Categoria: Psicologia del profondo

ASTROLOGIAPsicologia del profondo

La psicogenealogia: un rito di appartenenza

Alessandra Rossati, astrologa e coach professionista, è nata e risiede a Torino, città in cui si é diplomata all’Accademia di Belle Arti e in cui successivamente si é formata in Psicogenealogia, Costellazioni psicogenealogiche e Astrologia. Nasce con un potente stellium in dodicesima Casa che indirizza, fin dalla giovane età, i suoi studi in ambito artistico e umanistico. Specializzata negli strumenti del Genosociogramma, degli Atti riparatori e delle Costellazioni familiari, ha sviluppato un suo particolare orientamento di analisi del tema natale. Da anni si dedica alla ricerca di ciò che anima la coesione della vita familiare e relazionale. 

La psicogenealogia: scoprire la trama del tuo romanzo

 

“La vita di ciascuno di noi é un romanzo”.

Inizia proprio così il saggio di Anne Ancelin Schützenberger “La sindrome degli antenati”. Ho scelto di soffermarmi proprio su queste sue parole che introducono magistralmente, nella loro essenzialità, l’elemento a mio avviso portante di ciò che costituisce il lavoro transgenerazionale, ovvero il valore terapeutico della narrazione.

Sì, perché a differenza di una compilazione anagrafico storica, il lavoro sull’albero genealogico in chiave psicogenealogica consiste proprio nel conferirgli drammacità e si tratta a tutti gli effetti di una rappresentazione sociometrico-affettiva.

Il grafico diviene un palco vivo, in cui tutti coloro che sono importanti, dai parenti di sangue in senso più stretto alle relazioni che per il richiedente sono state focali compresi gli animali amati, sono presenti con pari diritto e dignità.

Si tratta quindi non solo di nominare gli eventi e incasellarli, ma di rivisitarli, ricollocarli all’interno del proprio spazio emotivo, affettivo e immaginativo, ricollocando anche se stessi all’interno della trama.

La famiglia, in quanto micro sistema sociale, con le sue complessità e implicazioni, é stata oggetto di studio di psicoterapeuti sistemici come Gregory Bateson e Carl Rogers della scuola di Palo Alto, per Jacob Levi Moreno è stata la base del suo Psicodramma, Ivan Boszormenyi-Nagi  ha approfondito il tema alla ricerca delle lealtà invisibili, Rupert Sheldrake ha scoperto l’esistenza dei campi morfici.

In che cosa consiste la ricerca psicogeneaologica?

L’insieme delle operazioni preliminari consiste nella raccolta del maggior numero di informazioni sugli eventi che costituiscono l’intelaiatura della storia che ci accingiamo a ricostruire, come ripetizioni di date di nascita, nomi, matrimoni, separazioni, lutti (sindrome da ricorrenza); ma anche emigrazioni, vicende lavorative, successi e insuccessi economici, variazioni di status sociale (nevrosi di classe), malattie, scandali e traumi (segreti di famiglia) che possono aver coinvolto tutti i componenti di un sistema.

Si procede col redigerne l’effige attraverso il genosociogramma, un albero genealogico commentato sul quale si riportano graficamente almeno tre generazioni di ascendenti, il consultante e tutti i soggetti con i quali ha intrecciato rapporti significativi; questi vengono rappresentati attraverso simboli (convenzioni grafiche) quali ad esempio il cerchio per il sesso femminile, il triangolo per il sesso maschile (anche se i medici pare preferiscano il quadrato).

La qualità della relazione viene invece segnalata attraverso linee di collegamento di diversa continuità (il doppio tratto indica ad esempio un matrimonio, un solo tratto semplice un’unione di fatto…).

Alcuni approcci consentono l’impiego di colori diversi per le linee come indicatori della natura sentimentale che caratterizza il legame.

Il lavoro sul grafico, per quanto possa di primo acchito far pensare a un approccio prevalentemente tecnico, é lo strumento che fornisce a chi accompagna l’indagine la possibilità di individuare i cosiddetti lapsus grafici, ovvero quei messaggi non mediati dalla parte razionale e riprodotti “involontariamente” dalla mano del richiedente; elementi preziosissimi e che costituiscono un accesso privilegiato al linguaggio simbolico il quale, appartenendo all’inconscio, si esplica attraverso immagini e metafore.

Ascoltando le immaginazioni spontanee dei suoi pazienti e i loro sogni Jung si accorge di trovare spesso delle figure, delle situazioni, delle scene che si ripetono e che sono le stesse che si trovano nella mitologia, nelle favole, nei racconti di paesi e culture differenti.
(Maura S. Ravizza, “Jung, Psicogenealogia e Costellazioni familiari”, pag.29) 

L’ipotesi su cui si basa l’indagine affonda le radici nella teoria di un inconscio collettivo di cui già Sigmund Freud fa menzione: “L’eredità arcaica degli uomini non abbraccia solo disposizioni ma anche contenuti, tracce mnestiche di ciò che fu vissuto da generazioni precedenti”. (Freud, “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”)

Carl Gustav Jung proseguirà ed estenderà l’intuizione del maestro, ponendo l’attenzione sulle sincronicità e su quello che lui stesso battezzò “inconscio collettivo”, formulando l’ipotesi che la psiche umana non si formi solo a partire alla nascita, ma che siano introdotte anche strutture congenite, gli archetipi i quali, all’interno del lavoro transgenerazionale, saranno presenti nella forma di immagini, miti, codici di comportamento ereditati, consci e inconsci.

Molto interessante, in merito alla ricerca di quello che si definisce “il mito familiare”, ovvero una credenza cardine su cui si reggono gli equilibri del clan, é il lavoro sul blasone familiare, uno degli “oggetti fluttuanti” (Philippe Caillé) inteso come azione o oggetto intermediario tra conscio e inconscio familiare e che consiste in un’elaborazione di immagini e parole (la scrittura ne facilita la sintesi logica), suddivise in quadranti che rappresentano, in ordine, lo status attuale all’interno della famiglia, come questa si relaziona al passato, al presente e al futuro, aprendo una dimensione spazio/tempo di connessione simultanea dell’intreccio emozionale.

Il funzionamento dell’inconscio e della memoria sembrano sfuggire alle convenzioni e mostrarci legami longitudinali nel tempo e nello spazio che sfuggono a qualsiasi spiegazione razionale.
(A.A. Schützenberger)

Rivestono particolare rilievo all’interno di questo processo le sincronicità, che in termini junghiani é possibile definire come connessioni significative, non attribuibili al nesso di causa-effetto tra un avvenimento esterno e uno interno e, come sostiene Marie-Louise von Franz, tali eventi sono spesso riconducibili all’attivazione di un archetipo.

Di connessioni é costituita anche la narrazione stessa; raccontare la propria storia ha già in sé un valore terapeutico. Ricostruire e rielaborare le relazioni includendovi anche persone che non si sono potute conoscere direttamente equivale a prendere parte intimamente alla realizzazione di una re-ligio come rito di appartenenza.

Se immaginiamo una casa quale luogo metaforico della storia di una dinastia, potremmo dire che i muri che la costituiscono sono porosi; riecheggiano reminiscenze che cercano espressione.

Onorare chi ci ha preceduti equivale a onorare se stessi e risponde al profondo bisogno umano di ricerca di senso.

Ma quando di un lontano passato non rimane più nulla […] più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere […], a sorreggere senza tremare – loro, goccioline quasi impalpabili – l’immenso edificio del ricordo.
(Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”)   


 

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Medusa: “Ma non è una dea carina!”

Al ballo in maschera per la “23° Goddess Conference il mio costume da Medusa ha ricevuto molte reazioni.

Una su tutte mi ha molto colpito: “Ma Medusa non è una dea molto carina!”.
La parola per carina era “nice”.

Credo che questa frase offra la possibilità di mettere il dito su uno dei più persistenti stereotipi sul sacro femminino. La “Dea” che deve essere per forza “carina” è precisamente la Medusa decapitata.

E questo mi ha fatto nascere una riflessione … Il sacro femminino come solo dolce, vulnerabile e accogliente, fertile e nutriente che in realtà è un sacro femminino mutilato. Decapitato.

Ma la sua potenza pre-patriarcale era nel suo rappresentare inscindibilmente la trasformazione e tutte le fasi del ciclo dell’esistenza. Compreso il rifiuto, la decadenza, la morte, la sterilità, la sfida (rimasta in molte fiabe, ma negativizzata nella figura della strega).

Ma c’è di più. Lontano dagli ottecenteschi ideali di donna “eterea”, che ha l’utilitaristico compito di elevare l’uomo, messaggio ancora in voga nei meme che parlano del fantomatico “compito della donna” di “insegnare all’uomo ad amare”, la Grande Madre è anche terrigna, passionale, animalesca, radicata, potente… e di una potenza che coincide con tutta l’esistenza di questo mondo, ma che trascende nel perpetuare il miracolo dell’intera creazione. Vita e Morte contenuti in un unico simbolo. Concetti diversissimi dalla narrazione patriarcale che ancora oggi molti continuano a confermare.

La paura di Medusa è ancora viva. Nei cerchi c’è chi si ostina a dipingere quel femminile solo come accogliente, perpetuando una visione parziale e stereotipata e facendo così violenza alla complessità e completezza della nostra (di tutti/e!) natura. Ed è una paura così presente che crea indignazione nel momento in cui si propone un immagine della “Dea” non solo glitter e arcobaleno. Non carina. Magari terrifica.

La paura dei lati meno domabili, della nostra natura selvaggia, è cosi reale che la donna solare, la serpentessa, nel suo sano archetipo di regina che sa sostare nei suoi sì e no autentici è spesso trattata con aggressività negli stessi cerchi in cui appare. Un’aggressività che parla del persistere di una ferita antica: quella della decapitazione di Medusa e di cosa, da allora, ha dovuto diventare il “femminile” per essere accettato (perché quel gesto rappresenta anche l’ormai avvenuta scissione tra femminile e maschile, prima tutt’uno nella Madre Primordiale).

Ma di riflesso anche il “maschile” ne è uscito mutilato.

Il maschile sano non è Perseo decapitatore.

Il maschile sano non necessita di decapitare perché è, lo ripeto ancora, parte della stessa natura della Matrix originaria. Decapita chi, portando le lenti di un potere distorto, non ha saputo capire e ha letto separazione laddove c’era unità. Perché portatore di pensiero di separazione.

Medusa deve tornare a essere narrata per intero.
La Dea deve tornare a essere rappresentata in tutti i suoi aspetti.
E come lei, anche tutte le altre.

E oltre a narrare, occorre integrare con l’esperienza. Perché la comprensione di Lei va ben oltre le parole e la mente.

“Ehi, ragazza! Attenzione a non leggere con superficialità miti antichi”.

Poco dopo aver pubblicato su Facebook la prima parte di questo articolo, è nata una bella discussione fin quando, nei commenti, è apparso un consiglio più che un parere.

“Occhio a non leggere con superficialità i miti antichi!”

Già!

Ottimo monito.
Lo conosco molto bene, peccato però che nella mia vita mi sia stato rivolto sempre per screditare quanto avevo da dire più che intavolare una vera e proficua discussione.

Permettetemi un preambolo.

Ho una laurea umanistica con lode in un settore psicopedagogico con una tesi sul potere di creare “realtà” attraverso la narrazione (tesi affatto bella, lo ammetto, osservandola con i miei occhi di oggi, ma quantomeno mi diede occasione di leggere molte fonti).

Per dire: conosco discretamente bene l’esistenza di moltissime interpretazioni in chiave psicologica delle figure mitologiche. Partii da questo anche io.

Ma da quel momento in poi la mia strada è stata ancora lunga per arrivare dove sono ora. E piena di crisi.

Ieri il mio post di Medusa ha sollevato immancabilmente l’argomento.

Ho cancellato il commento per sbaglio nel tentativo di bloccare una conversazione già partita male e quindi, per me, senza utilità.

Ma si diceva, sostanzialmente, quanto indicato nell’incipit del post, seppur in modo più … colorito.

Già, perché in questi casi ci sono delle premesse date per scontato da chi contesta che non possono portare a nulla di buono:

  • che io non sia a conoscenza di queste interpretazioni psico-analitiche;
  • che i miti abbiano solo quel livello di lettura lì, “l’unico vero profondo”® oltre il quale tutto è superficie;
  • che quella tesi è già data per unica vera e possibile e quindi indiscutibile;e la più bella di tutte:
  • che non ci sia alcun riferimento al maschile e al femminile (questa cosa la sento ripetere come un mantra).

La conosco, grazie.
Ma non sono assolutamente d’accordo.

Ed ecco quindi le mie, di premesse (cerco di dirlo semplice):

  1. Ogni storia, ogni mito, ogni racconto anche moderno tocca sempre molti livelli. Non esiste “quello è il suo vero significato e il resto è superficie”.
  2. L’attività umana del “dare significati” è illimitata. Ergo, qualsiasi cosa può essere letta in qualsiasi modo, ma qualsiasi proprio. Perché il simbolo richiama significato.
    Ma il significato cambia: una croce vista nell’età della pietra evocava il sole, la stessa croce vista oggi richiama probabilmente tutto il corpus di significato cristiano.
  3. Quindi, anche il contestualizzare è d’obbligo.
  4. I miti sono significativi per la cultura che li ha prodotti.

Torniamo al tema “immagini che abbiamo adottato per descrivere la psiche”. E pensiamo in contemporanea che non esiste solo la cultura e il sistema di significati occidentale.

Non c’è nulla di neutro.

Ad esempio.

Se una ricercatrice importante in ambito junghiano come Antonella Adorisio sta con passione mettendo in discussione l’associazione solare/maschile come forza psichica spiegando, ad esempio, perché ci fu ad un certo punto della storia l’abbinamento tra solare e maschile (elencando le conseguenze concrete che deriverebbero nel riprendere una dimensione del solare anche femminile e del lunare anche maschile) … eh! Capiamo che c’è tutto un settore di ricerca spesso ignorato da chi sposa queste critiche.

Esattamente il settore di ricerca che interessa me.

Per comprendere il ragionamento che propongo, in caso non si sappia nulla di questi temi, occorre avere chiaro:

  1. il concetto di intelligenza analogica e cosa ha comportato il passaggio al primato della logica, e della sola astrazione mentale;
  2. lo studio di una simbologia più antica di quella ellenica;
  3. che siamo esseri culturali: tanto di ciò che crediamo neutro e naturale è in realtà creazione di questo nostro preciso mondo;
  4. che esistono culture dove questi significati non stanno in piedi. Se studiassimo aspetti psichici, ma anche biologici, delle persone appartenenti a queste culture credo ne vedremmo delle belle. Non vedo l’ora si decida di farlo;
  5. che, quindi, il cervello è plastico, al punto da spingere uno scienziato come Robert Sapolsky a dire nero su bianco che non è possibile tirare una linea netta tra la fine della biologia e l’inizio della cultura. Sono intrinsecamente legate;
  6. che è un po’ che si studia l’effetto delle narrazioni sui comportamenti e ruoli di genere (e no, una volta per tutte… non sono “studi di quelle femministe brutte e cattive che hanno l’obiettivo di soggiogare l’uomo”).

E soprattutto: il credere che “siano solo simboli o energie senza reali effetti su chi incarna un genere o l’altro” è spesso (ma non sempre eh, viene detto anche in buona fede da gente che fa cerchi) una roccaforte dietro cui si trincera chi indossa lenti ostili nei confronti di quegli studi malauguratamente definiti “femminili”. Malauguratamente perché riguardano tutti, e non sono solo “roba da donne”.

Una cosa su cui sono tornata più e più volte, e sulla quale ancora tornerò, è che ogni diavolo di narrazione ha effetti su tutti i livelli senza bisogno di scindere tra “profondi” e “superficiali”.

Le prove sono sotto il naso di tutti: I ruoli attribuiti a donne e uomini dipendono dal come la cultura, di cui sono parte, descrive le qualità delle energie maschili e femminili? 
A domanda, risposta.

È qui da noi, e in altre parti del mondo dove il femminile è stato narrato come “passivo”, solo “yin”, “interiore” che le donne hanno avuto ruoli domestici (all’interno) e ne venivano esaltate le caratteristiche di mitezza,ecc. E laddove il maschile era o è narrato come yang, solare, attivo, il ruolo corrisponde anche alle mansioni dell’uomo: creare cultura, azione nel mondo, manifestazione e ne sono esaltate le caratteristiche corrispondenti.

È storia, gente.

Altrove non è così. E a diverse narrazioni di “spiriti o energie femminili” corrisponde un diverso ruolo della donna e idem per l’uomo.

Per cui: negare che Medusa e il suo mito abbiano anche un significato relativo ad un cambio di paradigma rispetto a maschile e femminile è mettersi dei grossi paraocchi.
È credere che “Siccome sono studi di donne, allora non valgono nulla”, perché siamo ancora incastrati qui. Quelli autorevoli, di studi, dicono solo che sono forze psichiche.

Come se ci fossero i compartimenti stagni.

Significa anche ignorare il perché l’attività dei bardi, dei cantastorie, del narrare in generale, fosse percepita come magica.

L’attribuzione dell’aspetto femminile al meccanismo distruttivo della psiche -fatto in questo modo fortemente dualista, e che richiede un intervento eroico attribuito al maschile- non è neutro o casuale. Attiene a un particolare tipo di pensiero. Ad una particolare descrizione della realtà.

Ed è mio preciso intento problematizzare questa credenza.

Non è neutrale nemmeno la descrizione di “eroismo”. Non è neutrale l’azione compiuta dinanzi a questo “demone”, virgolette d’obbligo. Tagliarle la testa. È una precisa scelta politica e narrativa.

Non è neutra l’uccisione del drago.

Non è “l’unica azione che occorre fare”, come sosteneva l’amico commentatore.
Sono simboli, sì, ma di una cultura precisa. Di un pensiero preciso. Di una narrazione determinata.

Tsultrim Allione, questa sconosciuta.

E poi, finito?
No.

E poi tutto il resto.

Medusa non rappresenterebbe altro che questa benedetta psiche distruttiva? A-han.

Per esempio:

  1. Il punto di vista da cui si compie l’analisi, l’abbiamo considerata?
    “Livelli superficiali e profondi”? No.
    Stratificazioni e angolazioni.
    Da che punto di vista analizziamo il mito? Antropologico? Psichico? Simbolico? Storico? 

    Perché se io parlo, facciamo finta, di “Aspetto antropologico” e mi si risponde “No, sciocchina! Aspetto psicologico” è come dire che “Per la pasta alla carbonara serve l’uovo” la risposta debba essere “No, non capisci nulla, la marca di pasta più buona è la Trogodilla”.

  2. L’evoluzione storica della stessa: la tesi che possa derivare da una dea libica pre-greca, l’aspetto apotropaico, l’esser stata collocata sulle soglie come la successiva Sheela na Gig. E non carina neanche lei, a dire il vero… Il simbolismo della soglia è potente e antico ed è il punto di contatto tra vita e morte, quindi anche con lo spaventoso ignoto e, simbolicamente, affrontare l’ignoto, guardarlo, significa guardare la propria morte (Toh, coincidenza!) fino al diventare persino “dea bellissima”. Tutto questo come lo vediamo?
  3. L’essere originariamente parte di una triade, le Gorgoni al plurale (Medusa, Steno ed Euriale): c’è chi ne ipotizza la rappresentazione rispettivamente di saggezza, forza e universalità. Pensiamo alle varie triadi di dee imperanti in tutte le mitologie del mondo. Tre sorelle originariamente inscindibili. C’è un mare di letteratura sull’argomento, ma mi raccomando, non mettiamo in discussione il dogma secondo il quale Medusa può solo essere l’aspetto distruttivo della psiche. Ah, c’è qualche fonte che la descrive come “velata in rappresentanza del futuro inconoscibile” – iconografia che non pare aver preso piede, ma coerente con il simbolo della soglia;
  4. la Luna fu chiamata dai mistici pre-ellenici “la testa della Gorgone“. Ho detto tutto.
  5. Simboli noti: il serpente. Il serpente giusto per noi oggi è simbolo di male e peccato. Ma è uno dei maggiori simboli di trasformazione e rinnovamento. Questa c’ha una testa completamente piena. Che facciamo, la vediamo solo come “mostro da far fuori”?

Si spalanca un mondo quando ci si addentra in una ricerca più ampia, quando si considera quanto altre comunità umane guardino il mondo con occhi diversi dai nostri, quando si vede che non ci sono solamente approcci eroici di questo tipo, quando si prende in mano un corpus di narrazioni e ne si segue l’evoluzione nel tempo.

In una parola, quando si hanno ovaie e palle di guardare fuori dal proprio orticello.

Ma tranquillo amico, sono io che sono ingenua. Sono qui che romanticizzo il mito della “donna selvaggia”, ignorando tutto il resto. O sono solo troppo “femminista” per andare in profondità.

E soprattutto, amico, tranquillo che nel tentativo di ridicolizzarmi sicuramente a me viene da “imparare da te”.

In questo caso non ho reagito educatamente. Ma mi scuserete: se si parte dando per scontato che io sia una ragazzina sprovveduta non ci sono i presupposti per nessuno scambio.

Si può discutere delle idee, l’essere d’accordo o meno, se però si ha anche il vago sospetto che queste idee esistano.

Cosa che qui non era.

“Hai sbagliato, punto, la tua è una RIDICOLA (si, c’era questa parola) lettura superficiale, bla bla, non è la DONNA SELVAGGIA” non è la base di un dibattito. È isteria.

Non si offenda la mia intelligenza.

*** Laura Ghianda ***

Pagina Facebook di Laura: “Dea oltre il dualismo”


 

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Eros e Logos: energia senza genere

Ci ho messo parecchio a decidermi a scrivere su questo argomento e ad espormi pubblicamente perché c’era qualcosa, in ciò che leggevo o ascoltavo da grandi autori e specialisti della mente, che mi lasciava perplessa; inizialmente ho pensato che il problema fosse mio nella comprensione di qualcosa che evidentemente non afferravo. E invece… non è proprio così.

Partiamo da qui.

La questione dei generi

Parliamo di “genere”, di “maschio” e “femmina”, e di quanto siamo abituati a leggere questi due termini come derivanti da fattori biologici e sociali.
Fin qui niente da eccepire.
Facciamo un passo ulteriore. Ormai si sente parlare di Anima e Animus ogni giorn
o, inseriti quasi a forza nel linguaggio comune come se fossero un nuovo linguaggio di coloro che “conoscono i profondi segreti della psiche.”
Anche qui, tutto legittimo.

C’è però un “ma” ed è l’utilizzo di “maschile” e femminile” come attributi immodificabili di Animus e Anima, declinando quindi gli stessi ad un genere o all’altro. 

I concetti di maschile e femminile sono banalmente specificati, nominati, classificati, e vengono spacciati per archetipi fissi e immutabili che ci segnano in modo netto e importante a più livelli, dal biologico al culturale. Le numerose discussioni su quanto l’uomo abbia in sé il femminile e necessiti di integrarlo piuttosto che negarlo e di quanto la donna altrettanto possegga e debba riconoscere il proprio maschile in realtà sembrano nascondere convinzioni celate, ma pericolosamente fuorvianti.

Il punto è che maschile e femminile, quando parliamo di archetipi ed energie, non hanno nulla a che vedere con ciò che sono l’uomo e la donna in senso biologico. Nè tantomeno uomo e donna sono necessariamente portatori principalmente di uno o dell’altra. Nonostante ognuno di noi abbia un sesso anatomico, l’esperienza che ognuno vive nell’avere un determinato organo può discostarsi dall’esperienza psicologica che si può avere delle energie in gioco e che per brevità tendiamo a considerare maschili o femminili.

Ed è qui che nasce il contraddittorio, facile, e lo smarrimento in cui cadono in moltissimi, uomini e donne.

Le parole e la realtà dell’anima

Non pretendo certo di dare una definizione, mi rifiuto di fornirne una, ma ciò che mi permetto di dire è che le parole sono specchio dei movimenti della psiche.

Le parole creano il pensiero e formano la realtà. La direzione e la forma che esse prendono, in base a ciò che vorrebbero esprimere, è ciò che noi chiamiamo Logos che altro non è che l’energia che dà traiettoria, mette in ordine, taglia, struttura.

Esso è stato visto come caratteristica “maschile” proprio perché il linguaggio,  produzione umana, si lega in modo imprescindibile all’aspetto culturale. E tra le varie immagini disponibili, presenti nel mito e nelle narrazioni, chi abbiamo incaricato di portare ordine e aprire varchi, spesso a cavallo con spada o lancia?
Il maschio, l’uomo,
che quindi diviene simbolo del logico e del razionale.

È non è quindi sorprendente osservare la posizione di alcuni che vedono il percorso di individuazione solo come prerogativa del maschile.

Ecco che allora se una donna apre i varchi, utilizza magari parole taglienti, sguaina sapientemente il proprio Logos, viene descritta come “mascolina”, “fallica” e tacciata, ovviamente, di aver problemi col proprio femminile.

No no no….troppa confusione.

È necessaria una riflessione sui termini in modo da arrivare, tutti assieme, ad una modifica del modo in cui utilizziamo le parole.

Maschile, Femminile, Animus, Anima, Madre, Padre, Logos ed Eros, sono immagini.

La nostra Psiche si muove attraverso immagini, si nutre di esse, crea il mondo attraverso le immagini. E la psiche è psiche, non c’entra nulla che a produrre quelle immagini sia un portatore di pene/testicoli o di vulva/vagina se non nell’aspetto culturale, come ho affermato più sopra, a causa dell’esperienza psicologica di possedere quell’organo. Non voglio sostenere che uomini e donne siano interscambiabili, annullando così ogni differenza. Le differenze ci sono, quello che cambia (ed è culturale) è il valore e il senso dato a quelle differenze. Quello che voglio sostenere è che il collegamento tra quei determinati organi e l’utilizzo di specifiche energie non sia così biologicamente determinato.

E aggiungo.

Animus e Anima non sono altro che il nostro alter ego interiore con cui è necessario dialogare. Non sono rappresentanti di Logos ed Eros, sono entrambe. Sono il rapporto che NOI abbiamo con quelle energie, insieme. Siamo NOI attraverso il linguaggio che scegliamo per descrivere noi stessi e il mondo che ci circonda e che, a causa di una certa superficialità, abbiamo finito per con-fondere distorcendo nettamente ciò che Carl Gustav Jung voleva esprimere. Essi sono anche il nostro lato Ombra legato all’essere donna o uomo nel contesto relazionale con l’Altro.

Vedete… la cultura impregna pesantemente le nostre menti e l’associazione semplicistica è facile e immediata, e a portata di mano. È una scorciatoia diciamo. Ed è così che alla fine si arriva a fondere Logos con Animus e con le energie maschili ed Eros con Anima ed energia femminile.

Invece una donna assertiva, che non soccombe a dettami sociali o culturali di genere, ha semplicemente imparato ad utilizzare in modo funzionale il proprio Logos ed ha così sviluppato un rapporto sano con il proprio Animus. Questo non la rende più maschile perché l’assertività non è prerogativa maschile

Un uomo affettivo ed accogliente è un uomo che ha fatto pace con Eros, con Anima e con il Sentimento, e non necessita di sguainare la spada alla prima minaccia di attacco alle sue convinzioni di potere. Questo non lo rende meno maschio. L’accoglienza e l’affettività non sono prerogativa del femminile. 

Tutte queste asserzioni (da cui derivano i vari “femminuccia” e “maschiaccio” usati come offese) provengono dal fatto che culturalmente fino a non molto tempo fa alla donna non era permesso utilizzare il proprio Logos per affermarsi in modo dichiarato ed autonomo. Il rischio nell’utilizzare quella facoltà, in una società retrograda e che ci stiamo lasciando faticosamente alle spalle, era per la donna quello di non essere apprezzata e magari anche marginalizzata se osava dedicarsi a materie riservate per diritto divino al mondo dei maschi (mi viene in mente una certa archeologa e linguista lituana che, a distanza di decenni, non cessa di essere bersagliata a causa dei suoi studi rivoluzionari.).

Quello che sto affermando è che nonostante ci siano delle resistenze, come avviene sempre quando abbiamo a che fare con un cambio di paradigma, anche le donne hanno bisogno di far pace con se stesse, con le proprie energie cercando di viverle al di fuori della paura della sopraffazione e quindi senza necessità di dover distruggere il maschio. Perché ricordiamoci che la questione è come una medaglia dalla doppia faccia: se da un lato abbiamo la sfida del femminile con il paradigma della sopraffazione, dall’altro lato abbiamo un mondo maschile a cui non è stato consentito di esprimere e vivere i propri sentimenti di vulnerabilità e abbandono del controllo, senza per questo passare per meno valoroso o, quando la cosa assume i toni dell’offesa, effemminato/omosessuale/debole.

Ma mentre noi rimaniamo così legati ad alcune convinzioni, da cui fatichiamo a scollarci, l’inconscio crea trame (per usare una immagine di Rafael Lopez-Pedreza) e va ben oltre il nostro piccolo intuire egoico presentandoci continuamente, dall’inizio dei tempi, immagini ambigue che ci obbligano a riflettere e, dall’Ombra, iniziano a venire allo scoperto sempre più donne che sanno tener testa a uomini alla ricerca di adorazione.

Non è più il tempo di tacere, come non è più il tempo di difendere vecchi troni patriarcali.

Stefania Bonaldo


Stefania Bonaldo è psicologa e specializzanda in psicoterapia analitica.

Giunta quasi al termine dei suoi studi in ingegneria civile, decide di cambiare completamente la sua vita affascinata dal mondo della psichiatria e inizia gli studi in Psicologia all’Università di Padova dove si laurea in Psicologia clinico-dinamica.
Si trasferisce in Brasile e inizia il suo percorso spirituale
tra gli Indios Pataxò e i terreiros del Candomblé.

Grazie a numerose sincronicità accadute in quel periodo, incontra il pensiero di Carl Gustav Jung e, dopo un master in antropologia sociale di genere presso la Universida de Federal Fluminense di Rio de Janeiro, torna in Italia e decide di completare la sua formazione post laurea in una scuola di specializzazione in Psicologia Analitica.

La convivenza degli opposti e il suo porsi a cavallo tra razionalismo scientifico e vissuti personali la animano tutt’oggi nella comprensione umana di quello che Jung denomina “inconscio collettivo” e la sua enorme potenzialità di trasformazione nella relazione terapeutica.

La sua pagina Facebook è “La Psicologa dei naufraghi

 

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La rabbia, il fuoco, l’azione

La rabbia è l’antitesi della spiritualità?

Lo è solo in quel modello di spiritualità che, separando cielo e terra, rifiuta le emozioni umane e tutto ciò che è “di questo mondo”. Ma non esiste un unico modo di intendere la spiritualità per fortuna.

Parliamo ad esempio di “spiritualità radicata”, un paradigma che non separa alto e basso, sacro e profano e quindi non condanna ciò che è umano, terrestre, materiale. Abbraccia la totalità dell’esistenza senza separazioni dicotomiche.

Starhawk, attivista e leader spirituale statunitense, lo spiega bene:

“Non è assolutamente la rabbia il problema. Lo diventa, semmai, quando questa si accompagna a un senso di mancanza di potere.”

Quindi prima di parlare di rabbia dovremmo forse parlare di “potere” che non è però da non intendersi come “potere SU”, nel senso di dominazione, sopraffazione.

Il potere: una questione spinosa

Parliamo invece del nostro potere di agire, di essere in grado di com-partecipare ad una Creazione considerata sempre in corso e non data “una volta per tutte agli inizi dei tempi”.

La paura del potere (nostro o altrui) è causata dalla distorsione del suo significato. La paura è anche quella che ci allontana da una sana sperimentazione di questa preziosa facoltà umana come fossimo bambini che temono il mare perché ancora non sanno nuotarci dentro. Ma non ci sono scorciatoie e si deve per forza passare di lì: farne esperienza per imparare a gestirlo. Non si impara a nuotare se non entrando nel mare.

La paura del potere riguarda chiunque.

Ma con una sfumatura di maggior intensità riguarda le donne.

Perché?
Perché il potere, come la rabbia, è connesso al fuoco.
E per secoli il fuoco delle donne ha subito ogni sorta di operazione per renderlo disciplinato e controllato creando un modello di donna che deve essere sempre “vulnerabile” e “accogliente”  portando al risultato di assistere ad una mutilazione del fuoco e del sole femminile.

Sarà esperienza condivisa dalle donne con un temperamento più “solare” e “focoso” il sentirsi richiamare per allinearsi ad una “maggiore femminilità”, ad un “controllo” di questa energia ritenuta “troppo maschile”. Siamo di fronte a un pregiudizio radicato nonostante l’evidente nutrita schiera di divinità femminili legate al sole e al fuoco e nonostante la stessa figura di Kali, immagine archetipica per eccellenza di un volto furioso e distruttivo assolutamente femminile, ma per comodo ricacciato nell’oblio dell’Ombra.

In alcune tradizioni il fuoco è persino presentato come elemento esclusivamente “maschile”, ma questa attribuzione rigida è frutto di una logica duale oppositiva, che separa tutto in metà contrapposte, assegnando altrettanto rigide qualità all’una o all’altra metà.

Abituati a un approccio dogmatico alla spiritualità si dimentica di essere nell’ambito di un’attribuzione di significato collocabile in una determinata epoca e in un determinato luogo.
Non c’è nulla di neutro e universale, quindi. Mai. Tutto passa sempre da un contesto.

Voglio affermare con chiarezza: il fuoco è per tutte/i.
Non sotto forma di “energia maschile interiore”, ma con una collocazione “ufficiale” e parte della natura di ciascuna e ciascuno di noi.

Anche il fuoco del focolare è stato distorto: da potente elemento di trasformazione, perché il fuoco è “trasformazione”, a pio accudimento e relegamento.

La rabbia è fuoco, dicevamo, ma fuoco è anche “azione”, “conoscenza”. E con il fuoco dei roghi sono state punite le donne che a questa conoscenza erano legate, così da indurre le donne a dover temere il fuoco fino a rinnegalo. Un timore e un rifiuto che ci portiamo fino ad oggi.

La rabbia è umana, non maschile o femminile

La rabbia è umana. Insegnare a censurarla in nome della spiritualità significa anche spegnere il fuoco dell’azione, non insegnare ad usarlo, non sviluppare questo importante potere.

Significa allontanare la spiritualità dal suo potere politico, ovvero dalla sua intrinseca possibilità di migliorare sul serio il modo in cui ci organizziamo. È il problema di oggi: la riduzione della spiritualità a mero sentiero interiore, dimenticando la ricaduta che inevitabilmente ha sulla sfera collettiva, che si voglia o meno riconoscerlo.

Come invertire questo processo? Come riprendere contatto con la rabbia e il proprio fuoco? Come modificare il pregiudizio che la vede come l’antitesi della spiritualità?

“La mia rabbia”


1. La rabbia va ascoltata.

2. Poi la rabbia va espressa (in modo sano e mi sembra palese che con questo scritto non si stia in nessun modo incitando alla violenza sull’altro). La rabbia va accolta accolta. Va capita. In noi e negli altri (e nelle altre).
“Sei arrabbiata/o, lo accetto e non cerco di zittirti”. Cosa difficile, perché presuppone l’accettazione della nostra rabbia.

3. Una volta espressa e una volta raggiunto il picco emotivo, cosa indispensabile perché l’emozione entri nella sua parabola “discendente”, il fuoco che ha acceso sarà pronto a diventare un incredibile carburante del nostro agire.

Ogni volta che ci arrabbiamo è l’occasione per riaccendere quel fuoco.

Sono tante le persone mi chiedono “come io faccia”.

“Come fai a fare tante cose, come fai a trovare le energie, come…”

Semplice, nel modo che ho appena descritto.

Mi capita di ricevere critiche per i contenuti che pubblico dove metto a nudo le mie emozioni. Ma io non mi fermo alla lamentela di un post. Se mi arrabbio, non mi fermo alla rabbia.

Perché nel tempo ho imparato ad abbracciare il mio fuoco.

La mia personalità è fuoco. Moltissimo fuoco.
Fuoco che per anni ho censurato, sminuito, maledetto per feedback sulla mia presunta inadeguatezza, nascosto per vergogna.

Per fortuna, ha vinto lui. Ho accettato le mie emozioni, ho accettato la mia rabbia, e tutto questo diventa il mio agire, i miei contenuti, i miei progetti passati e presenti ma anche futuri, le mie battaglie, ma anche la mia passione, la mia curiosità, lo studio, la forza di sperimentare e quella di alzarmi una volta sbattuto il muso sonoramente.

Lo lascio agire, fa praticamente tutto lui. Io non posso fare altro che seguirlo e scegliere verso dove puntare la sua energia.

Quando vedi il tuo fuoco creare e costruire, non fa più paura: lo inizi ad amare. Perché il fuoco è anche forza vitale. Sentirsi viva/o e piena/o.

Brucia? Scotta?

Se non lo si ascolta, si. Alza il tiro per attirare l’attenzione.

Ma se lo si accoglie, diventa un alleato. Altro che censura!

Riprendiamoci il fuoco, e riprendiamoci il potere di agire.

*** Laura Ghianda ***

Pagina Facebook di Laura: “Dea oltre il dualismo”


 

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Madri che amano troppo | Antonella Aloi

Esiste una categoria di madri che noi donne conosciamo molto bene.

Per qualche strana ragione sono le madri di molti uomini. Il titolo di queste righe è “Madri che amano troppo” perché, apparentemente, sono mosse da un amore smisurato.

Sono quelle madri che proteggono i loro figli fino allo sfinimento, li difendono anche quando hanno torto marcio, scoraggiano ogni loro tentativo di indipendenza materiale, morale, intellettuale, sentimentale, emozionale.

Sono quelle madri che diventano nemiche giurate delle nuore, considerate loro rivali nel nutrire, coccolare e vezzeggiare il loro figlio, l’oggetto del loro amore (spesso l’unico, mariti non pervenuti).

Tantissime di noi spesso le fiutano prima ancora di conoscerle, perché viviamo tutti i giorni col prodotto di questo amore smisurato: il nostro partner. Vediamo queste coccole continue dietro la sua incapacità di aggiustarsi il letto al mattino, rammendarsi un calzino, decidere che cosa fare nel fine settimana, oppure se fare un figlio.

Diciamocelo francamente: la maternità, nel nostro Belpaese, è un concetto quanto mai sopravvalutato, incensato ed edulcorato.
La mamma è mamma e non si tocca.
La mamma è sempre buona, gentile, accogliente.
I figli appartengono alla mamma.
E via elencando luoghi comuni così radicati da scorrerci nelle vene.

Così da partner veniamo magari “promosse” al ruolo di mamme vicarie. Partono i paragoni, le gare sullo sformato più buono, la parola più dolce, la coccola più efficace. Se anche noi siamo state cresciute col programma “brava mammina” ci caschiamo con tutte le scarpe.
Entriamo ovviamente in competizione, assecondando il nostro compagno in tutto e per tutto.

E se, per ipotesi, qualcosa nel nostro microchip interno perfettamente progettato sulla carta dell’educazione culturale è andato storto, cominciamo a tirare fuori una rabbia mai vista.
A ribellarci.
A pretendere di avere accanto una persona adulta e non un bambolotto da dirigere, un Cicciobello al quale dare il biberon (o la tetta) a orario. Ed è allora che mettiamo in scena un aspetto del femminile (o meglio, dell’essere donna) censurato e demonizzato nel vero senso della parola: siamo donne anche quando ci arrabbiamo. Anche quando non ci stiamo ad alimentare una mentalità patriarcale fatta di giochi di potere, vivendo un matriarcato deforme per sete d’amore che possiamo incontrare in diverse realtà italiane. Eppure anche in quel caso, nel quale la donna, regina della casa e del focolare domestico, ha la responsabilità di “gestire” ciò che il modello patriarcale le assegna come ruolo, sempre di patriarcato si tratta, seppur presentato in veste differente e con il femminile apparentemente “al centro”.

Siamo donne anche da arrabbiate senza per questo utilizzare un attributo maschile: se ci arrabbiamo, o facciamo valere le nostre idee, non siamo “falliche”. Siamo umane e a contatto con una delle emozioni umane culturalmente più represse: la rabbia.

Ormai in molti casi il danno è fatto: non resta che fuggire. La percentuale di donne cinquantenni single per scelta aumenta di giorno in giorno. In circostanze differenti, invece, il conflitto può diventare il motore di un cambiamento per la coppia. Può generare un nuovo modo di essere e pensare da cui l’intera collettività può trarre vantaggio.

Che fare, dunque?

Iniziare, ad esempi, a non prendersela con la mamma-tiranna, smascherando semmai il ricatto e la sete di potere dietro la richiesta famelica e continua d’amore.

Forse non occorre neppure invocare un ritorno in auge della figura paterna, pure presente in un bellissimo saggio di Luigi Zoja dal titolo “Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre” .

Quel che occorre, invece, è recuperare la presenza e il coraggio di esserci, fino in fondo, con il nostro essere adulte e responsabili. Occorre incontrarsi senza avere la pretesa di cambiare l’altro, ma agendo sempre e solo su noi stesse, perché siamo le uniche sulle quali abbiamo un reale potere (almeno fino a un certo punto).

Se siamo madri, abbiamo il compito di scendere a patti col nostro essere madri sufficientemente buone (sia benedetto lo psichiatra Donald Winnicott per aver coniato questa definizione).

Non di certo perfette.

Occorre imparare a percepire fin dentro le ossa se è il caso di andare o di restare. In una coppia, in una famiglia, in un lavoro.

Andare sempre verso ciò che ci nutre e che (attenzione) possiamo nutrire senza essere fagocitate a nostra volta.

Antonella Aloi

Antonella Aloi è laureata in Scienze della Comunicazione e in Psicologia ed è Supervisor Counselor. Assieme ad Anna Maria Morsucci ha scritto per Lo Scarabeo il manuale “I Tarocchi Marsigliesi per tutti”.  Usa l’arte e la simbologia come strumenti per attivare l’immaginazione in sé e negli altri.

I siti di riferimento, attraverso i quali è possibile prendere contatto con lei, sono:

Scuola di Counseling Umanistico
Il valore del Femminile

 

 

ASTROLOGIANicoletta Ferroni VittoriaPsicologia del profondo

Energia sessuale e fuoco sacro | Nicoletta Ferroni

Trattando l’argomento “Energia sessuale” molte persone sentono imbarazzo immaginando che ci si riferisca a tematiche sul sesso. L’energia sessuale è ben altro che il sesso. O meglio, il sesso è un’espressione dell’energia sessuale nel sistema energetico di una persona. E l’energia sessuale è quella forza creatrice che si manifesta in diverse forme, tra cui anche il sesso, ma non necessariamente solo il sesso. Possiamo far convogliare la nostra energia sessuale in un progetto creativo senza fare sesso. O possiamo fare regolarmente sesso, senza farci portavoce di progetti creativi. Oppure fare entrambe le cose. L’aspetto fondamentale a cui prestare attenzione è che l’energia sessuale non sia bloccata ma che scorra fluidamente attraverso i nostri canali energetici, anche perché quando si blocca procura infiammazioni fino a manifestarsi in disturbi di vario genere a organi come il colon fino all’ano, la vescica, i genitali, utero o prostata, ovaie o testicoli, nonché la colonna vertebrale. Spessissimo infatti basta sbloccare un ristagno di energia sessuale che la persona torna a risentirsi vitale e piena di “carburante” creativo.

Questo non significa che una volta sbloccata l’energia sessuale la persona debba o voglia fare sesso a tutti i costi. Significa piuttosto che la persona può attingere a questa energia per creare ciò che dà passione nella vita. Tuttavia dell’energia sessuale non si può far scorta perché essa è come il fuoco: arde ma per farlo ardere va mantenuto vivo, riconoscendo che è un’energia a cui tutti possiamo attingere, senza privarcene e senza farla divampare in eccesso.

E’ sufficiente mantenere il fuoco in equilibrio – come quando ci prendiamo cura di un focolare – per avere un’energia sessuale equilibrata e convogliata in ciò che ci dà gioia di vivere. Se chiedessimo alla dea Vesta1 che cos’è l’energia sessuale, ci parlerebbe della sacralità del fuoco che lei è preposta a mantener vivo e protetto per mantenere accesa la relazione tra il divino e l’umanità. E questo fuoco lo possiamo serenamente scambiare con chiunque senza dover fare sesso con chiunque. A volte può succedere che in alcuni periodi venga in modo più o meno inconscio praticata dell’astinenza da attività sessuali, spesso proprio per direzionare l’energia sessuale in qualcosa da creare per cui è necessaria questa energia.

Come se si riattivasse in tutti gli esseri umani, maschi inclusi, la propria Vestale interiore.2 Vi è mai capitato di sentirvi in particolare sintonia con qualcuno con cui avete portato avanti un progetto? Qualcosa su cui vi siete “focalizzati” insieme per manifestarlo nella materia? E avete sentito tanta passione e soddisfazione? Avete attinto alla vostra energia sessuale e l’avete onorata. L’avete onorata perché non avete scelto di far esprimere solo il vostro chakra sessuale, ma avete anche fatto salire l’energia sessuale nel chakra del cuore, della gola fino ai chakra della testa. Esattamente come può accadere con un orgasmo che non si limita a rimanere vibrazionalmente solo nel bacino. E’ la stessa dinamica espressa nel sesso ma senza un piacere energetico-genitale. Infatti l’energia sessuale più nota ha un passaggio ascendente. Per esempio nei rapporti sessuali si accende nei genitali e poi può prendere una direzione ascendente che può arrivare fino alla testa e anche fuoriuscirne.

E lo stesso vale anche per l’energia sessuale implicata nei progetti creativi ricchi di passione, ovvero quelli che non sgorgano da un’energia puramente mentale, ma nascono dal chakra sessuale per poi salire al livello a cui permettiamo di salire, passando per i chakra del cuore, gola, testa, senza necessariamente implicazioni genitali. E onorare questa energia significa anche accogliere l’energia sessuale che diventa tutt’uno con l’energia spirituale nel momento in cui le si permette di salire dal basso in alto. Tuttavia esiste anche un evento in natura che prevede un vero e proprio orgasmo discendente: il parto. Per quanto sia poco sperimentato, la natura prevede che anche nel partorire una donna possa provare piacere, a dispetto della famigerata frase: “Tu, donna, partorirai con dolore.” Sono poco note le preparazioni al parto in cui le donne vengono educate a questo fenomeno, come sono rarissime quelle donne che hanno avuto questa esperienza di piacere nel parto e ancor più rare quelle che lo confessano.

Però esiste questa possibilità in cui l’energia sessuale venga convogliata dal chakra sessuale permettendo alla donna di sbloccare il canale del parto al punto tale da farne un evento fisicamente ed energeticamente piacevole.

Ma dal chakra sessuale, prima di scendere, questa energia si mette in comunicazione con il chakra del cuore e della gola verso cui si espande, senza salire, per poi scendere attraverso il canale del parto. Non a caso alle donne in sala travaglio viene suggerito di usare la voce per rilassare gola e genitali. E d’altronde la donna stessa usa spontaneamente la voce, sia nel momento del parto che nei rapporti sessuali. Naturalmente in molte scuole tantriche questo fenomeno dell’orgasmo discendente viene insegnato anche a donne non partorienti e agli uomini, affinché imparino a conoscere il fluire e la gestione della propria energia sessuale. In tal modo non solo il parto diventa la massima forma di espressione dell’energia sessuale che si “incarna” attraverso il chakra del cuore, ma qualsiasi manifestazione creativa in cui è implicata l’energia sessuale può diventare la massima forma di espressione dell’energia divina.

Intendendo l’energia divina come la summa di tutte le manifestazioni energetiche: spirituale, mentale, emozionale e fisica dell’esistenza, per ascoltare e dar voce ognuno alla propria vocazione, in cui l’energia sessuale si fa portavoce della vocazione stessa. E a proposito di vocazione, Vestali, nonché dell’asteroide Vesta, concludo con queste significative considerazioni di Irene Zanier: “La verginità delle Vestali non è da intendere quindi in senso di castità, bensì in quello originario di ‘integre e complete in se stesse’. Ancora una volta integrazione.

Nel sistema dei simboli questo asteroide Vesta è diventato emblema del “principio di concentrazione spirituale e devozione nel seguire ognuno la propria chiamata, la propria vocazione.”3

Nicoletta Ferroni

NOTE

1 Vesta a Roma (ma anche Estia in Grecia) erano le dee protettrici del focolare del Re, venerate da ogni famiglia, ma anche attraverso un culto ufficiale di stato che a Roma veniva celebrato il 9 giugno, in una piccola costruzione a pianta circolare nel Foro romano fatta costruire apposta dal Re Numa Pompilio (715-673 a.c.). Il fuoco sacro venne spento nel 391 d.C. per ordine dell’Imperatore Teodosio, che con l’editto di Tessalonica proibì i culti pubblici chiudendo tutti templi pagani.

2 Sacerdotesse della dea Vesta, donne di grande prestigio politico, scelte dal Re tra ragazze in età compresa tra i sei e i dieci anni, appartenenti a famiglia di rango patrizio. Il loro compito era mantenere il fuoco sacro a Vesta nel tempio circolare al Foro romano. Se il fuoco si estingueva era presagio di sventura. Addirittura la Vestale responsabile veniva gravemente punita, così come venivano punite, (sepolte vive lungo la strada selciata di Porta Collina) se violavano il voto di castità durante il tempo del loro sacerdozio che durava trent’anni (dieci per la preparazione, dieci per l’esercizio del sacerdozio e dieci per formare nuove giovani). Dopodiché potevano rientrare in famiglia e anche sposarsi.

3 Articolo, Luna piena in Toro: la sacra fiamma di Vesta, tratto dal suo oroscopodelmese.it