Le origini del Natale tra mito, religione e storia | Elena Londero

ASTROLOGIAElena LonderoIndagine Astrologica

L’albero di Natale è una di quelle antiche usanze che nutrono l’anima, che nutrono l’uomo interiore” Carl Gustav Jung

Sento questa citazione di Jung bellissima, la sento mia. Mi piace soprattutto la parola nutrimento. L’etimo latino nutrio è già rivelatore, significa alimentare, allevare, aiutare a crescere. Per Jung l’albero di Natale fa dunque tutto questo con il nostro animo, regalando preziose risorse all’uomo interiore che vive in tutti noi. Da dove arriva, però, la bellezza e la ricchezza di questo simbolo? Quanto è antico e radicato in noi? Gli alberi hanno sempre affascinato l’essere umano, in ogni cultura e religione sono stati alla base di tradizioni e miti. La salita dell’albero è un rito sciamanico antichissimo, un’ascesa che porta a staccarsi dal livello del terreno, per superare i propri limiti e confini. Questa esperienza rappresenta il passaggio tra i tre diversi livelli cosmici, quello degli Inferi, della Terra e del Cielo. Una suddivisione tripartita dell’universo universalmente diffusa. Il cielo, in molte culture, è concepito ora come una coltre, ora come una sorte di copertura o un’infinita e immensa tenda.

I Turco-Tartari per esempio vedono nella Via Lattea la cucitura di questo infinito tendaggio, con le stelle concepite come piccole finestrelle che si aprono sulle sfere del Cielo e da cui gli dèi possono guardare cosa accade sotto. Queste tre partizioni hanno sempre un centro, un solido pilastro che, nel contempo, le mette in comunicazione fra loro e le sostiene. Questo pilastro di solito è di legno e richiama, nei miti di molte antiche culture, il palo centrale che sostiene la tenda. È un punto sacro, che connette la Terra al Cielo e, per questo, ai suoi piedi si possono compiere sacrifici o officiare riti. Il Pilastro del Mondo, così carico di significato, è molte volte rappresentato o immaginato come un albero, il cui tronco sostiene la chioma (il Cielo) e si connette alle radici (gli Inferi). Il pilastro del mondo è spesso un albero sacro a sette rami o segnato nel suo tronco da sette incisioni. Le sette tacche rimandano ad altrettanti livelli celesti. Gli ostacoli che lo sciamano deve superare sono proprio i cieli in cui deve riuscire a penetrare, ad accedere. Quando lo sciamano riesce, infine, a raggiungere la sommità dell’Albero cosmico può porre domande circa l’avvenire e il destino della sua comunità.

Il mito di molte culture riporta anche all’esistenza di precedenti Ere paradisiache, in cui gli esseri umani potevano ascendere facilmente in cielo, senza bisogno di intermediari. Quando questo privilegio venne meno (pensiamo, in altro contesto, alla cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva) solo alcuni (fra cui appunto gli Sciamani) riuscirono a continuare ad elevarsi dal livello terreno a quello, sacro, del Cielo. Cosmologicamente, anche l’Albero del Mondo si innalza al centro della Terra. È un Albero magico intorno al quale si sono sviluppate, nella storia dei popoli, narrazioni ricchissime. Bellissima, fra tante, l’immagine dell’albero cosmico che – per i Goldi, i Dolgani e i Tungusi – ospita sui suoi rami le anime dei bambini prima della loro nascita, come fossero tanti uccellini cinguettanti. Quando arriva il loro momento si staccano dal ramo su cui sono posati e scendono sulla Terra. All’Albero Cosmico si collega anche l’Albero dei Destini. Secondo alcune tradizioni, come ad esempio quella Batachi e quella turco-osmana, l’Albero della vita ha, infatti, su di sé un milione di foglie e su ognuna di esse è scritto il destino di un essere umano. Ogni volta che un uomo o una donna muore, la sua foglia si stacca e scivola a terra, a significare che quel destino è stato ormai stato vissuto e compiuto. Sono idee che derivano dalla concezione mesopotamica dei sette cieli planetari, visti anch’essi come un immenso Libro del destino.

Gli alberi hanno sempre avuto enorme importanza anche nelle tradizioni e nei riti propiziatori dei popoli del Nord. I Vichinghi, ad esempio, avevano l’uso – al solstizio d’inverno – di tagliare e portare nelle loro case un abete rosso. Esso veniva onorato e decorato con frutti, a simboleggiare quella fertilità del terreno che la primavera avrebbe riportato con sé. Erano rituali importanti, soprattutto in una terra in cui, quando il sole declinava, lo faceva per settimane intere.

Abbiamo poi lo Yggdrasill, l’albero cosmico dei miti nordici che – secondo la tradizione – sostiene sui suoi rami l’intero universo. Nel poema dell’Edda è indicato come un frassino, nella versione del mito di Rodolfo di Fulda (IX secolo) è, invece, un esemplare di tasso o una quercia. Tutti e tre sono, comunque, alberi sacri per i popoli del Nord. Lo Yggdrasill, nella mitologia norrena, è un albero mastodontico, capace di reggere sui suoi rami il peso di tutti i nove mondi esistenti. Il mondo degli Asi, degli Elfi, degli uomini, dei Vani, dei Giganti, del gelo o della nebbia, quello degli elfi oscuri, dei nani e, infine, il mondo dei morti. Tutti assieme, posati sullo Yggdrasill, formano l’intero universo. Lo Yggdrasill è associato anche al mito del dio Odino, padre di tutti gli dei norreni. Tra i molti epiteti che gli sono attribuiti molti si riferiscono alla vastità del suo sapere (secondo il mito Odino conosceva l’origine di tutte le cose, il destino di tutti gli uomini e il fato dell’intero universo). La tradizione racconta come, per raggiungere una conoscenza ancora superiore, ossia i segreti delle Rune, il dio rimase ininterrottamente appeso all’albero cosmico per nove giorni e nove notti, col supplizio di essere anche trafitto da una lancia. Scoprire se stesso, sacrificando se stesso. Un’esperienza mistica, di crescita ed esplorazione interiore, che attraverso il sacrificio del corpo riconduce a quel nutrimento dell’anima citato inizialmente sul pensiero di Jung. La trasformazione che, in termini psicanalitici, diviene processo di individuazione. Allo Yggdrasill però furono anche appese, impiccate, numerose vittime sacrificali. Una metafora, dunque, del bene e del male che sempre si alternano fra loro. Quest’alternanza bene/male, luce/oscurità, è un concetto che che riconduce idealmente anche all’albero cosmico degli alchimisti.

 

Lucas Cranach, Adamo ed Eva (1526) Olio su legno

Nella Genesi (capitolo II, 17) è, infatti, scritto “Ma non mangiare dell’albero della scienza del bene e del male, poichè in qualunque giorno ne avrai mangiato, morirai di morte”. L’albero della scienza, o adamico, è quello il cui frutto separa la perfetta unità delle due nature, benefica a e malefica. Sul loro antagonismo, sulla complementarietà tra tenebre e luce, troviamo un infinito mondo di studi alchemici, filosofici, ermetici. Nell’ermetismo e nella simbologia religiosa incontriamo anche l’albero secco che dovrà resuscitare e tornare alla vita. Pensiamo alla verga di Aronne, secca, che si ricoprì di foglie, fiori e poi mandorle non appena fu piantato al suolo. O alla mazza di Ercole, consacrata a Mercurio, dopo la vittoria sui Giganti che, non appena fu posata a terra vi protese in profondità solide radici per poi divenire, in breve, un immenso ulivo. Anche nella Bibbia l’albero è un simbolo che ritorna più volte. Pensiamo all’albero della vita, citato nella Genesi e posto proprio al centro del paradiso terrestre. Dio lo aveva posto al centro del Giardino dell’Eden, insieme all’albero della conoscenza del bene e del male. I due alberi erano inizialmente uniti e tramite essi Adamo aveva accesso alla sapienza suprema. Dopo il peccato originale egli perse questa possibilità e dovette separarli fra loro, districandone le radici. Nella Torah quest’albero viene assimilato al melograno. L’albero della vita nella cabala rappresenta le leggi dell’universo ed è impiegato nella magia ermetica che, attraverso l’atto magico, attiva la potenza associata ad esso. Esso è formato da quattro mondi, dieci centri energetici (Sephiroth), tre veli di esistenza non manifestata, tre pilastri e ventidue sentieri.

Per riprendere ancora le parole di Jung: “L’albero natalizio ha una valenza cosmica che lo collega alla rinascita della vita dopo l’inverno e al ritorno della fertilità”. Così come nei miti nordici, anche nel Cristianesimo, l’albero rappresenta la croce di Gesù Cristo, con la liturgia che ancora oggi recita: “Nell’albero della Croce tu hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita”. La punta che ancora oggi poniamo in cima all’abete va, invece, a ricordare la stella cometa che i Re magi seguirono per raggiungere la grotta della natività.

 

Rappresentazione di una cometa, in un manoscritto del medioevo.

Non dimentichiamo, comunque, che il Natale – vissuto come natività di Gesù Cristo – non è presente nei primi tre secoli del Cristianesimo. La data del 25 dicembre non è collegata ad alcuna data storica riferibile alla nascita di Gesù Cristo. Essa è, invece, sicuramente correlata al calendario civile romano, che festeggiava già precedentemente, proprio quel giorno, il solstizio d’inverno e la nascita del Deus Sol invictus, il Dio Sole invitto/ non vinto. Una festività collegata a sua volta a quella nordica più antica della rinascita del Sole che, dopo il solstizio (“sol-stitium”, ossia sole fermo), riprende finalmente a riapparire, ad essere più vitale, con le ore di luce che si fanno via via più lunghe di giorno in giorno. Il Deus Sol invictus aveva anche una sua lunga e profonda tradizione nella civiltà siriana ed egizia, che rappresentavano spesso la nascita del Sole come un infante. È da questo che deriva la successiva tradizione della nascita del Bambin Gesù. È collegabile anche al dio persiano Mitra o al dio babilonese Tammuz. Il Cristianesimo quindi si sovrappose sia alle celebrazioni del solstizio, sia a quelle già molto diffuse, in varie culture, del Sol invictus. Nel 330 d. C. Costantino rese ufficialmente questa confluenza. Siamo, in questi primi tre secoli del cristianesimo, all’interno del cosiddetto sincretismo religioso, in cui il cristianesimo si inserisce in tradizioni più antiche, in una fusione e stratificazione di simboli in cui, in certi momenti, convivono varie religioni e dottrine senza che ancora nessuna prevalga sulle altre.
L’affinità, dunque, tra il Sole e la divinità è presente in ogni cultura, a tutte le latitudini.

La festività del 25 dicembre si diffuse poi velocemente in tutta la cristianità, comprese le chiese orientali che inizialmente la festeggiavano il 6 gennaio, insieme all’Epifania. L’albero di Natale nella sua valenza più moderna è riportabile anche ad un anno preciso, il 1441, quando nella città estone di Tallin fu eretto un grande abete proprio al centro della piazza del Municipio. Attorno ad esso ballarono giovani uomini e donne alla ricerca dell’anima gemella. Il rito propiziatorio si estese velocemente e, nel giro di un secolo, lo ritroviamo anche in Germania. Una cronaca del 1570 riporta di un albero a Brema decorato con mele, noci e fiori di carta. Vi era poi un gioco medievale celebrato in Germania proprio il 24 dicembre, “Il gioco di Adamo ed Eva”. Le piazze delle città venivano addobbate con ricchi alberi con simboli dell’abbondanza che riportavano all’immagine del paradiso terrestre.

Quando gli alberi di Natale furono portati dalle piazze antistanti le chiese anche all’interno delle abitazioni al decoro della mela (il peccato) si aggiunse quello dell’ostia (il pane eucaristico che dona, per i cristiani, la vita e simboleggia il corpo di Cristo offerto per il perdono dei peccati). Nel tempo si aggiunsero ulteriori nuovi decori. Inizialmente, per illuminarlo, gli era posto accanto un candeliere, poi nel tempo le candele furono fissate agli stessi rami dell’abete. In questo modo divenne albero della luce, a ricordare come Cristo fosse considerato la luce del mondo.

L’albero è, dunque, un’immagine archetipica antichissima, ricca di storia e di tradizione. Per tornare ad una prospettiva junghiana possiamo vedere il Natale come un confine, un passaggio, tra una zona interiore di oscurità e una di maggiore conoscenza e consapevolezza, sia individuale, sia collettiva.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

Bibliografia:
Carl Gustav Jung, “Jung Parla. Interviste e incontri”.
Mircea Eliade, “Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi”, Edizioni Mediterranee.
Andrea Casella, “Alle origini dell’albero cosmico”, Editore Lulucom.
Mila Fois, “I Miti Norreni”, Meet Myths.
Mila Fois, “Rune: il sangue di Odino”, Meet Myths.
Rudolf Steiner, “L’albero di Natale. ”, Fior di Pesco Edizioni.

Elena Londero

Elena Londero

Elena Londero è nata a Udine e si è laureata in Lettere moderne, nell’indirizzo storico-artistico. Già negli anni universitari ha iniziato a collaborare con varie testate giornalistiche di Arte Contemporanea. In particolare, è stata per vari anni caporedattrice per il Friuli Venezia Giulia, del sito nazionale Exibart.com. Ha collaborato a lungo con il settimanale “Il Friuli”, occupandosi di mostre d’arte e recensioni di libri. Dal 2001 è iscritta all’Ordine nazionale dei giornalisti italiani, in qualità di pubblicista. Nel 2006 ha fondato una sua casa di produzione, La Casetta di Marzapane, che realizza laboratori cinematografici e artistici per bambini delle scuole dell’infanzia, approfondendo lo studio della psicologia infantile e dell’età dello sviluppo. Da vari anni si occupa anche di Astrologia, dopo aver seguito per tre anni di corsi organizzati dal Cida a Trieste. Il suo percorso di astrologa l’ha portata, nel corso degli anni, sempre più a inserire la lettura di ogni tema natale nel sistema famiglia cui una persona appartiene. Nel tempo si è sempre più avvicinata all’astrogenealogia, che permette di analizzare tutto il tessuto familiare di una persona, con particolare attenzione agli irrisolti, ai traumi e alle ingiustizie eventualmente presenti nel proprio albero psicogenealogico e riconducibili alle generazioni passate. Ha il suo studio di consulenze nella cittadina in cui abita, a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Opera anche con consulti on line via Skype. Elena Londero cell 39 371 4280639 studio.elenalondero@gmail.com Skype: elena.londero1

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