De Sphaera Estense: storia di un matrimonio infelice e di uno splendido codice miniato

DI ELENA LONDERO – Anna Maria Sforza era la figlia di Bona di Savoia e Galeazzo Maria Sforza, potentissimo duca di Milano, uomo dal carattere complesso, pieno di nemici, non a caso morto assassinato nel dicembre del 1476 a neanche trentacinque anni. La figlia è descritta dalle cronache del tempo come una giovane riservata, intelligente e colta, oltre che assai bella e delicata. Nel 1477, a soli quattro anni, come era in uso all’epoca, fu promessa sposa ad Alfonso I d’Este, figlio di Ercole d’Este ed Eleonora d’Aragona. Le nozze vere e proprie furono però celebrate solo molti anni dopo, il 17 gennaio del 1491, a Milano. I due sposi si spostarono poi subito a Ferrara, dove li attendevano numerosi e ricchi festeggiamenti. Il matrimonio fu, pare, fin dall’inizio molto infelice e, purtroppo, anche breve visto che Anna Maria, dopo soli sei anni dalle nozze, morì di parto nel novembre del 1497, poco più che ventenne. Anche la bimba che venne alla luce, purtroppo, non sopravvisse. Sembra che il marito non abbia nemmeno partecipato ai funerali della giovane moglie, a causa degli evidenti segni di sifilide che in quel periodo gli sfiguravano il volto. La malattia era probabilmente stata contratta anche da Anna Maria. Alfonso si risposò successivamente con la celebre Lucrezia Borgia (al suo terzo matrimonio), e da lei ebbe numerosi figli. La dote che Anna Maria Sforza aveva ricevuto dalla sua famiglia per le nozze era molto ricca (i registri riportano che ammontasse a ben quarantamila ducati) e quasi sicuramente includeva, fra i vari doni, anche un magnifico manoscritto astrologico denominato De Sphaera estense. Anche se non è mai emerso, infatti, un documento preciso che attesti la presenza del volume nella dote, si ritiene che il codice sia arrivato a Ferrara proprio per tale via.

 

Esso fu miniato da un artista lombardo verso il 1470, quasi sicuramente da identificarsi con il milanese Cristoforo de Predis. L’artista, che era sordomuto, sicuramente ebbe contatti con Leonardo da Vinci che, anzi, fu sicuramente anche ospite, per un breve periodo, nella casa del miniatore. Lo stile di de Predis presenta sia influenze nettamente rinascimentali (nei colori, nelle architetture, nei paesaggi), sia fiamminghe (si veda soprattutto la resa dei dettagli, delle ambientazioni di interni, sempre precisissime). Il piccolo e preziosissimo De Sphaera è un breve commentario per immagini ad una precedente opera medievale, il celebre De Sphaera Mundi del matematico, astrologo ed astronomo inglese Giovanni Sacrobosco (volume che vedrà poi, proprio a Ferrara, la sua prima edizione a stampa nel 1472).

Il De Sphaera estense, che misura ventiquattro centimetri di altezza per diciassette di larghezza, era sicuramente un oggetto di lusso, un dono prezioso nato e creato all’interno di un ambiente ricco ed aristocratico, in cui la cultura astrologica era tenuta in alta considerazione. Il testo, comunque, è da considerarsi più un’opera divulgativa che non accademica e presenta al suo interno diversi livelli di esecuzione. Il manoscritto, infatti, è realizzato in maniera eccellente sul piano artistico nella parte astrologica, meno in quella astronomica. Appaiono, inoltre, abbastanza semplificati i contenuti di entrambe. Non sottovalutiamo il potere che rivestiva l’oggetto di lusso in sé, vero e proprio strumento atto a far esibire pubblicamente la propria ricchezza e munificenza. È utile ricordare come la stampa a caratteri mobili esistesse già, anche se da pochi decenni, quindi gli alti costi sostenuti per far realizzare un codice miniato avevano sicuramente anche lo scopo e il compito di mostrare il proprio potere economico e politico.

Erano tempi in cui si sceglievano con estrema cura simboli, stemmi e blasoni di famiglia da far inserire agli artisti in vari contesti. Il De Sphaera, nelle sue miniature, non fa eccezione. Gli Sforza, in particolare, avevano ancora bisogno di legittimazione. Francesco I Sforza, il nonno di Anna Maria era, infatti, stato il marito di Bianca Maria Visconti, l’unica erede del ducato che con quel matrimonio aveva unito il potere delle due famiglie. Francesco, però, non era nativo di Milano e aveva tratto il proprio potere dall’investitura imperiale (che in Lombardia era una forma di legittimazione piuttosto precaria a quei tempi). Per questo, aveva bisogno da un lato di rafforzare il nome degli Sforza, per la prima volta al comando di Milano, dall’altro di legittimarsi dando un’idea di continuità con la precedente dinastia Visconti della moglie. Equilibri delicati, da ristabilire continuamente. Anche i figli – Gian Galeazzo prima e Ludovico il Moro dopo – proseguirono su questa strada, facendo confluire le esigenze politiche ed araldiche in quelle artistiche. Gian Galeazzo, per affermare e rafforzare la casata, giunse a riportarne le origini degli Sforza alle nozze mistiche fra Anchise e Venere.

Il De Sphaera, che va inserito in questo contesto storico-politico, è composto da sedici carte di pergamena (per un totale di trentadue “facciate”). Le prime quattro carte, così come le ultime tre, contengono disegni astronomici, riguardanti eclissi, maree, orbite planetarie. È presente anche una sintetica Tabula climatum, rappresentante le sette fasce climatiche dell’emisfero settentrionale di tolemaica concezione. L’emisfero sud appare del tutto ignorato, come se non esistesse, mentre sono segnate come inabitabili le zone polari (eccessivamente fredde) e quella equatoriale (troppo calda). Appare singolare che i disegni della parte astronomico-scientifica – peraltro non sempre perfettamente corretti, come se vi fossero stati degli errori nella fase di copiatura – non siano accompagnati da alcun testo esplicativo, tranne brevissime didascalie in latino medievale. I disegni astronomici, inoltre, sono evidentemente di livello inferiore rispetto a quello delle miniature di carattere astrologico. Questo fa ipotizzare che le due parti, sicuramente realizzate da mani diverse, siano state assemblate fra loro solamente in un secondo momento.

È, comunque, dal quarto foglio che la bellezza di questo piccolo volume emerge in tutta la sua grandezza. Da qui, infatti, cominciano le carte con le magnifiche miniature, di altissimo livello pittorico, che hanno reso tanto celebre il De Sphaera estense. Il contenuto strettamente astrologico, in qualche modo è invece più ovvio e scontato, senza particolari ricercatezze o rimandi. La bellezza dell’esecuzione, comunque, pone in secondo piano questo aspetto. Ogni coppia di carte presenta, fra loro affiancate, le personificazioni dei setti pianeti all’epoca conosciuti e le le attività umane ad essi abbinate. Al di sotto vi sono poche righe riassuntive, né troppo ispirate, né troppo originali, che potrebbero essere state inserite anche successivamente. Le attività richiamate accanto ai pianeti ricordano quelle delle famiglie a cui i due sposi appartenevano.

Mercurio, ad esempio, è rappresentato con le ali piumate ai piedi mentre regge con la mano destra una borsa, simbolo dei ricchi guadagni e della prosperità che derivano proprio dai commerci governati dal pianeta. Con la sinistra, invece, tiene il caduceo. È un bastone alato con due serpenti attorcigliati, che rappresentano l’equilibrio tra materia ed intelligenza e la capacità di dominare il caos. Per questo il caduceo è simbolo dell’ordine e della pace che favorisce tutte le arti (e tutti gli affari…). Nei due tondi all’altezza degli arti inferiori di Mercurio sono invece rappresentati, come avviene per ogni pianeta, i segni zodiacali da lui governati, in questo caso i Gemelli e la Vergine. Sulla carta miniata di sinistra è possibile osservare le varie botteghe artigiane, suddivise in Arti utili (lo scriptorium con l’amanuense intenso nel suo lavoro di copiatura, la fucina dell’armaiolo e l’orologiaio) e Belle arti (pittura, scultura e musica). Gli strumenti utilizzati da tutti questi artigiani per l’esercizio della loro professione sono rappresentati con estrema precisione (una cura per il dettaglio di evidente ascendenza fiamminga). Al centro, in alto, una bella tavola imbandita e al di sotto la cucina. L’uso del colore è anche qui, come nel resto delle miniature, veramente raffinato e pregevole. La pagina di Marte, raffigurato in forma antropomorfa come un guerriero, è affiancata da un campo di battaglia, con un paesaggio che si sviluppa sullo sfondo e una degradazione cromatica che accompagna lo sguardo sempre più in lontananza. Le rocce separano il gruppo, quasi monolitico, dei soldati in primo piano dalla campagna alle loro spalle, con la strada curvilinea che divide ulteriormente gli spazi, sia a livello fisico, sia simbolico, separando la violenza della battaglia dalla pace campestre.

Venere è rappresentata, ovviamente, come una bella e leggiadra fanciulla, intenta a osservarsi nello specchio che regge con la mano sinistra. Questo di Venere allo specchio è un tema che ha sempre attratto gli artisti, basti pensare ai capolavori realizzati da autori quali Rubens, Veronese, Tiziano o Velázquez. Nella carta a destra della miniatura di Venere, abbiamo una pagina con piccole scene di amore, musica e arte (di sapore quasi boccaccesco). Va ricordato che la musica, all’epoca, era limitata o a esigenze di culto o ad ambienti aristocratici ed elitari. Venere, nel suo simbolismo profano e non sacro è il riflesso della musica cortese, suonata per fini dilettevoli e di intrattenimento (la miniatura, non a caso, è accompagnata dalla dicitura “…in cantare et danze… induce i cuori…”). La miniatura rappresenta anche un’ottima e utile fonte storica per studiare gli strumenti musicali utilizzati alla fine del XV secolo in ambito lombardo. A queste miniature ovviamente si affiancano quelle dei due luminari e di Giove e Saturno, tutte splendide.

La prospettiva è ovunque ben gestita, con i paesaggi che sono eseguiti sempre con estrema perizia, così come raffinatissimo appare anche l’uso del colore. I rossi, in particolare, sembrano in alcune scene, come quelle di Marte, quasi indicare la strada che lo sguardo dell’osservatore deve compiere tra un dettaglio e l’altro. La cura dei particolari contestualizza bene gli ambienti, gli abiti, gli oggetti rappresentati. In tutte le miniature, inoltre, gli alberi ricoprono un ruolo particolare e il loro stile rimanda allo stile francese. Alberi sempre affusolati, dal fusto leggero, alto e slanciato e dalle chiome tondeggianti e geometriche, che vengono utilizzati come fossero scenografie. Separano gli spazi, danno profondità all’immagine, incorniciano e impreziosiscono i vari elementi delle scene raffigurate. Si veda, ad esempio, l’uso che ne viene fatto sotto al tondo di Venere, dove hanno quasi lo scopo di sostituire una vera e propria scenografia. Il De Sphaera estense giunse a Modena alla fine del Cinquecento, quando vi si trasferì tutta la corte ferrarese e dove è tuttora conservato nella Biblioteca Estense della città.

Elena Londero

Bibliografia e crediti fotografici

Le immagini da manoscritti sottoposti alla tutela del Ministero dei Beni Culturali e della Biblioteca Estense Universitaria di Modena sono state riprodotte a bassa risoluzione, per uso didattico e scientifico senza scopo di lucro, in ottemperanza alla legge sui diritti d’autore (comma 1-bis dell’articolo 70, legge 22 aprile 1941, n. 633, innovata dalla legge 22 maggio 2004, n. 128 e dalla legge 9 gennaio 2008, n. 2).

De Sphaera, α.x.2.14 = LAT. 209, Biblioteca Estense Universitaria, Modena
Vita di Anna Sforza moglie di Alfonso d’Este duca di Ferrara scritta nel 1500, 1871, Ebook gratuito visionabile su Google Book.
Edizione facsimile del De Sphaera con commentario annesso, Casa Editrice Il Bulino, 2010
Manuela Incerti, I disegni astronomici del De Sphaera estense e il Tractatus de Sphaera di Johannes de Sacrobosco, Modena 2010
Treccani, Cristoforo de Predis, in Dizionario biografico degli italiani versione online
Patrizia Nava, Gli errori del De Sphaera, www.astrologiaoraria.com, 2013
Wittgens, Cristoforo De Predis, Leo S. Olschki Editore Firenze, 1935
AA.VV., “Arti, mestieri, tecniche. Il lavoro dell’uomo in codici e libri a stampa della Biblioteca Estense”, Edizioni Panini, 1982.

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