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De Sphaera Estense: storia di un matrimonio infelice e di uno splendido codice miniato

DI ELENA LONDERO – Anna Maria Sforza era la figlia di Bona di Savoia e Galeazzo Maria Sforza, potentissimo duca di Milano, uomo dal carattere complesso, pieno di nemici, non a caso morto assassinato nel dicembre del 1476 a neanche trentacinque anni. La figlia è descritta dalle cronache del tempo come una giovane riservata, intelligente e colta, oltre che assai bella e delicata. Nel 1477, a soli quattro anni, come era in uso all’epoca, fu promessa sposa ad Alfonso I d’Este, figlio di Ercole d’Este ed Eleonora d’Aragona. Le nozze vere e proprie furono però celebrate solo molti anni dopo, il 17 gennaio del 1491, a Milano. I due sposi si spostarono poi subito a Ferrara, dove li attendevano numerosi e ricchi festeggiamenti. Il matrimonio fu, pare, fin dall’inizio molto infelice e, purtroppo, anche breve visto che Anna Maria, dopo soli sei anni dalle nozze, morì di parto nel novembre del 1497, poco più che ventenne. Anche la bimba che venne alla luce, purtroppo, non sopravvisse. Sembra che il marito non abbia nemmeno partecipato ai funerali della giovane moglie, a causa degli evidenti segni di sifilide che in quel periodo gli sfiguravano il volto. La malattia era probabilmente stata contratta anche da Anna Maria. Alfonso si risposò successivamente con la celebre Lucrezia Borgia (al suo terzo matrimonio), e da lei ebbe numerosi figli. La dote che Anna Maria Sforza aveva ricevuto dalla sua famiglia per le nozze era molto ricca (i registri riportano che ammontasse a ben quarantamila ducati) e quasi sicuramente includeva, fra i vari doni, anche un magnifico manoscritto astrologico denominato De Sphaera estense. Anche se non è mai emerso, infatti, un documento preciso che attesti la presenza del volume nella dote, si ritiene che il codice sia arrivato a Ferrara proprio per tale via.

 

Esso fu miniato da un artista lombardo verso il 1470, quasi sicuramente da identificarsi con il milanese Cristoforo de Predis. L’artista, che era sordomuto, sicuramente ebbe contatti con Leonardo da Vinci che, anzi, fu sicuramente anche ospite, per un breve periodo, nella casa del miniatore. Lo stile di de Predis presenta sia influenze nettamente rinascimentali (nei colori, nelle architetture, nei paesaggi), sia fiamminghe (si veda soprattutto la resa dei dettagli, delle ambientazioni di interni, sempre precisissime). Il piccolo e preziosissimo De Sphaera è un breve commentario per immagini ad una precedente opera medievale, il celebre De Sphaera Mundi del matematico, astrologo ed astronomo inglese Giovanni Sacrobosco (volume che vedrà poi, proprio a Ferrara, la sua prima edizione a stampa nel 1472).

Il De Sphaera estense, che misura ventiquattro centimetri di altezza per diciassette di larghezza, era sicuramente un oggetto di lusso, un dono prezioso nato e creato all’interno di un ambiente ricco ed aristocratico, in cui la cultura astrologica era tenuta in alta considerazione. Il testo, comunque, è da considerarsi più un’opera divulgativa che non accademica e presenta al suo interno diversi livelli di esecuzione. Il manoscritto, infatti, è realizzato in maniera eccellente sul piano artistico nella parte astrologica, meno in quella astronomica. Appaiono, inoltre, abbastanza semplificati i contenuti di entrambe. Non sottovalutiamo il potere che rivestiva l’oggetto di lusso in sé, vero e proprio strumento atto a far esibire pubblicamente la propria ricchezza e munificenza. È utile ricordare come la stampa a caratteri mobili esistesse già, anche se da pochi decenni, quindi gli alti costi sostenuti per far realizzare un codice miniato avevano sicuramente anche lo scopo e il compito di mostrare il proprio potere economico e politico.

Erano tempi in cui si sceglievano con estrema cura simboli, stemmi e blasoni di famiglia da far inserire agli artisti in vari contesti. Il De Sphaera, nelle sue miniature, non fa eccezione. Gli Sforza, in particolare, avevano ancora bisogno di legittimazione. Francesco I Sforza, il nonno di Anna Maria era, infatti, stato il marito di Bianca Maria Visconti, l’unica erede del ducato che con quel matrimonio aveva unito il potere delle due famiglie. Francesco, però, non era nativo di Milano e aveva tratto il proprio potere dall’investitura imperiale (che in Lombardia era una forma di legittimazione piuttosto precaria a quei tempi). Per questo, aveva bisogno da un lato di rafforzare il nome degli Sforza, per la prima volta al comando di Milano, dall’altro di legittimarsi dando un’idea di continuità con la precedente dinastia Visconti della moglie. Equilibri delicati, da ristabilire continuamente. Anche i figli – Gian Galeazzo prima e Ludovico il Moro dopo – proseguirono su questa strada, facendo confluire le esigenze politiche ed araldiche in quelle artistiche. Gian Galeazzo, per affermare e rafforzare la casata, giunse a riportarne le origini degli Sforza alle nozze mistiche fra Anchise e Venere.

Il De Sphaera, che va inserito in questo contesto storico-politico, è composto da sedici carte di pergamena (per un totale di trentadue “facciate”). Le prime quattro carte, così come le ultime tre, contengono disegni astronomici, riguardanti eclissi, maree, orbite planetarie. È presente anche una sintetica Tabula climatum, rappresentante le sette fasce climatiche dell’emisfero settentrionale di tolemaica concezione. L’emisfero sud appare del tutto ignorato, come se non esistesse, mentre sono segnate come inabitabili le zone polari (eccessivamente fredde) e quella equatoriale (troppo calda). Appare singolare che i disegni della parte astronomico-scientifica – peraltro non sempre perfettamente corretti, come se vi fossero stati degli errori nella fase di copiatura – non siano accompagnati da alcun testo esplicativo, tranne brevissime didascalie in latino medievale. I disegni astronomici, inoltre, sono evidentemente di livello inferiore rispetto a quello delle miniature di carattere astrologico. Questo fa ipotizzare che le due parti, sicuramente realizzate da mani diverse, siano state assemblate fra loro solamente in un secondo momento.

È, comunque, dal quarto foglio che la bellezza di questo piccolo volume emerge in tutta la sua grandezza. Da qui, infatti, cominciano le carte con le magnifiche miniature, di altissimo livello pittorico, che hanno reso tanto celebre il De Sphaera estense. Il contenuto strettamente astrologico, in qualche modo è invece più ovvio e scontato, senza particolari ricercatezze o rimandi. La bellezza dell’esecuzione, comunque, pone in secondo piano questo aspetto. Ogni coppia di carte presenta, fra loro affiancate, le personificazioni dei setti pianeti all’epoca conosciuti e le le attività umane ad essi abbinate. Al di sotto vi sono poche righe riassuntive, né troppo ispirate, né troppo originali, che potrebbero essere state inserite anche successivamente. Le attività richiamate accanto ai pianeti ricordano quelle delle famiglie a cui i due sposi appartenevano.

Mercurio, ad esempio, è rappresentato con le ali piumate ai piedi mentre regge con la mano destra una borsa, simbolo dei ricchi guadagni e della prosperità che derivano proprio dai commerci governati dal pianeta. Con la sinistra, invece, tiene il caduceo. È un bastone alato con due serpenti attorcigliati, che rappresentano l’equilibrio tra materia ed intelligenza e la capacità di dominare il caos. Per questo il caduceo è simbolo dell’ordine e della pace che favorisce tutte le arti (e tutti gli affari…). Nei due tondi all’altezza degli arti inferiori di Mercurio sono invece rappresentati, come avviene per ogni pianeta, i segni zodiacali da lui governati, in questo caso i Gemelli e la Vergine. Sulla carta miniata di sinistra è possibile osservare le varie botteghe artigiane, suddivise in Arti utili (lo scriptorium con l’amanuense intenso nel suo lavoro di copiatura, la fucina dell’armaiolo e l’orologiaio) e Belle arti (pittura, scultura e musica). Gli strumenti utilizzati da tutti questi artigiani per l’esercizio della loro professione sono rappresentati con estrema precisione (una cura per il dettaglio di evidente ascendenza fiamminga). Al centro, in alto, una bella tavola imbandita e al di sotto la cucina. L’uso del colore è anche qui, come nel resto delle miniature, veramente raffinato e pregevole. La pagina di Marte, raffigurato in forma antropomorfa come un guerriero, è affiancata da un campo di battaglia, con un paesaggio che si sviluppa sullo sfondo e una degradazione cromatica che accompagna lo sguardo sempre più in lontananza. Le rocce separano il gruppo, quasi monolitico, dei soldati in primo piano dalla campagna alle loro spalle, con la strada curvilinea che divide ulteriormente gli spazi, sia a livello fisico, sia simbolico, separando la violenza della battaglia dalla pace campestre.

Venere è rappresentata, ovviamente, come una bella e leggiadra fanciulla, intenta a osservarsi nello specchio che regge con la mano sinistra. Questo di Venere allo specchio è un tema che ha sempre attratto gli artisti, basti pensare ai capolavori realizzati da autori quali Rubens, Veronese, Tiziano o Velázquez. Nella carta a destra della miniatura di Venere, abbiamo una pagina con piccole scene di amore, musica e arte (di sapore quasi boccaccesco). Va ricordato che la musica, all’epoca, era limitata o a esigenze di culto o ad ambienti aristocratici ed elitari. Venere, nel suo simbolismo profano e non sacro è il riflesso della musica cortese, suonata per fini dilettevoli e di intrattenimento (la miniatura, non a caso, è accompagnata dalla dicitura “…in cantare et danze… induce i cuori…”). La miniatura rappresenta anche un’ottima e utile fonte storica per studiare gli strumenti musicali utilizzati alla fine del XV secolo in ambito lombardo. A queste miniature ovviamente si affiancano quelle dei due luminari e di Giove e Saturno, tutte splendide.

La prospettiva è ovunque ben gestita, con i paesaggi che sono eseguiti sempre con estrema perizia, così come raffinatissimo appare anche l’uso del colore. I rossi, in particolare, sembrano in alcune scene, come quelle di Marte, quasi indicare la strada che lo sguardo dell’osservatore deve compiere tra un dettaglio e l’altro. La cura dei particolari contestualizza bene gli ambienti, gli abiti, gli oggetti rappresentati. In tutte le miniature, inoltre, gli alberi ricoprono un ruolo particolare e il loro stile rimanda allo stile francese. Alberi sempre affusolati, dal fusto leggero, alto e slanciato e dalle chiome tondeggianti e geometriche, che vengono utilizzati come fossero scenografie. Separano gli spazi, danno profondità all’immagine, incorniciano e impreziosiscono i vari elementi delle scene raffigurate. Si veda, ad esempio, l’uso che ne viene fatto sotto al tondo di Venere, dove hanno quasi lo scopo di sostituire una vera e propria scenografia. Il De Sphaera estense giunse a Modena alla fine del Cinquecento, quando vi si trasferì tutta la corte ferrarese e dove è tuttora conservato nella Biblioteca Estense della città.

Elena Londero

Bibliografia e crediti fotografici

Le immagini da manoscritti sottoposti alla tutela del Ministero dei Beni Culturali e della Biblioteca Estense Universitaria di Modena sono state riprodotte a bassa risoluzione, per uso didattico e scientifico senza scopo di lucro, in ottemperanza alla legge sui diritti d’autore (comma 1-bis dell’articolo 70, legge 22 aprile 1941, n. 633, innovata dalla legge 22 maggio 2004, n. 128 e dalla legge 9 gennaio 2008, n. 2).

De Sphaera, α.x.2.14 = LAT. 209, Biblioteca Estense Universitaria, Modena
Vita di Anna Sforza moglie di Alfonso d’Este duca di Ferrara scritta nel 1500, 1871, Ebook gratuito visionabile su Google Book.
Edizione facsimile del De Sphaera con commentario annesso, Casa Editrice Il Bulino, 2010
Manuela Incerti, I disegni astronomici del De Sphaera estense e il Tractatus de Sphaera di Johannes de Sacrobosco, Modena 2010
Treccani, Cristoforo de Predis, in Dizionario biografico degli italiani versione online
Patrizia Nava, Gli errori del De Sphaera, www.astrologiaoraria.com, 2013
Wittgens, Cristoforo De Predis, Leo S. Olschki Editore Firenze, 1935
AA.VV., “Arti, mestieri, tecniche. Il lavoro dell’uomo in codici e libri a stampa della Biblioteca Estense”, Edizioni Panini, 1982.

ASTROLOGIAElena LonderoIndagine Astrologica

Le origini del Natale tra mito, religione e storia | Elena Londero

L’albero di Natale è una di quelle antiche usanze che nutrono l’anima, che nutrono l’uomo interiore” Carl Gustav Jung

Sento questa citazione di Jung bellissima, la sento mia. Mi piace soprattutto la parola nutrimento. L’etimo latino nutrio è già rivelatore, significa alimentare, allevare, aiutare a crescere. Per Jung l’albero di Natale fa dunque tutto questo con il nostro animo, regalando preziose risorse all’uomo interiore che vive in tutti noi. Da dove arriva, però, la bellezza e la ricchezza di questo simbolo? Quanto è antico e radicato in noi? Gli alberi hanno sempre affascinato l’essere umano, in ogni cultura e religione sono stati alla base di tradizioni e miti. La salita dell’albero è un rito sciamanico antichissimo, un’ascesa che porta a staccarsi dal livello del terreno, per superare i propri limiti e confini. Questa esperienza rappresenta il passaggio tra i tre diversi livelli cosmici, quello degli Inferi, della Terra e del Cielo. Una suddivisione tripartita dell’universo universalmente diffusa. Il cielo, in molte culture, è concepito ora come una coltre, ora come una sorte di copertura o un’infinita e immensa tenda.

I Turco-Tartari per esempio vedono nella Via Lattea la cucitura di questo infinito tendaggio, con le stelle concepite come piccole finestrelle che si aprono sulle sfere del Cielo e da cui gli dèi possono guardare cosa accade sotto. Queste tre partizioni hanno sempre un centro, un solido pilastro che, nel contempo, le mette in comunicazione fra loro e le sostiene. Questo pilastro di solito è di legno e richiama, nei miti di molte antiche culture, il palo centrale che sostiene la tenda. È un punto sacro, che connette la Terra al Cielo e, per questo, ai suoi piedi si possono compiere sacrifici o officiare riti. Il Pilastro del Mondo, così carico di significato, è molte volte rappresentato o immaginato come un albero, il cui tronco sostiene la chioma (il Cielo) e si connette alle radici (gli Inferi). Il pilastro del mondo è spesso un albero sacro a sette rami o segnato nel suo tronco da sette incisioni. Le sette tacche rimandano ad altrettanti livelli celesti. Gli ostacoli che lo sciamano deve superare sono proprio i cieli in cui deve riuscire a penetrare, ad accedere. Quando lo sciamano riesce, infine, a raggiungere la sommità dell’Albero cosmico può porre domande circa l’avvenire e il destino della sua comunità.

Il mito di molte culture riporta anche all’esistenza di precedenti Ere paradisiache, in cui gli esseri umani potevano ascendere facilmente in cielo, senza bisogno di intermediari. Quando questo privilegio venne meno (pensiamo, in altro contesto, alla cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva) solo alcuni (fra cui appunto gli Sciamani) riuscirono a continuare ad elevarsi dal livello terreno a quello, sacro, del Cielo. Cosmologicamente, anche l’Albero del Mondo si innalza al centro della Terra. È un Albero magico intorno al quale si sono sviluppate, nella storia dei popoli, narrazioni ricchissime. Bellissima, fra tante, l’immagine dell’albero cosmico che – per i Goldi, i Dolgani e i Tungusi – ospita sui suoi rami le anime dei bambini prima della loro nascita, come fossero tanti uccellini cinguettanti. Quando arriva il loro momento si staccano dal ramo su cui sono posati e scendono sulla Terra. All’Albero Cosmico si collega anche l’Albero dei Destini. Secondo alcune tradizioni, come ad esempio quella Batachi e quella turco-osmana, l’Albero della vita ha, infatti, su di sé un milione di foglie e su ognuna di esse è scritto il destino di un essere umano. Ogni volta che un uomo o una donna muore, la sua foglia si stacca e scivola a terra, a significare che quel destino è stato ormai stato vissuto e compiuto. Sono idee che derivano dalla concezione mesopotamica dei sette cieli planetari, visti anch’essi come un immenso Libro del destino.

Gli alberi hanno sempre avuto enorme importanza anche nelle tradizioni e nei riti propiziatori dei popoli del Nord. I Vichinghi, ad esempio, avevano l’uso – al solstizio d’inverno – di tagliare e portare nelle loro case un abete rosso. Esso veniva onorato e decorato con frutti, a simboleggiare quella fertilità del terreno che la primavera avrebbe riportato con sé. Erano rituali importanti, soprattutto in una terra in cui, quando il sole declinava, lo faceva per settimane intere.

Abbiamo poi lo Yggdrasill, l’albero cosmico dei miti nordici che – secondo la tradizione – sostiene sui suoi rami l’intero universo. Nel poema dell’Edda è indicato come un frassino, nella versione del mito di Rodolfo di Fulda (IX secolo) è, invece, un esemplare di tasso o una quercia. Tutti e tre sono, comunque, alberi sacri per i popoli del Nord. Lo Yggdrasill, nella mitologia norrena, è un albero mastodontico, capace di reggere sui suoi rami il peso di tutti i nove mondi esistenti. Il mondo degli Asi, degli Elfi, degli uomini, dei Vani, dei Giganti, del gelo o della nebbia, quello degli elfi oscuri, dei nani e, infine, il mondo dei morti. Tutti assieme, posati sullo Yggdrasill, formano l’intero universo. Lo Yggdrasill è associato anche al mito del dio Odino, padre di tutti gli dei norreni. Tra i molti epiteti che gli sono attribuiti molti si riferiscono alla vastità del suo sapere (secondo il mito Odino conosceva l’origine di tutte le cose, il destino di tutti gli uomini e il fato dell’intero universo). La tradizione racconta come, per raggiungere una conoscenza ancora superiore, ossia i segreti delle Rune, il dio rimase ininterrottamente appeso all’albero cosmico per nove giorni e nove notti, col supplizio di essere anche trafitto da una lancia. Scoprire se stesso, sacrificando se stesso. Un’esperienza mistica, di crescita ed esplorazione interiore, che attraverso il sacrificio del corpo riconduce a quel nutrimento dell’anima citato inizialmente sul pensiero di Jung. La trasformazione che, in termini psicanalitici, diviene processo di individuazione. Allo Yggdrasill però furono anche appese, impiccate, numerose vittime sacrificali. Una metafora, dunque, del bene e del male che sempre si alternano fra loro. Quest’alternanza bene/male, luce/oscurità, è un concetto che che riconduce idealmente anche all’albero cosmico degli alchimisti.

 

Lucas Cranach, Adamo ed Eva (1526) Olio su legno

Nella Genesi (capitolo II, 17) è, infatti, scritto “Ma non mangiare dell’albero della scienza del bene e del male, poichè in qualunque giorno ne avrai mangiato, morirai di morte”. L’albero della scienza, o adamico, è quello il cui frutto separa la perfetta unità delle due nature, benefica a e malefica. Sul loro antagonismo, sulla complementarietà tra tenebre e luce, troviamo un infinito mondo di studi alchemici, filosofici, ermetici. Nell’ermetismo e nella simbologia religiosa incontriamo anche l’albero secco che dovrà resuscitare e tornare alla vita. Pensiamo alla verga di Aronne, secca, che si ricoprì di foglie, fiori e poi mandorle non appena fu piantato al suolo. O alla mazza di Ercole, consacrata a Mercurio, dopo la vittoria sui Giganti che, non appena fu posata a terra vi protese in profondità solide radici per poi divenire, in breve, un immenso ulivo. Anche nella Bibbia l’albero è un simbolo che ritorna più volte. Pensiamo all’albero della vita, citato nella Genesi e posto proprio al centro del paradiso terrestre. Dio lo aveva posto al centro del Giardino dell’Eden, insieme all’albero della conoscenza del bene e del male. I due alberi erano inizialmente uniti e tramite essi Adamo aveva accesso alla sapienza suprema. Dopo il peccato originale egli perse questa possibilità e dovette separarli fra loro, districandone le radici. Nella Torah quest’albero viene assimilato al melograno. L’albero della vita nella cabala rappresenta le leggi dell’universo ed è impiegato nella magia ermetica che, attraverso l’atto magico, attiva la potenza associata ad esso. Esso è formato da quattro mondi, dieci centri energetici (Sephiroth), tre veli di esistenza non manifestata, tre pilastri e ventidue sentieri.

Per riprendere ancora le parole di Jung: “L’albero natalizio ha una valenza cosmica che lo collega alla rinascita della vita dopo l’inverno e al ritorno della fertilità”. Così come nei miti nordici, anche nel Cristianesimo, l’albero rappresenta la croce di Gesù Cristo, con la liturgia che ancora oggi recita: “Nell’albero della Croce tu hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita”. La punta che ancora oggi poniamo in cima all’abete va, invece, a ricordare la stella cometa che i Re magi seguirono per raggiungere la grotta della natività.

 

Rappresentazione di una cometa, in un manoscritto del medioevo.

Non dimentichiamo, comunque, che il Natale – vissuto come natività di Gesù Cristo – non è presente nei primi tre secoli del Cristianesimo. La data del 25 dicembre non è collegata ad alcuna data storica riferibile alla nascita di Gesù Cristo. Essa è, invece, sicuramente correlata al calendario civile romano, che festeggiava già precedentemente, proprio quel giorno, il solstizio d’inverno e la nascita del Deus Sol invictus, il Dio Sole invitto/ non vinto. Una festività collegata a sua volta a quella nordica più antica della rinascita del Sole che, dopo il solstizio (“sol-stitium”, ossia sole fermo), riprende finalmente a riapparire, ad essere più vitale, con le ore di luce che si fanno via via più lunghe di giorno in giorno. Il Deus Sol invictus aveva anche una sua lunga e profonda tradizione nella civiltà siriana ed egizia, che rappresentavano spesso la nascita del Sole come un infante. È da questo che deriva la successiva tradizione della nascita del Bambin Gesù. È collegabile anche al dio persiano Mitra o al dio babilonese Tammuz. Il Cristianesimo quindi si sovrappose sia alle celebrazioni del solstizio, sia a quelle già molto diffuse, in varie culture, del Sol invictus. Nel 330 d. C. Costantino rese ufficialmente questa confluenza. Siamo, in questi primi tre secoli del cristianesimo, all’interno del cosiddetto sincretismo religioso, in cui il cristianesimo si inserisce in tradizioni più antiche, in una fusione e stratificazione di simboli in cui, in certi momenti, convivono varie religioni e dottrine senza che ancora nessuna prevalga sulle altre.
L’affinità, dunque, tra il Sole e la divinità è presente in ogni cultura, a tutte le latitudini.

La festività del 25 dicembre si diffuse poi velocemente in tutta la cristianità, comprese le chiese orientali che inizialmente la festeggiavano il 6 gennaio, insieme all’Epifania. L’albero di Natale nella sua valenza più moderna è riportabile anche ad un anno preciso, il 1441, quando nella città estone di Tallin fu eretto un grande abete proprio al centro della piazza del Municipio. Attorno ad esso ballarono giovani uomini e donne alla ricerca dell’anima gemella. Il rito propiziatorio si estese velocemente e, nel giro di un secolo, lo ritroviamo anche in Germania. Una cronaca del 1570 riporta di un albero a Brema decorato con mele, noci e fiori di carta. Vi era poi un gioco medievale celebrato in Germania proprio il 24 dicembre, “Il gioco di Adamo ed Eva”. Le piazze delle città venivano addobbate con ricchi alberi con simboli dell’abbondanza che riportavano all’immagine del paradiso terrestre.

Quando gli alberi di Natale furono portati dalle piazze antistanti le chiese anche all’interno delle abitazioni al decoro della mela (il peccato) si aggiunse quello dell’ostia (il pane eucaristico che dona, per i cristiani, la vita e simboleggia il corpo di Cristo offerto per il perdono dei peccati). Nel tempo si aggiunsero ulteriori nuovi decori. Inizialmente, per illuminarlo, gli era posto accanto un candeliere, poi nel tempo le candele furono fissate agli stessi rami dell’abete. In questo modo divenne albero della luce, a ricordare come Cristo fosse considerato la luce del mondo.

L’albero è, dunque, un’immagine archetipica antichissima, ricca di storia e di tradizione. Per tornare ad una prospettiva junghiana possiamo vedere il Natale come un confine, un passaggio, tra una zona interiore di oscurità e una di maggiore conoscenza e consapevolezza, sia individuale, sia collettiva.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

Bibliografia:
Carl Gustav Jung, “Jung Parla. Interviste e incontri”.
Mircea Eliade, “Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi”, Edizioni Mediterranee.
Andrea Casella, “Alle origini dell’albero cosmico”, Editore Lulucom.
Mila Fois, “I Miti Norreni”, Meet Myths.
Mila Fois, “Rune: il sangue di Odino”, Meet Myths.
Rudolf Steiner, “L’albero di Natale. ”, Fior di Pesco Edizioni.

Elena LonderoIndagine Astrologica

Non voglio avere un corpo. Non voglio occupare spazio.

“Non voglio avere un corpo. Non voglio occupare spazio.” Carolina, vent’anni anni, trenta chili di peso.

La bulimia, l’anoressia e il disturbo da alimentazione incontrollata sono rispettivamente al primo, al secondo e al terzo posto del podio dei problemi alimentari. Il disturbo dell’abbuffata, il terzo, è il meno conosciuto e indica un modo di mangiare impulsivo e compulsivo che scatta, con una certa frequenza, in momenti in cui si ha bisogno di conforto o consolazione. I tre disturbi non sono compartimenti stagni, ma di solito si alternano fra loro in fasi diverse della malattia. Le ragazze rappresentano circa il novanta per cento dei casi, i ragazzi sono invece stabili intorno al dieci per cento (e non in crescita, come spesso si legge).

Il primo episodio della malattia, quello d’esordio, solitamente avviene verso i tredici/quindici anni, la malattia può poi protrarsi per anni e anni, con frequenti ricadute. Ci sono però sempre segnali che la precedono e che genitori o insegnanti possono cogliere per riconoscere un primo precoce campanello d’allarme. Affinché scatti un grave problema alimentare sono, infatti, necessari tre distinti passaggi:

  1. una predisposizione, sempre già visibile nell’infanzia
  2. un tipo di genitore che, involontariamente, la sostiene e la enfatizza
  3. un evento che la fa scattare ed emergere

 

Riguardo al primo punto, tutti i terapeuti che si occupano di queste malattie sottolineano di fare attenzione quando una bambina è particolarmente perfezionista e ordinata, molto brava a scuola, spesso la prima della classe. Sono bambine di solito un pò chiuse e riservate, che su questa loro bravura fondano la loro identità e, quindi, non possono mai concedersi di fallire, arretrare, rientrare nella media. Questo le fa vivere in uno stato d’ansia continuo, faticosissimo. Sempre molto intelligenti ma insicure in modo insidioso, vivono nel timore di sbagliare e di deludere gli altri. Diventano, per questo, estremamente esigenti con se stesse, non si concedono mai il minimo errore. Questi tratti ossessivo-compulsivi di perfezionismo possono essere ereditati, già presenti anche in altri membri della famiglia. Queste predisposizioni, ovviamente, da sole non bastano a far scattare il disturbo alimentare. Per capirci, non tutte le bimbe perfezioniste e un pò ansiose sviluppano una patologia alimentare, ma pressoché tutte le ragazze anoressiche sono state nell’infanzia bambine di questo tipo.

Il secondo punto riguarda il tipo di famiglia in cui nasce questa bimba così perfezionista ed esigente con se stessa. Non esiste un modello di famiglia precisa che favorisce l’insorgenza di queste patologie, ma esiste un’Emotività Espressa (EE) genitoriale che può attivare il disturbo, dove già predisposto. Sono padri e madri che hanno ambizioni importanti sui figli, sul loro avvenire, sulle loro capacità di emergere. Si sono abituati fin dall’infanzia a prestazioni alte e le danno ormai per scontate, aspettandosele anche con il proseguire degli anni e degli studi. Sono genitori spesso ipercritici, esigenti, che premono con le loro aspettative.

Vi è poi, il terzo punto, il fatto scatenante, che fa insorgere il disturbo alimentare rimasto, fino a quel momento, latente. Può essere un evento traumatico (un lutto, una separazione, la fine di una relazione), oppure qualcosa di non grave (il commento di un coetaneo o di un genitore sul proprio aspetto fisico), ma che ferisce profondamente a livello interiore. In entrambi i casi il grilletto scatta, la malattia insorge.

Nel caso dell’anoressia, la malattia di solito insorge dopo l’inizio di una dieta ferrea, rigorosa, con un controllo minuzioso delle calorie assunte. Può anche esserci la scelta di consumare solo cibi di un certo colore, o di un’unica tipologia (solo insalata, ad esempio). Frequente anche la mancanza di serenità e convivialità durante il pasto, come se la concentrazione posta sull’atto del mangiare fosse tale da togliere qualsiasi spazio alla conversazione, al piacere dello stare a tavola (che a questo punto interiormente si è ormai trasformato in un inferno). Anche praticare sport in maniera eccessiva è un segnale da non sottovalutare.

Una situazione delicata si crea quando, in famiglia, solo uno dei due genitori si rende conto della gravità della situazione, mentre l’altro tende a negarla. In questo caso, statisticamente, la prognosi per la ragazza diventa assai più negativa. Un genitore può evitare il problema sia per la scarsa conoscenza del disturbo (che glielo fa sottovalutare nella sua pericolosità), sia per la paura che inconsciamente sente verso la situazione e a cui si sottrae. Sono comunque cammini sempre complessi, perché tutte le persone coinvolte provano sofferenza, preoccupazione, impotenza. L’anoressia è impossibile da nascondere, vista la magrezza a cui porta. La bulimia, invece, è più facile da celare, perché chi ne soffre può anche essere normopeso o solo sovrappeso. Il vomito viene indotto dopo pasti apparentemente normali, in assoluta solitudine. Alcuni segnali che un genitore può notare sono unghie fragili, pelle secca e squamosa, perdita di capelli, ittero visibile nei palmi di mani e piedi giallo-arancio, petecchie, problemi dentali.

I disturbi alimentari sono malattie vigliacche perché, in silenzio, possono danneggiare gravemente la salute e lasciare danni permanenti agli organi interni, anche dopo anni che il problema è stato superato. Hanno incidenza sui reni, i polmoni, creano infertilità, problemi cardiaci, osteoporosi, predispongono ad alcuni tipi di tumori. Le ragazze bulimiche soffrono di frequente di ovaio policistico. Si hanno anche pesanti complicanze neurologiche, con un’atrofia cerebrale che, nei casi più pesanti, rende la risonanza magnetica di un’anoressica grave indistinguibile da quella di un malato di Alzheimer.

La mortalità nelle ragazze anoressiche è drammaticamente elevata, intorno al dieci per cento, uno dei più alti tassi di letalità tra le malattie psichiatriche. Riguardo alle cause di morte si registra, purtroppo, al primo posto il suicidio, al secondo l’arresto cardiaco.

È per tutto questo che, se in famiglia ci si accorge di questo problema, o anche solo se si ha un dubbio o un sospetto, è meglio non attendere, non rimandare, ma chiedere subito un aiuto qualificato. Rivolgersi magari al proprio medico di base, per capire quali sono i centri specializzati più vicini e chiedere subito un consiglio su come procedere. Bisogna sapere in partenza che le ragazze anoressiche, pur essendo molti intelligenti e con un QI sempre superiore alla media, non sono consapevoli di essere malate e quindi sono ostili ad accettare di essere aiutate. Sono ragazze che hanno spesso un livello scolastico alto, di solito arrivano al livello universitario anche se la malattia spesso impone paure o interruzioni nel percorso di studi (e questo genera profonda frustrazione e altre dosi di disistima). In passato, l’anoressia era presente soprattutto nelle classi sociali medio-alte, mentre oggi è statisticamente diffusa in tutti gli strati sociali della popolazione. I disturbi alimentari sono comunque presenti solo all’interno dei paesi industrializzati.

Astrologicamente è impossibile semplificare questo argomento così complesso e delicato. Ogni tema natale racchiude in sé la sua storia, che è unica e irripetibile e ogni ragazza arriva alla malattia attraverso un suo cammino personale. Possiamo, quindi, trattare il tema solo in termini generali, mai definitivi.

L’analisi di Venere è importante, non solo perché il pianeta simboleggia il senso estetico, ma soprattutto perché descrive il nostro livello di autostima. Venere rappresenta, quindi, il valore che diamo a noi stessi e che deriva da modelli introiettati fin dall’infanzia. Chi ha patologie alimentari non si piace, non accetta il proprio corpo e ha un basso livello di fiducia in sé. Rapporti Venere/Saturno indicano insicurezze profonde nei confronti della propria sessualità e femminilità, che viene negata e bloccata (pensiamo solo all’amenorrea tipica delle donne anoressiche). Il rigore di Saturno dà la forza della rinuncia, della disciplina che, lentamente, scava il corpo, lo asciuga e in questo dà alle ragazze un senso di onnipotenza, di controllo. È però una dinamica sterile, che consuma e incastra nel desiderio di occupare sempre meno spazio, di ridursi, fino a scomparire.

La disistima espressa da Venere può risultare anche da aspetti – non necessariamente disarmonici – con Nettuno o Plutone, oppure dalla sua posizione in particolari case o segni (ad esempio, pensiamo ad una Venere Bilancia che necessita, soprattutto se lesa, di continua approvazione e conferma).

A livello psichico esiste un Sé oggettivo, in cui l’immagine che noi abbiamo di noi stessi corrisponde alla realtà di ciò che siamo e di come ci percepiscono gli altri. Vi è poi, in ognuno di noi, anche un Sé ideale, che definisce non ciò che siamo realmente, ma ciò che vorremmo essere e divenire. Vi è, infine, un Sé imperativo, molto saturnino, legato a ciò che sentiamo di dover essere per ottenere l’approvazione degli altri. Il nostro benessere psicologico è proporzionato a quanta discrepanza vi è fra queste diverse percezioni (Higgins, 1987). Questo nel tema natale emergerà con tensioni e aspetti distinti, che “tirano” in diverse direzioni psichiche.

Nelle ragazze che soffrono di disturbi alimentari la distanza fra i vari Sé è ampia e innesca forti tensioni interne, frustrazioni, difficoltà. Il Sé ideale, nettuniano, assume un’importanza assoluta e viene ricercato con forza. Essendo però un’immagine ideale, per quanto ci si impegni, esso sarà sempre irraggiungibile, non vi sarà mai un punto di arrivo definitivo (qualsiasi peso si raggiunga). L’inseguimento non avrà mai fine, una ragazza potrà essere ormai solo l’ombra di se stessa, pesare trenta chili, ma riflessa nello specchio si vedrà grassa, larga, ingombrante. In queste malattie la distorsione del reale è così ampia da far distorcere completamente la percezione di sé e del proprio corpo, per quanto emaciato esso sia. Nettuno è un pianeta centrale nei disturbi alimentari,  per le anoressiche la rinuncia al cibo diventa un’esperienza intensa e spirituale, quasi religiosa. Pensiamo solo, in ambito cattolico, alle numerose sante ascetiche, donne che – lungo tutta la storia della cristianità – smettevano quasi completamente di mangiare e, a volte, giungevano a nutrirsi solo di ostie consacrate. Il distacco dal reale, l’assenza di confini, diventa così esperienza euforica e mistica, in cui si può raggiungere un senso di assoluta onnipotenza e un assoluto distacco dalla propria fisicità. La distanza fra sé e gli altri può diventare psicologicamente infinita e per questo recuperare una ragazza con queste malattie è un percorso specialistico, che la famiglia da sola non può compiere.

La questione del controllo meticoloso del cibo, invece, può esprimersi attraverso diverse strade. Spesso sono presenti valori Vergine che attivano un perfezionismo assoluto e rigoroso. La Luna Vergine potrebbe, per certi versi, essere la tipica Luna delle ragazze anoressiche, che esaminano il cibo meticolosamente, lo spezzettano con pazienza in minuscoli bocconcini, tutti di uguale dimensione, spesso disposti ordinatamente nel piatto per forma o colore. I valori Vergine vengono distorti e diventano anche, attraverso la ritualità del cibo, bisogno di assoluta pulizia interiore, raggiunta attraverso quella del corpo che, nel digiuno e nella privazione, si sente  vuoto e quindi immacolato e purificato.

Da analizzare anche l’asse seconda/ottava, per capire se l’atto del nutrirsi assume una valenza particolare, diventando fonte di sicurezze interiori mancate, assumendo il compito di confortare, riparare, anestetizzare. L’asse, che simboleggia sia l’introduzione del cibo, sia la sua espulsione, si inserisce nella dinamica bulimica che, al mangiare incontrollato e vorace, fa seguire un’espulsione forzata e accelerata, sia attraverso il vomito autoindotto, sia con l’abuso di lassativi o diuretici. Anche la Luna nel segno del Toro va valutata con attenzione. Non a caso, la stessa etimologia del termine bulimia – l’etimo greco significa letteralmente “fame da bue” – riporta a questo segno zodiacale.

Anche contatti Luna/Giove simboleggiano la fame compulsiva, la voracità tipica della bulimia o dell’abbuffata. L’oralità è anche qui – come nell’anoressia – squilibrata, ma in modo opposto, attraverso un mangiare incontrollato. Nel momento in cui si inizia a mangiare si prova un senso di pace e conforto che, però, in breve si esaurisce, lasciando il posto al senso di colpa. Segue il vomito indotto e la sensazione, pesante, di disgusto verso se stesse. Tutto questo è molto doloroso da sopportare, amplifica quell’insoddisfazione che, in un continuo circolo vizioso, condurrà in breve tempo all’episodio successivo. Nella bulimia si vomita anche venti o trenta volte al giorno, fino a rigettare solo acqua, fino a sentirsi lo stomaco completamente vuoto. È qualcosa di stremante e devastante. Ci si rompe letteralmente dentro.

Attraverso la lente di Giove tutto si fa eccessivo, il dolore provato, le quantità di cibo introdotte, le calorie assunte (una bulimica arriva a diecimila al giorno). Ma anche il peso raggiunto o il numero di abbuffate incontrollate (binge eating). Questo non è un Giove benevolo e benefico, ma distorto, incontrollabile e fagocitante. Plutone spesso aggrava ulteriormente l’ossessione, rendendola ancora più profonda e oscura.

È, infine, importante analizzare, nel tema, anche l’archetipo materno e paterno. Gli aspetti che Luna e Sole formano, i segni e le case che occupano, daranno indicazioni utili in merito alla relazione con i genitori e alle aspettative della famiglia (in questo è utile anche lo studio della decima casa). È però importante ricordare come l’archetipo genitoriale in un tema non descriva la persona biografica, ma ciò che di lei abbiamo percepito, colto, interiorizzato.

 

 

CREDIT immagine di copertina Il pranzo, Diego Velaszquez

 

Elena Londero

studio.elenalondero@gmail.com

 

 

Bibliografia e videografia

 

Questo articolo trae spunto da un incontro online sui problemi alimentari tenutosi con la psichiatra e terapeuta comportamentalista Sandra Sassaroli, il video è pubblicato sul canale YouTube del Centro Studi Edizioni Erickson.

Segnalo anche la docuserie Rai “Fame d’amore”, visibile su Raiplay e da cui è tratta la frase del titolo.

 

Sandra Sassaroli – Giovanni Maria Ruggiero, “I disturbi alimentari”, Editori Laterza, 2018

Christopher Fairburn, “La terapia cognitivo comportamentale nel disturbi dell’alimentazione”, Edizioni Erickson, 2019.

  1. Vandereycken – R. Van Deth, “Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche. Il rifiuto del cibo nella storia”, Raffaello Cortina Editore, 2005

Enza Speranza, Dottorato di ricerca di Terapie avanzate medico-chirugiche, “Mortalità e complicanze clinico-nutrizionali a lungo termine dell’Anoressia Nervosa”, Università degli studi di Napoli “Federico II”, Anno accademico 2016/2017.

www.eridanoschoolo.ir/rubriche di astrologia / bulimia e obesità

ASTROLOGIAElena LonderoIndagine Astrologica

Il dolore che non parla imprigiona il cuore e lo fa schiantare | Elena Londero

“Il dolore che non parla imprigiona il cuore e lo fa schiantare”
Macbeth, atto IV, scena III

Il tema del dolore è sempre un argomento delicato che spesso, nel corso della nostra vita, si lega a quello del lutto o della separazione da qualcuno o qualcosa di molto amato. Per lutto, in particolare, intendo sia quello legato alla vera e propria scomparsa di una persona cara, sia il senso di perdita che può seguire a un divorzio, un aborto, la perdita di una casa, di un lavoro. Sono situazioni molto diverse fra loro, che però innescano meccanismi psichici simili, che ci riportano alle dinamiche di attaccamento/separazione vissute nella nostra primissima infanzia. È in quel periodo, infatti, che attiviamo alcuni importanti modelli base di comportamento, che poi andranno a influenzare ogni distacco che dovremo affrontare nel corso della nostra vita. L’analisi della Luna e di Venere, come vedremo, ci fornirà indicazioni preziose per comprendere come una persona vivrà, nel corso della sua esistenza, queste esperienze di separazione.

Già Freud nel 1917, in Lutto e Melanconia aveva ipotizzato come alla base di vari disturbi psichici (fra cui la depressione e il senso di angoscia) vi fossero, spesso, lutti patologici pregressi non superati ed elaborati. Per Freud il lutto “ha un preciso compito psichico da svolgere, la sua funzione infatti è separare i ricordi e le speranze di colui che è sopravvissuto dalla persona deceduta”. Inizialmente vi è solo il grande vuoto lasciato dall’oggetto d’amore scomparso e, per questo, il mondo appare irrimediabilmente impoverito e nulla appare più, agli occhi di chi è rimasto, come prima. La melanconia forse è ancora peggiore, perchè è un lutto continuo, mai superato, che impoverisce non il mondo esterno, ma lo stesso Io del soggetto, che ne viene svuotato. La depressione è una possibile conseguenza del lutto, vista spesso da Freud come un’ostinata ribellione all’elaborazione della perdita, un rifiuto di guarigione nel tentativo di trattenere a sè quanto perso.

Melanie Klein, nel 1957, in Invidia e solitudine passa dal primato della pulsione a quello delle relazioni d’oggetto. La psicanalista austriaca ha teorizzato, infatti, come tutti noi, attraverso il primo rapporto che instauriamo con la madre, sviluppiamo competenze emozionali che saranno alla base della nostra struttura psichica adulta. La Klein, nella sua distinzione tra seno buono/seno cattivo (aggiungerei Luna bianca, Luna nera), definisce come centrale il momento in cui il bambino vive le prime negazioni ai suoi bisogni e desideri. Ciò avviene attraverso il distacco dalla madre, che ogni tanto non è a sua completa disposizione. Primo nucleo di un processo di separazione che, pur innescando rabbia e frustrazione, è sano e serve sia a superare le iniziali fasi narcisistiche della personalità, sia a imparare ad elaborare il senso di perdita e la correlata mancanza di controllo sulla realtà che ci circonda.

Fondamentale anche la successiva Teoria dell’attaccamento, formulata nel 1969 da John Bowlby. La figura primaria di attaccamento dovrebbe sempre essere una base sicura, stabile, amorevole su cui costruire la personalità adulta. Per Bowlby la sequenza di reazioni del bambino di fronte al distacco della madre – protesta, disperazione, distacco, riorganizzazione – è riscontrabile anche in tutte le fasi del lutto e della separazione. Bowlby classifica quattro diverse risposte di attaccamento primario:

– attaccamento sicuro (per esempio, il bambino si separa dalla mamma in maniera tranquilla, è sereno, quando lei rientra è felice di vederla e coinvolgerla in quello che sta facendo)

– attaccamento insicuro evitante (se la mamma esce o rientra il bambino mostra indifferenza, non la guarda, non interrompe quello che sta facendo anche se in realtà è molto attento a tutti i suoi
movimenti)

– attaccamento insicuro ambivalente (il bambino si agita se la mamma esce, quando rientra piange o sembra inconsolabile)

– attaccamento disorganizzato (il bambino ha vere e proprie reazioni disorganizzate se la mamma esce, si getta a terra, si mette in un angolo, è rigido)

 

Il comportamento di attaccamento è innato e istintivo in ognuno di noi. Come accade anche in astrologia per l’analisi della Luna e dell’archetipo materno, anche per la figura di attaccamento non vi è una necessaria identificazione con la madre biologica. Figura di attaccamento è colei, o colui, che offre senso di amore, calore e protezione al bambino. Soddisfando, in questo modo, un bisogno di sicurezza necessaria a garantire la propria sopravvivenza. In questo vi è una distinzione importante fra la Luna e Venere, in quanto solo la prima simboleggia i bisogni primari,
fondamentali alla vita stessa.

 

La Luna indica anche l’amore incondizionato che, se ricevuto nel modo giusto e ben integrato psichicamente, ci potrà donare una solida fiducia nella vita e una percezione positiva e benefica
degli altri. Dalle relazioni non ci aspetteremo, dunque, sofferenza o freddezza, ma amore e fiducia. Sarà questa piattaforma di benessere interiore a farci superare anche i momenti di dolore e di separazioni cui andremo, come tutti, inevitabilmente incontro. Una bella Luna è un filtro tra noi e il mondo esterno che, in base alle sue modalità, ci farà vedere un mondo più o meno colorato o più o meno a tinte fosche.

Il terapeuta e psichiatra infantile John Byng-Hall ha arricchito ulteriormente questo genere di studi analizzando, invece, il ruolo della famiglia nel vivere il lutto e i cambiamenti che esso genera a livello non individuale, ma di gruppo (Le trame della famiglia, 1998). Quando muore qualcuno si crea un vuoto doloroso ed è necessario, inevitabilmente, superare a quel punto il vecchio script familiare, per elaborarne nel tempo uno nuovo. Lo script è un vero e proprio copione, in cui sono scritte le aspettative familiari per il futuro, i ruoli assegnati ad ognuno, i compiti, i mandati. Dopo un lutto, che è sempre uno degli eventi più critici e gravi per la vita di una famiglia, lo script va, inevitabilmente, rivisitato e aggiornato.

Elaborare un lutto a livello familiare, e non solo individuale, può essere molto utile. Riuscire a non rimanere soli ma a compattarsi, a unirsi, aiuta a confortarsi reciprocamente, anche se magari solo temporaneamente. In questa fase la famiglia si dovrebbe anche allargare agli amici e a tutte le relazioni belle e profonde che ognuno possiede, al di là dei legami “ufficiali” o di sangue.

Ovviamente, il percorso è molto diverso se a mancare è stato un membro anziano della famiglia, o se invece la perdita riguarda una persona giovane. Nel primo caso, si dovrà imparare a viverne l’assenza onorandone e mantenendone viva la memoria e il ricordo. Nel secondo caso, invece, la perdita è profondamente traumatica e destabilizzante, in quanto chi è venuto a mancare rappresentava il futuro stesso del sistema. Le morti tragiche o premature, in astrogenealogia sono fra quelle su cui più spesso il dolore si blocca, si pietrifica e, non venendo elaborato, viene in qualche modo trasmesso ai discendenti. I lutti irrisolti del passato familiare possono essere segnalati, per esempio, da Plutone in aspetto ai luminari o ai personali, o in ottava/quarta/ dodicesima casa.

Per quanto riguarda, invece, l’elaborazione del lutto sono stati fondamentali autori quali Johan Cullberg e Elisabeth Kubler-Ross. La psichiatra svizzera ha elaborato una curva dell’elaborazione del lutto basata su alcune fasi precise, che vanno dalla negazione iniziale all’evento, sino all’accettazione di quanto accaduto. Johan Cullberg invece ha sintetizzato tre principali fasi del lutto, quella dello shock, della reazione e, infine, dell’elaborazione.

Critico, invece, nei confronti di questi approcci a fasi – visti come eccessivamente passivi – è stato William Worden, che invece ha elaborato, un modello a compiti, che responsabilizza nei confronti del proprio stesso dolore chi ha subito una perdita. Un percorso che porta prima ad accettare la realtà della perdita, elaborando dolore tristezza. Arrivando poi a ricordare e rimpiangere la persona scomparsa, riuscendo a trovargli, infine, un nuovo posto nel sistema emozionalefamiliare, riprendendo nel contempo a vivere. A volte, tutto fallisce e la perdita diventa tale da scivolare nel lutto patologico, che per risolversi necessita di un supporto terapeutico. Ci sono dei fattori di rischio precisi che predispongono a questa condizione così complessa e dolorosa:

– le circostanze in cui è avvenuta la morte (ad esempio, per atto violento, suicidio, auto pirata…)

– l’età del defunto

– Il tipo di relazione e legame con la persona deceduta (perdere qualcuno che si amava ma con cui si era in conflitto, o si aveva litigato senza aver avuto il tempo di avere un chiarimento, può
appesantire molto un lutto, scatenando anche profondi sensi di colpa)

– condizione ed età del superstite (ad esempio un anziano che perde la compagna di una vita)

– caratteristiche del superstite (se soffre già di depressione, di scarsa autostima, se dipendeva socialmente o economicamente dal defunto)

– conseguenze della morte (che magari generano profonde preoccupazioni, magari per il pagamento di debiti, o conflitti che si aprono nel sistema familiare per lasciti testamentari).

 

Astrologicamente tutto questo è impossibile da tradurre in regole interpretative precise, valide per tutti. La lettura che vale per un tema natale non ha alcun senso per un altro. Ogni tema, infatti, è
unico e inscindibile. Ancor più prudenza è necessaria di fronte a temi cosa delicati. La Luna, come visto, è un importante indicatore del nostro archetipo materno, del clima che
abbiamo percepito alla nostra nascita (in questo anche l’ascendente offre indicazioni). Attraverso l’analisi della Luna andremo dunque a leggere il livello di rassicurazione ricevuta e che, ben
integrata, ci consente di elaborare l’esperienza del distacco. Venere, invece, è un indicatore delle nostre relazioni affettive, archetipo di quella separazione che, vissuta nel modo corretto, ci rende sicuri di noi stessi, autonomi e con un buon livello di autostima. Lesioni di Venere indicano insicurezze, che possono condurre a dipendenza affettiva o all’incapacità di recidere legami, anche quando magari sono evidentemente finiti o esauriti.

Questo, ovviamente, può complicare un eventuale lutto.
Luna e Venere quindi descrivono quanto ci sentiamo degni d’amore e sicuri di noi a livello affettivo e relazionale. Due fattori fondamentali per superare il dolore della perdita. Sicuramente, parlando di lutto ci viene in mente anche Saturno. Con le sue valenze privative e separative ci conduce alla crescita, attraverso l’accettazione dei nostri limiti. Saturno ci pone, senza troppi indugi, di fronte alla realtà. Dico questo con valenza neutra, in quanto ciò può poi essere vissuto dal singolo come un’ottima occasione o come una persecuzione del destino.

Anche Nettuno può simboleggiare un periodo di lutto, a differenza di Saturno qui ci sarà più il distacco o l’alienazione dal reale, vissuta attraverso l’annullamento di forme e di certezze. Questa assenza di confini in un momento di dolore può farci mancare il terreno sotto ai piedi, renderci incapaci di sapere con esattezza che direzione dare alla nostra vita o, anche, che senso essa abbia. Perdere qualcuno sotto un transito di Nettuno può portarci a vivere momenti di angoscia esistenziale, depressione, senso di colpa. Può, però, anche aprirci a una spiritualità intensa e forte, capace di darci un profondo conforto e facendoci magari sentire ancora vicini e connessi a chi non è più fisicamente accanto a noi.

Infine Plutone, che opera la divisione fra ciò che sta sopra, alla vita e alla coscienza, e ciò che si pone al disotto di tutto questo. Quando lo strappo della perdita trascina in questi territori, così profondi e intangibili, l’essere umano non può che confrontarsi con le sue paure, scoprendo parti di sè solitamente celate e inaccessibili.

 

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

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Lilith, Luna Nera e streghe, tra repressione e persecuzione | Elena Londero

Il mito di Lilith si perde nella notte dei tempi. Diventa oscuro in un processo che affonda le sue radici nella tradizione giudaica e nei complessi passaggi fra le varie fonti finisce con lo scomparire e diventare rimozione, per riapparire poi, nel Medioevo, sotto forma di isteria collettiva verso donne e streghe. Cominciamo dunque, dalle origini del mito, dal primo capitolo della Genesi in cui incontriamo il racconto della Creazione.

“Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Genesi, I, 27).

Passo oscuro, che parla di un Adamo ancora non scisso nel genere, dunque androgino, in cui il principio maschile e quello femminile sono ancora fusi e fra loro inscindibili, proprio come nel mito di Platone del Simposio. Anche Rabbi Abba afferma “è precisamente perchè l’uomo rassomigliasse a Dio che fu creato maschio e femmina insieme.” Il Talmud, ancora, conferma “Lo creò ermafrodita, come è detto, maschio e femmina lo creò”. Essendo l’uomo creato a perfetta immagine di Dio è simbolo di una perfetta armonia dell’essere, dalla sessualità indifferenziata, descritta da più fonti bibliche e del Talmud.

Qualcosa però si complica, l’essere a somiglianza di Dio, non è sufficiente a dare equilibrio e la perfezione divina in Adamo si offusca e si incrina. Anche se la Genesi rimane vaga su quel che accadde, fonti rabbiniche ipotizzano che questo Adamo, nella sua forma ancora primitiva si accoppiasse con gli animali che incontrava, attraverso pratiche sessuali condannabili, anche se certo non rare. La Genesi, tombale, a quel punto afferma “Non è bene che l’uomo sia solo” (Genesi, II, 18).

È dunque solamente qui che Adamo viene scisso e, non più androgino, improvvisamente si scopre incompleto e mancante. “Dunque al desiderio e alla ricerca dell’intero si dà nome amore” (Platone, Simposio). Adamo sente, ora, la propria profonda solitudine e in tale sentire è già presente il seme della differenziazione. Gli manca ciò che non è, gli manca chi non ha. Solo in questo momento viene richiesta a Dio una compagna. Come scrive Roberto Sicuteri, a questo punto “nacque la donna, per desiderio di Adamo, che aveva scoperto la propria solitudine, ma anche la propria anima”.

La prima compagna sarà Lilith, la seconda Eva. Adamo non riuscirà a trattenere a sè nessuna delle due, l’una per la sua ribellione, l’altra per la sua disobbedienza. Entrambe, in queste loro forme di indipendenza, appaiono forti, capaci addirittura di non temere nemmeno il castigo divino cui andranno incontro. Lilith è, dunque, mito arcaico anteriore a quello di Eva. Per alcuni fonti, la prima compagna di Adamo fu creata alla fine del sesto giorno (non a caso insieme ai rettili e ai demoni), poco prima del sopraggiungere della notte e delle tenebre, un attimo prima cioè di scivolare in ciò che è simbolicamente oscuro e inconscio. Lilith è il prototipo femminile che è stato rimosso dalla patriarcale e conservatrice coscienza ebraica, che la sente come minacciosa e pericolosa. Lilith è sensuale, prova piacere, all’apice della passione possiamo immaginarla mormorare, “piagata d’amore io sono”, come scritto nel Cantico dei Cantici.

Adamo di fronte a questo piacere sessuale così intenso della compagna, si agita, si turba. Non ha di fronte a sè una donna passiva e remissiva che vive per soddisfare i suoi bisogni, ma una donna che cerca di soddisfare anche i propri. La distanza fra i due si fa incolmabile quando, durante un amplesso, lei desidera assumere un ruolo più attivo, chiedendo ad Adamo lo scambio della posizione sessuale, da lei supina, a lui supino.

Con questa richiesta Lilith implicitamente chiede la parità e l’uguaglianza del corpo e dell’anima fra uomo e donna. Lei come lui. Lui come lei. Due esseri uguali, posti l’uno di fronte all’altra. Intercambiabili fra loro. Ma Adamo rifiuta, ne rimane turbato, lei insiste, si ribella poi, infastidita, se  ne va. Lui, incapace di trattenerla, sente improvvisamente di essere stato abbandonato, di essere nuovamente solo. Il giudizio su Lilith, nella Genesi, si fa ora implacabile.

La visione rabbinica nei confronti del femminile è evidente, nessuna uguaglianza può essere concessa. Adamo, nel rifiutare lo scambio della posizione sessuale, dà voce a tutto un mondo patriarcale che rifiuta la parità dei generi. L’inversione dei ruoli è inammissibile. Dove va Lilith, indispettita, dopo aver lasciato Adamo? Si reca nel temibile e inospitale Mar Rosso, luogo in cui, secondo la tradizione ebraica, possono vivere solo demoni e spiriti malvagi e i cui fanghi, non a caso, sono considerati potenti stimolanti sessuali (ancora un abbinamento tra il demoniaco e la sessualità). È qui che Lilith diventa demone e, su tale accostamento, metteranno radici paure e pregiudizi che diventeranno, per certi versi, definitivi.

Prosegue anche nella tradizione sumerica e accadica l’energia intensa e aggressiva di Lilith, considerata pericolosa per i neonati, gli sposi novelli, gli uomini. Questi ultimi, in particolare, secondo la tradizione potevano essere presi e sedotti da Lilith, anche nel sonno. Lilith/demone aveva una sensualità prorompente, cui era impossibile sottrarsi per la sua forza psichica, che annullava ogni resistenza. La “vittima” ne era soggiogata, non poteva evitare la penetrazione diabolica, capace di bloccare i sensi in un’estasi terrificante. Molti, secondo la tradizione, non si riprendevano più da questi demoniaci amplessi, capaci di innescare anche molte malattie (nella cultura mesopotamica era frequente ricondurre l’origine delle malattie agli spiriti maligni). Non potendo vivere liberamente i propri desideri sessuali più istintivi era necessario proiettare su queste immagini del profondo le proprie pulsioni. E così, sempre su questo cammino, il mito di Lilith si sviluppa anche in epoca greca e romana.

L’associazione tra Lilith e Luna Nera affonda, invece, le sue radici nel ciclo della Luna. Quella Luna che nel suo crescere, culminare e decrescere modifica completamente la sua natura. Essa è Grande Madre fertile e generosa quando è crescente o piena. Qui è la luna bianca, benefica, accogliente. La Luna che toglie spazio alle tenebre, simbolicamente. Ma quando la Luna – giunta all’apice – inizia a retrocedere, la notte si fa di giorno in giorno sempre più buia e oscura. La Luna nera è la Luna assente, il secondo fuoco dell’orbita lunare, punto immaginario e non reale. È dunque mancante e in questa sua assenza trovano spazio tutti i demoni possibili. Ciò che non si vede si immagina, amplificandolo.

In epoca egizia già Iside, sposa di Orione, presenta sia valenze benefiche, sia un “lato nero”, con il quale a volte è rappresentata (secondo la Harding le successive Vergini nere presenti in molti santuari sono da riportare proprio a queste antiche statue di Iside). Da tutte queste influenze, qui appena accennate, partono numerose divinità che giungono, attraverso il Mediterraneo, fino alla Grecia dove la connessione fra femminile e Luna si consolida. È ancora necessario far riferimento alle tre fasi lunari maggiori, equiparandole ad altrettante età simboliche della donna: la Vergine (primo quarto/mondo dell’aria), la Ninfa (luna piena/mondo terreno) e la Vecchia (ultimo quarto/ mondo sotterraneo).

La consapevolezza della differenza tra queste tre fasi si gioca sul mito di Kore/Persefone. All’inizio è solo Kore, dea fanciulla ancora pura e integra che esprime, nel mondo greco, per la prima volta, il concetto di Anima. Kore, giovanissima, ha ancora tutto dinnanzi a sè, ma, per questo, manca ancora dell’esperienza del vissuto. Il ciclo lunare non è, quindi, ancora frammentato nelle sue fasi.

Questa conoscenza/consapevolezza giunge solo con Persefone, con la quale si attiva la coscienza dell’ultimo quarto, dell’ultimo filo di luce prima dell’oscurità. Il confine tra dove termina la soglia di consapevolezza e dove comincia l’inconscio è insondabile. Per un attimo la luce c’è ancora, poi semplicemente non c’è più. È qui che Persefone discende nel mondo di Ade. Persefone negli Inferi è Lilith nel Mar nero.

Anche Demetra – madre di Persefone – assume significati simili, da dea generosa e dispensatrice di fecondità (Luna bianca) diventa dea della morte quando, nel dolore per la separazione dalla figlia, impedisce al grano di germogliare (Luna Nera), creando fame e carestia.  Come non pensare, rispetto a tutte queste figure femminili, anche al seno buono e al seno cattivo di Melanie Klein?

Non può, infine, mancare un accenno a Ecate, secondo alcuni studiosi la dea greca più connessa alla Luna (a Roma sarà Proserpina, la temibile). Ecate è dea degli inferi, capace di distruzioni terribili, portatrice di morte e dolore. In lei il concetto di eros si unisce a quello di demoniaco, proprio come nella Lilith ebraica. Ecate è rappresentata nell’arte greca come figura triforme (a indicare, indirettamente, le tre fasi lunari). La sua statua veniva posta anche agli incroci tra tre vie (trivium), in cui venivano lasciate – per placarla – varie offerte in cibo, di cui finivano spesso per cibarsi i cani randagi o i poveri e gli emarginati (il famoso pasto di Ecate). La storia di questi miti femminili in cui confluiscono eros e demoniaco è lunga. Abbiamo le Empuse, le Lamie, le Furie, le Amazzoni. E poi la bella e desiderabile maga Circe, che forse è il prototipo stesso della strega medievale che, con i suoi incantesimi seduce e trascina alle perdizione gli uomini, cristallizzandoli, attraverso l’appagamento dei sensi, in un non-ritorno di omerica memoria.

Non si può concludere questo discorso su Lilith senza compiere un ampio salto temporale e giungere fino al Medioevo, durante il quale ci furono secoli di persecuzioni agli eretici, non circoscritte solo, come solitamente si pensa, al periodo dell’Inquisizione quattro/cinquecentesca, ma precedenti ad esse di alcuni secoli.

In un canone del Concilio di Ancona del IX secolo già si legge, ad esempio: “Certe femmine perverse, rese schiave di Satana e sedotte da immagini e fantasmi di demoni, credono e attestano di cavalcare nelle ore notturne con Diana e una innumerevole moltitudine di donne su certe bestie”.

È nel 1184, invece, con il Sinodo di Verona, che il rogo diventa la condanna a morte ufficiale per gli eretici. Nel 1252 con la Bolla Ad estirpando il Papa Innocenzo IV consente l’uso della tortura per estorcere informazioni e confessioni. Questa prima inquisizione va quindi distinta, storicamente, da quelle spagnole e portoghesi sviluppatesi a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento. È del 5 dicembre 1484 la Bolla papale di Innocenzo VII, con cui fu dato l’incarico a due teologi domenicani, Jacob Sprenger e Heinrich Kramer, di “punire, incarcerare e correggere” gli eretici. Tre anni dopo la coppia di teologi pubblicherà il terribile Malleus Malefcarum/Martello delle streghe, il testo ecclesiastico ufficiale per la persecuzione alle streghe. Un best seller dell’epoca, in cui con toni da misoginia delirante, si spiegavano i segni da ricercare in una donna per riconoscerla come strega, le torture con cui indurne la confessione e via dicendo. La caccia alle streghe ebbe così il suo drammatico inizio ufficiale fra isteria collettiva, autosuggestione, manipolazioni varie.

Lilith ora si fa, dunque, strega, ma non una strega vecchia e repellente, che si aggira nella notte con il suo terribile seguito di cani e vampiri. Lilith è una strega conturbante, giovane, sensuale. Una figura castrante, cui si imputava la colpa per impotenza, sterilità, eiaculazione precoce. In alcuni scritti ci si chiese se le streghe potevano persino evirare un uomo durante il loro feroce amplesso. Tutto questo nasce direttamente dal conservatorismo cattolico che aveva ormai censurato e condannato completamente gli istinti e la sessualità. La forza psichica repressa di quegli istinti si esteriorizzava e veniva violentemente proiettata su migliaia e migliaia di donne, che finirono per diventare simbolo stesso del male, personificazione di ogni paura.

Inizia così la persecuzione, perpetuata con l’alibi dell’eresia. La donna, già biblicamente collegata al concetto di peccato, diviene ancor più pericolosa e va quindi combattuta in modo duro e spietato. Queste donne sono considerate prostitute del Diavolo, seduttrici pericolosissime. L’Ombra collettiva viene completamente rifiutata, esclusa dalla coscienza e quindi dal suo riconoscimento. Nessuna integrazione è possibile.

I Sabba diventano allucinazione isterica, che sotto tortura viene confessata o descritta nei particolari. Sono tenuti in luoghi isolati, come chiese sconsacrate, cimiteri, case abbandonate. Le  più celebri notti del Sabba sono la vigilia di Ognissanti, la Candelora del due febbraio e del primo agosto, la Roodmas inglese e la Valspurga tedesca del primo maggio. Sicuteri ci ricorda che nel Faust di Goethe è proprio in questa data che Mefistofele invita Faust a conoscere i misteri di questa notte in cui, emblematicamente, è “triste il disco della Luna mancante”.

Il bosco notturno, in quelle ore di tenebre assolute, sembra quasi impazzito, i tronchi si schiantano, i rami gemono sino a spezzarsi, la nebbia addensa la notte. È tutto un turbinio di streghe, demoni e animali, fino a quando appare colei che, da subito, attira lo sguardo di Faust. Chiede a Mefistofele chi essa sia. Quella è Lilith, risponde il demone. Chi? Ridomanda Faust. Il nome, rimosso, è sepolto nella memoria inconscia collettiva, non è rievocabile subito alla coscienza. Mefistofele deve aiutare il dottor Faust a ricordare: “La prima moglie di Adamo. Stai in guardia dai suoi bei capelli, da quello splendore che solo la veste”. Dopo di lei giunge, al Sabba, il Diavolo/Satana/ Belzebù e tutto inizia. Ogni cosa in quel Sabba satanico è invertita dal “giusto” ordine, il movimento delle danze e del girotondo infernale, il segno della croce, il fallo del Diavolo, piantato sull’osso sacro, di inaudita potenza. Durante la Messa Nera avvengono cose inenarrabili.

Il Diavolo simboleggia gli istinti più profondi e censurati, quelli che l’Inquisizione non può accettare e deve combattere. Tutto questo fu proiettato sulle donne, giungendo persino al punto di discutere se esse avessero o meno un’anima.

La misoginia interna alla Chiesa è collegata sicuramente anche al celibato imposto, quindi a una sessualità negata e repressa (cosa che non accadrà invece in ambito protestante). Il teologo svizzero Herbeert Haag scrive, su questo: “Le orge, le perversità e le oscenità delle streghe, vere o immaginarie che fossero, ma che comunque venivano descritte fin nei minimi particolari, potevano offrire ai cristiani e specialmente ai celibatari e ai preti, un certo appagamento sostitutivo e compensatorio per quei desideri sessuali che erano loro proibiti. Anche la giustizia fatta usando le torture, dal punto di vista della psicologia del profondo, deve essere messa in
relazione con la paura che l’uomo, reso schiavo dei precetti della Chiesa, prova di fronte alla donna sessualmente attraente e che lui segretamente desidera. Questa paura rende gli uomini sadici”.

La fase più acuta della caccia alle streghe durò circa tre secoli. Gli storici ipotizzano decine e decine di migliaia di vittime, alcuni addirittura un milione. È una stima difficile da stabilire con esattezza, ma fu sicuramente un massacro indicibile, un femminicidio di massa. Il solo inquisitore spagnolo Tòmas de Torquemada mandò al rogo, nella sua vita, oltre dodicimila donne. Un solo inquisitore. Il fenomeno nel tempo andò calando, non smise a lungo di esistere del tutto. Le ultime donne uccise perchè ritenute streghe risalgono al 1836 in Germania, al 1850 in Francia, al 1877 negli Stati Uniti.

Lilith ancora oggi, ovviamente, vive tra noi. In Europa, negli Stati Uniti, nei paesi del Sud America la cultura è ancora di stampo fortemente patriarcale. Ogni giorno inconsapevolmente ci imbattiamo nella Luna bianca, benefica e approvata, e in quella Nera, malvista e disapprovata. La libertà femminile è ancora giudicata. La libertà sessuale delle donne condannata. Discutiamo ancora se un certo tipo di abbigliamento possa fungere da attenuante a uno stupro. Il modello è ancora quello della donna che deve essere sempre accogliente, rassicurante, protettiva. Alle madri sono concessi solamente sentimenti positivi, di amore assoluto, di sacrificio
incondizionato. Non possono esprimere rabbia, stanchezza, emozioni troppo forti, di rottura, di difficoltà, di delusione. Sono ipocrisie pesanti, che impongono di assumere maschere sociali. Senza contare le disparità professionali, economiche, sociali. O i condizionamenti che colpiscono già le bambine, con una sessualizzazione precoce che rende poi distorta e poco consapevole la sessualità adulta.

I modelli all’interno dei quali ci muoviamo sono quindi ancora molto ambigui e la libertà dei generi spesso solo apparente. Ci tengo però a chiarire che lottare contro questa cultura patriarcale non è lottare contro gli uomini. Questo modello culturale così tradizionalista e conservatore danneggia  tutti noi. La donna cui non viene concesso di esprimere la sua rabbia o la sua libertà sessuale è l’uomo che non può piangere e non può mai mostrare il suo dolore. I ruoli imposti, che magari noi non avremmo mai scelto per noi stessi, sono gabbie che portano dolore e sofferenza a qualsiasi essere umano, a qualsiasi genere appartenga.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

Ringrazio di cuore Cecilia Sicuteri che nei giorni scorsi mi ha inviato, con gentilezza e generosità, una foto preziosa, che ritrae due pagine del manoscritto su Lilith scritto da suo padre nel 1980. È un testo accuratissimo, un punto di riferimento insostituibile per chiunque voglia avvicinarsi a questo argomento.

Bibliografia
Robert Graves, “I miti greci”, Longanesi, 1978
Herbert Haag, “La credenza nel Diavolo”, Mondadori, 2016
Esther Harding, “I misteri della donna”, Astrolabio, 1953
Erich Neumann, “La psicologia del femminile”, Astrolabio, 1975
Erich Neumann, “Storia delle origini della coscienza”, Astrolabio, 2010.
Roberto Sicuteri, Lilith la Luna Nera, Astrolabio 1980.

ASTROLOGIAElena LonderoIndagine Astrologica

I miei nonni, i miei genitori ed io: l’albero genealogico di Frida Kahlo | Elena Londero

Il modo di dipingere di Frida Kahlo è espressionista e figurativo, sempre autobiografico e molto narrativo. Nei suoi dipinti ci si perde in un labirinto di scenari e storie che si sovrappongono e si arricchiscono fra loro. Lo sguardo passa da un soggetto all’altro, scivolando in continuazione fra i dettagli.

In questo suo albero genealogico, dipinto nel 1936 ed intitolato “I miei nonni, i miei genitori e io” Frida si dipinge bambina. Ha circa due o tre anni, si ritrae nuda e ritta in piedi all’interno della sua casa azzurra di Coyoacan, la casa di tutta una vita, la stessa in cui era nata il 6 luglio del 1907 e nella quale morirà il 13 luglio del 1954. Frida bambina tiene stretto in mano un lungo nastro rosso cremisi, che è contemporaneamente linea di sangue, cordone ombelicale e filo di unione fra le tre generazioni rappresentate.

 

 

Al centro del quadro vi sono i due genitori, ritratti rispettando la postura e l’espressione che hanno nella foto del loro matrimonio. La madre, a differenza del padre, ha lo sguardo diretto all’osservatore ed è in una posizione più alta rispetto allo sposo, su cui tiene anche, in un gesto quasi materno e protettivo, un braccio posato sulle spalle. Vestita con il suo candido abito da sposa, dalle maniche a sbuffo e l’alto colletto, porta già in grembo la stessa Frida. Abbiamo, quindi, rappresentato un secondo cordone ombelicale, a rimarcarne ulteriormente l’importanza simbolica.

 

 

Nella parte alta del dipinto sono ritratte le due coppie di nonni. A destra quelli paterni, Jakob Heinrich Kahlo e Henriette Kaufmann Kahlo, i nonni europei, tedeschi. Il mare sottostante alla coppia è quello attraversato dal padre di Frida per raggiungere il Messico. Carl Wilhelm (Guillermo) Kahlo, era, infatti, emigrato in Sud America per amore, contro il volere familiare, a diciannove anni. Aveva sposato la madre di Frida solo in seconde nozze, dopo essere rimasto vedovo della prima moglie. I nonni materni, invece, sono l’indiano Antonio Calderon e la gachupina Isabel Gonzales Y Gonzales. Sotto di loro, invece del mare che separa il Sud America dall’Europa, Frida inserisce il brullo e arido paesaggio messicano, con i suoi crepacci e burroni. È un albero genealogico vario, con ascendenze fra loro lontane e culturalmente molto differenti e di cui lei in qualche modo, con quel nastro rosso cremisi, tira le fila, compattando e unendo – in una sintesi perfetta – tutti loro. In questo dipinto Frida tiene, infatti, letteralmente in mano il suo clan, ne diventa il frutto e la sintesi. Il suo stellium in Cancro (Nettuno, Sole e Giove) ben descrive storie familiari di emigrazione, cui si reagisce radicandosi. La casa e la terra diventano allora solide certezze, come conferma anche la sua alta Luna Toro.

Spesso i membri di un clan che hanno forti valori cancerini si assumono il compito di diventare i guardiani del passato familiare, di cui diventano la memoria o i testimoni attraverso la raccolta delle foto di famiglia, la stesura di un albero genealogico o, come in questo caso, attraverso un dipinto che lo raffigura.

Per Frida questo attaccamento al proprio passato familiare avviene soprattutto per via matrilineare, attraverso la figura della nonna materna, indigena. Lo stretto legame con la terra materna è così forte e le dà talmente tanta identità da farle affermare, in alcune interviste, di essere addirittura nata nel 1910, invece che nel 1907, per potersi sentire idealmente ancor più figlia della rivoluzione messicana e del Messico moderno, sorto proprio in quell’anno. Il Cancro, inoltre, in astrogenealogia, è un segno che sana gli abbandoni, anche attraverso il sacrificio personale, riparando attraverso se stessi gli antichi dolori familiari. E la vita di Frida è stata interamente una vita di sacrificio, di dolore fisico e di rinunce. La maternità è una di queste, forse la più amara e difficile da accettare.

Il tema della fecondazione, molto sentito dalla pittrice, è centrale anche in questo dipinto. Il senso delle generazioni che si susseguono nel corso del tempo, garantendo la continuità e la sopravvivenza al sistema familiare, è rimarcata dalla figura dello spermatozoo ritratto sulla sinistra del quadro, colto nell’attimo esatto in cui riesce, con vigore, a penetrare nell’ovulo. Accanto è  dipinto anche un cactus, tipica pianta dell’altopiano messicano, con un bel fiore rosso, sensualmente aperto a coppa e ritratto nell’atto di accogliere il polline fecondante. Impossibilitata a generare fisicamente, Frida attiva una riproduzione di sè di altro tipo, posta su un altro piano, immaginario e artistico, estremamente fertile.

Frida dipinge il proprio albero genealogico nel 1936. Sette anni prima, nel 1929, appena ventiduenne, aveva sposato il pittore Diego Rivera, uomo intenso, carismatico, famoso ed infedele. Diego la tradì innumerevoli volte, persino con la sorella Cristina (Venere, che governa a terza casa, è congiunta a Plutone in Gemelli) portandola a chiedere il divorzio, anche se solo un anno dopo i due, passata la tempesta, si risposarono. Di lui ebbe a dire, “Nella vita ho avuto due incidenti: il primo sul bus, il secondo quando sposai Diego. E dei due, quest’utimo fu sicuramente il peggiore”.

Il 1929, è anche l’anno del suo primo sofferto aborto, cui ne seguirono altri due negli anni successivi (Saturno di transito in quinta). Sono figli mai nati, ma mai dimenticati, lutti elaborati attraverso la pittura, nella quale i piccoli feti sono rappresentati innumerevoli volte, spesso ritratti ancora con il cordone ombelicale intatto, a indicarne il forte legame con se stessa e il proprio ventre. Urano e Marte, nel tema radix, sono collocati proprio in quinta casa, mentre la Luna è in aspetto, seppur di sestile, a Saturno in ottava e, contemporaneamente, in parallelo a Plutone. Tutti e tre gli aborti sono stati causati, indirettamente, dai danni fisici riportati nel terribile incidente subito il 17 settembre del 1925, quando l’autobus su cui viaggiava la giovane Frida – all’epoca appena diciottenne – si era scontrato con un tram. Nell’impatto Frida era stata trafitta dalla sbarra in ferro del corrimano, che le aveva causato lesioni interne gravi e devastanti. Ne era stato duramente colpito e straziato anche l’apparato genitale e riproduttivo, mentre il bacino e la colonna vertebrale avevano subito fratture plurime.

 

L’incidente fu un vero e proprio spartiacque, un prima e un dopo netto e definitivo della sua esistenza. Per tutto il resto della sua vita, infatti, Frida, dovrà convivere con il dolore fisico, gli innumerevoli interventi chirurgici e i lunghi periodi di forzata immobilità. Solo nel 1950, per esempio, subirà sette diversi interventi alla colonna vertebrale e nove mesi di ricovero ospedaliero. Una gamba le verrà, invece, amputata pochi anni prima della morte. Non a caso, molte delle sue opere sono state dipinte mentre lei è stesa nel letto a baldacchino che le era stato costruito appositamente quando era ragazza, subito dopo l’incidente. Uno specchio sul soffitto le permetteva di vedersi riflessa e di ritrarsi, questo spiega anche l’alto numero di autoritratti che Frida dipinse sempre nel corso della sua vita.

Il suo tema natale è quasi impietoso nel sintetizzare tutti questi eventi, basti solo pensare alla dura opposizione tra la congiunzione Nettuno, Sole e Giove in Cancro, in undicesima casa, e quella tra Marte e Urano in Capricorno, in quinta, a simboleggiare quella violenza improvvisa e spietata contro cui non vi è alcun riparo. Marte, in esaltazione nel segno, ovviamente offre anche tempra, forza di carattere e tenacia su cui poter contare nei momenti più cupi e difficili. Urano ed il Sole sono poi fra loro in controparallelo, a rimarcarne e potenziarne il confronto. Esprimono una mentalità aperta, una personalità indipendente e anticonformista, con una libertà intellettuale ed interiore che, unita alla congiunzione del Sole a Nettuno, crea l’artista. L’atto creativo, che non può essere procreativo, diventa quindi espressione e trasmissione di sè, attraverso il colore e la pittura. Le storie Frida le trae dal suo retaggio familiare, dal suo corpo e dalla sua esperienza di vita. Come ebbe lei stessa a dire, durante un’intervista, «Pensavano che anch’io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni». Nettuno, infatti, pur rimanendo fortemente immaginativo e visivo, è costretto a ridimensionarsi nel confronto con i duri valori capricorniani che gli si oppongono. La stretta congiunzione Sole/Nettuno in Cancro le dona, quindi, la capacità di calarsi in profondità dentro se stessa, abolendo i propri limiti fisici. Al contempo, descrive anche con esattezza la figura paterna, a lei molto vicina. Il padre era un fotografo, amava l’arte, era un uomo affettuoso e intelligente, ma era anche un uomo da sempre gravemente malato di epilessia, estremamente  nettuniano come genitore. La congiunzione di Nettuno al Sole racconta, infine, anche delle dipendenze della pittrice, che si intensificarono nella seconda parte della sua vita. Fumo, alcool e farmaci le concedevano di evadere e di anestetizzarsi dal dolore del corpo e dell’anima, anche se probabilmente ne minarono ulteriormente la salute.

Come sempre accade in astrologia, il simbolo è complesso e si esprime su più piani, contemporaneamente.

 

 

L’ascendente in Leone, dona a Frida forza e orgoglio, oltre alla celebre regalità, rendendola capace di diventare una donna bella e sensuale, con un’immagine unica nonostante le forti invalidità fisiche (l’ascendente leonino si oppone a Chirone e quadra la Luna). Gli abiti sempre colorati e le folte sopracciglia diventano segno di distinzione, così come la folta chioma di capelli, sempre curata e ben agghindata. Questa femminilità è anche vissuta nell’esperienza reale, attraverso numerose relazioni con vari amanti. La bella Venere d’Aria congiunta a Plutone la rende sessualmente libera e curiosa, ci parla della sua attrazione per uomini intelligenti e chiacchieroni (Gemelli), ma intensi e carismatici (Plutone). Era una donna disinvolta, che da ragazza amava anche giocare con l’ambiguità del travestitismo. Nel corso della sua vita ebbe anche alcune intense relazioni con alcune donne, tra cui quella con la fotografa Tina Modotti, l’ambasciatrice di Mosca Aleksandra Kollontaj e la rivoluzionaria Teresa Proenza. Anch’esse, come gli uomini cui Frida si legava, erano sempre persone intelligenti, forti e audaci.

La quadratura di Saturno a Venere ne definisce al contempo, però, tutti i pesanti limiti relazionali, l’amarezza dei tradimenti subiti e il senso di una profonda solitudine che, alla fine, si rivela irrisolvibile.

Frida muore il 13 luglio del 1954, a soli quarantotto anni. È un martedì e Plutone è congiunto al grado al suo ascendente. Anche Venere, è appena passata all’ascendente, lo ha fatto proprio nei giorni precedenti. Questa coppia astrologica, così attiva nel tema radix, si tramuta ora in atto liberatorio, cui concorre anche un bel Giove di transito in congiunzione al Sole, quasi a esaudire le ultime parole che la pittrice scrisse nel suo diario: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

Bibliografia
Paola Cecchetti, Carmen Tagliaferri, Genealogia del corpo e corpo genealogico, International
Journal of Psychoanalysis and Education, 2011, vol. III.
Hayden Herrera, Frida. Una biografia di Frida Kahlo, edizioni Neri Pozzi, 2016.
Il diario di Frida Kahlo. Un autoritratto intimo, a cura di Sarah Lowe, edizioni Electa, 2014.