nella Madre Primordiale).

Ma di riflesso anche il “maschile” ne è uscito mutilato.

Il maschile sano non è Perseo decapitatore.

Il maschile sano non necessita di decapitare perché è, lo ripeto ancora, parte della stessa natura della Matrix originaria. Decapita chi, portando le lenti di un potere distorto, non ha saputo capire e ha letto separazione laddove c’era unità. Perché portatore di pensiero di separazione.

Medusa deve tornare a essere narrata per intero.
La Dea deve tornare a essere rappresentata in tutti i suoi aspetti.
E come lei, anche tutte le altre.

E oltre a narrare, occorre integrare con l’esperienza. Perché la comprensione di Lei va ben oltre le parole e la mente.

“Ehi, ragazza! Attenzione a non leggere con superficialità miti antichi”.

Poco dopo aver pubblicato su Facebook la prima parte di questo articolo, è nata una bella discussione fin quando, nei commenti, è apparso un consiglio più che un parere.

“Occhio a non leggere con superficialità i miti antichi!”

Già!

Ottimo monito.
Lo conosco molto bene, peccato però che nella mia vita mi sia stato rivolto sempre per screditare quanto avevo da dire più che intavolare una vera e proficua discussione.

Permettetemi un preambolo.

Ho una laurea umanistica con lode in un settore psicopedagogico con una tesi sul potere di creare “realtà” attraverso la narrazione (tesi affatto bella, lo ammetto, osservandola con i miei occhi di oggi, ma quantomeno mi diede occasione di leggere molte fonti).

Per dire: conosco discretamente bene l’esistenza di moltissime interpretazioni in chiave psicologica delle figure mitologiche. Partii da questo anche io.

Ma da quel momento in poi la mia strada è stata ancora lunga per arrivare dove sono ora. E piena di crisi.

Ieri il mio post di Medusa ha sollevato immancabilmente l’argomento.

Ho cancellato il commento per sbaglio nel tentativo di bloccare una conversazione già partita male e quindi, per me, senza utilità.

Ma si diceva, sostanzialmente, quanto indicato nell’incipit del post, seppur in modo più … colorito.

Già, perché in questi casi ci sono delle premesse date per scontato da chi contesta che non possono portare a nulla di buono:

  • che io non sia a conoscenza di queste interpretazioni psico-analitiche;
  • che i miti abbiano solo quel livello di lettura lì, “l’unico vero profondo”® oltre il quale tutto è superficie;
  • che quella tesi è già data per unica vera e possibile e quindi indiscutibile;e la più bella di tutte:
  • che non ci sia alcun riferimento al maschile e al femminile (questa cosa la sento ripetere come un mantra).

La conosco, grazie.
Ma non sono assolutamente d’accordo.

Ed ecco quindi le mie, di premesse (cerco di dirlo semplice):

  1. Ogni storia, ogni mito, ogni racconto anche moderno tocca sempre molti livelli. Non esiste “quello è il suo vero significato e il resto è superficie”.
  2. L’attività umana del “dare significati” è illimitata. Ergo, qualsiasi cosa può essere letta in qualsiasi modo, ma qualsiasi proprio. Perché il simbolo richiama significato.
    Ma il significato cambia: una croce vista nell’età della pietra evocava il sole, la stessa croce vista oggi richiama probabilmente tutto il corpus di significato cristiano.
  3. Quindi, anche il contestualizzare è d’obbligo.
  4. I miti sono significativi per la cultura che li ha prodotti.

Torniamo al tema “immagini che abbiamo adottato per descrivere la psiche”. E pensiamo in contemporanea che non esiste solo la cultura e il sistema di significati occidentale.

Non c’è nulla di neutro.

Ad esempio.

Se una ricercatrice importante in ambito junghiano come Antonella Adorisio sta con passione mettendo in discussione l’associazione solare/maschile come forza psichica spiegando, ad esempio, perché ci fu ad un certo punto della storia l’abbinamento tra solare e maschile (elencando le conseguenze concrete che deriverebbero nel riprendere una dimensione del solare anche femminile e del lunare anche maschile) … eh! Capiamo che c’è tutto un settore di ricerca spesso ignorato da chi sposa queste critiche.

Esattamente il settore di ricerca che interessa me.

Per comprendere il ragionamento che propongo, in caso non si sappia nulla di questi temi, occorre avere chiaro:

  1. il concetto di intelligenza analogica e cosa ha comportato il passaggio al primato della logica, e della sola astrazione mentale;
  2. lo studio di una simbologia più antica di quella ellenica;
  3. che siamo esseri culturali: tanto di ciò che crediamo neutro e naturale è in realtà creazione di questo nostro preciso mondo;
  4. che esistono culture dove questi significati non stanno in piedi. Se studiassimo aspetti psichici, ma anche biologici, delle persone appartenenti a queste culture credo ne vedremmo delle belle. Non vedo l’ora si decida di farlo;
  5. che, quindi, il cervello è plastico, al punto da spingere uno scienziato come Robert Sapolsky a dire nero su bianco che non è possibile tirare una linea netta tra la fine della biologia e l’inizio della cultura. Sono intrinsecamente legate;
  6. che è un po’ che si studia l’effetto delle narrazioni sui comportamenti e ruoli di genere (e no, una volta per tutte… non sono “studi di quelle femministe brutte e cattive che hanno l’obiettivo di soggiogare l’uomo”).

E soprattutto: il credere che “siano solo simboli o energie senza reali effetti su chi incarna un genere o l’altro” è spesso (ma non sempre eh, viene detto anche in buona fede da gente che fa cerchi) una roccaforte dietro cui si trincera chi indossa lenti ostili nei confronti di quegli studi malauguratamente definiti “femminili”. Malauguratamente perché riguardano tutti, e non sono solo “roba da donne”.

Una cosa su cui sono tornata più e più volte, e sulla quale ancora tornerò, è che ogni diavolo di narrazione ha effetti su tutti i livelli senza bisogno di scindere tra “profondi” e “superficiali”.

Le prove sono sotto il naso di tutti: I ruoli attribuiti a donne e uomini dipendono dal come la cultura, di cui sono parte, descrive le qualità delle energie maschili e femminili? 
A domanda, risposta.

È qui da noi, e in altre parti del mondo dove il femminile è stato narrato come “passivo”, solo “yin”, “interiore” che le donne hanno avuto ruoli domestici (all’interno) e ne venivano esaltate le caratteristiche di mitezza,ecc. E laddove il maschile era o è narrato come yang, solare, attivo, il ruolo corrisponde anche alle mansioni dell’uomo: creare cultura, azione nel mondo, manifestazione e ne sono esaltate le caratteristiche corrispondenti.

È storia, gente.

Altrove non è così. E a diverse narrazioni di “spiriti o energie femminili” corrisponde un diverso ruolo della donna e idem per l’uomo.

Per cui: negare che Medusa e il suo mito abbiano anche un significato relativo ad un cambio di paradigma rispetto a maschile e femminile è mettersi dei grossi paraocchi.
È credere che “Siccome sono studi di donne, allora non valgono nulla”, perché siamo ancora incastrati qui. Quelli autorevoli, di studi, dicono solo che sono forze psichiche.

Come se ci fossero i compartimenti stagni.

Significa anche ignorare il perché l’attività dei bardi, dei cantastorie, del narrare in generale, fosse percepita come magica.

L’attribuzione dell’aspetto femminile al meccanismo distruttivo della psiche -fatto in questo modo fortemente dualista, e che richiede un intervento eroico attribuito al maschile- non è neutro o casuale. Attiene a un particolare tipo di pensiero. Ad una particolare descrizione della realtà.

Ed è mio preciso intento problematizzare questa credenza.

Non è neutrale nemmeno la descrizione di “eroismo”. Non è neutrale l’azione compiuta dinanzi a questo “demone”, virgolette d’obbligo. Tagliarle la testa. È una precisa scelta politica e narrativa.

Non è neutra l’uccisione del drago.

Non è “l’unica azione che occorre fare”, come sosteneva l’amico commentatore.
Sono simboli, sì, ma di una cultura precisa. Di un pensiero preciso. Di una narrazione determinata.

Tsultrim Allione, questa sconosciuta.

E poi, finito?
No.

E poi tutto il resto.

Medusa non rappresenterebbe altro che questa benedetta psiche distruttiva? A-han.

Per esempio:

  1. Il punto di vista da cui si compie l’analisi, l’abbiamo considerata?
    “Livelli superficiali e profondi”? No.
    Stratificazioni e angolazioni.
    Da che punto di vista analizziamo il mito? Antropologico? Psichico? Simbolico? Storico? 

    Perché se io parlo, facciamo finta, di “Aspetto antropologico” e mi si risponde “No, sciocchina! Aspetto psicologico” è come dire che “Per la pasta alla carbonara serve l’uovo” la risposta debba essere “No, non capisci nulla, la marca di pasta più buona è la Trogodilla”.

  2. L’evoluzione storica della stessa: la tesi che possa derivare da una dea libica pre-greca, l’aspetto apotropaico, l’esser stata collocata sulle soglie come la successiva Sheela na Gig. E non carina neanche lei, a dire il vero… Il simbolismo della soglia è potente e antico ed è il punto di contatto tra vita e morte, quindi anche con lo spaventoso ignoto e, simbolicamente, affrontare l’ignoto, guardarlo, significa guardare la propria morte (Toh, coincidenza!) fino al diventare persino “dea bellissima”. Tutto questo come lo vediamo?
  3. L’essere originariamente parte di una triade, le Gorgoni al plurale (Medusa, Steno ed Euriale): c’è chi ne ipotizza la rappresentazione rispettivamente di saggezza, forza e universalità. Pensiamo alle varie triadi di dee imperanti in tutte le mitologie del mondo. Tre sorelle originariamente inscindibili. C’è un mare di letteratura sull’argomento, ma mi raccomando, non mettiamo in discussione il dogma secondo il quale Medusa può solo essere l’aspetto distruttivo della psiche. Ah, c’è qualche fonte che la descrive come “velata in rappresentanza del futuro inconoscibile” – iconografia che non pare aver preso piede, ma coerente con il simbolo della soglia;
  4. la Luna fu chiamata dai mistici pre-ellenici “la testa della Gorgone“. Ho detto tutto.
  5. Simboli noti: il serpente. Il serpente giusto per noi oggi è simbolo di male e peccato. Ma è uno dei maggiori simboli di trasformazione e rinnovamento. Questa c’ha una testa completamente piena. Che facciamo, la vediamo solo come “mostro da far fuori”?

Si spalanca un mondo quando ci si addentra in una ricerca più ampia, quando si considera quanto altre comunità umane guardino il mondo con occhi diversi dai nostri, quando si vede che non ci sono solamente approcci eroici di questo tipo, quando si prende in mano un corpus di narrazioni e ne si segue l’evoluzione nel tempo.

In una parola, quando si hanno ovaie e palle di guardare fuori dal proprio orticello.

Ma tranquillo amico, sono io che sono ingenua. Sono qui che romanticizzo il mito della “donna selvaggia”, ignorando tutto il resto. O sono solo troppo “femminista” per andare in profondità.

E soprattutto, amico, tranquillo che nel tentativo di ridicolizzarmi sicuramente a me viene da “imparare da te”.

In questo caso non ho reagito educatamente. Ma mi scuserete: se si parte dando per scontato che io sia una ragazzina sprovveduta non ci sono i presupposti per nessuno scambio.

Si può discutere delle idee, l’essere d’accordo o meno, se però si ha anche il vago sospetto che queste idee esistano.

Cosa che qui non era.

“Hai sbagliato, punto, la tua è una RIDICOLA (si, c’era questa parola) lettura superficiale, bla bla, non è la DONNA SELVAGGIA” non è la base di un dibattito. È isteria.

Non si offenda la mia intelligenza.

*** Laura Ghianda ***

Pagina Facebook di Laura: “Dea oltre il dualismo”


 

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