Categoria: Elena Londero

Elena LonderoIndagine Astrologica

Non voglio avere un corpo. Non voglio occupare spazio.

“Non voglio avere un corpo. Non voglio occupare spazio.” Carolina, vent’anni anni, trenta chili di peso.

La bulimia, l’anoressia e il disturbo da alimentazione incontrollata sono rispettivamente al primo, al secondo e al terzo posto del podio dei problemi alimentari. Il disturbo dell’abbuffata, il terzo, è il meno conosciuto e indica un modo di mangiare impulsivo e compulsivo che scatta, con una certa frequenza, in momenti in cui si ha bisogno di conforto o consolazione. I tre disturbi non sono compartimenti stagni, ma di solito si alternano fra loro in fasi diverse della malattia. Le ragazze rappresentano circa il novanta per cento dei casi, i ragazzi sono invece stabili intorno al dieci per cento (e non in crescita, come spesso si legge).

Il primo episodio della malattia, quello d’esordio, solitamente avviene verso i tredici/quindici anni, la malattia può poi protrarsi per anni e anni, con frequenti ricadute. Ci sono però sempre segnali che la precedono e che genitori o insegnanti possono cogliere per riconoscere un primo precoce campanello d’allarme. Affinché scatti un grave problema alimentare sono, infatti, necessari tre distinti passaggi:

  1. una predisposizione, sempre già visibile nell’infanzia
  2. un tipo di genitore che, involontariamente, la sostiene e la enfatizza
  3. un evento che la fa scattare ed emergere

 

Riguardo al primo punto, tutti i terapeuti che si occupano di queste malattie sottolineano di fare attenzione quando una bambina è particolarmente perfezionista e ordinata, molto brava a scuola, spesso la prima della classe. Sono bambine di solito un pò chiuse e riservate, che su questa loro bravura fondano la loro identità e, quindi, non possono mai concedersi di fallire, arretrare, rientrare nella media. Questo le fa vivere in uno stato d’ansia continuo, faticosissimo. Sempre molto intelligenti ma insicure in modo insidioso, vivono nel timore di sbagliare e di deludere gli altri. Diventano, per questo, estremamente esigenti con se stesse, non si concedono mai il minimo errore. Questi tratti ossessivo-compulsivi di perfezionismo possono essere ereditati, già presenti anche in altri membri della famiglia. Queste predisposizioni, ovviamente, da sole non bastano a far scattare il disturbo alimentare. Per capirci, non tutte le bimbe perfezioniste e un pò ansiose sviluppano una patologia alimentare, ma pressoché tutte le ragazze anoressiche sono state nell’infanzia bambine di questo tipo.

Il secondo punto riguarda il tipo di famiglia in cui nasce questa bimba così perfezionista ed esigente con se stessa. Non esiste un modello di famiglia precisa che favorisce l’insorgenza di queste patologie, ma esiste un’Emotività Espressa (EE) genitoriale che può attivare il disturbo, dove già predisposto. Sono padri e madri che hanno ambizioni importanti sui figli, sul loro avvenire, sulle loro capacità di emergere. Si sono abituati fin dall’infanzia a prestazioni alte e le danno ormai per scontate, aspettandosele anche con il proseguire degli anni e degli studi. Sono genitori spesso ipercritici, esigenti, che premono con le loro aspettative.

Vi è poi, il terzo punto, il fatto scatenante, che fa insorgere il disturbo alimentare rimasto, fino a quel momento, latente. Può essere un evento traumatico (un lutto, una separazione, la fine di una relazione), oppure qualcosa di non grave (il commento di un coetaneo o di un genitore sul proprio aspetto fisico), ma che ferisce profondamente a livello interiore. In entrambi i casi il grilletto scatta, la malattia insorge.

Nel caso dell’anoressia, la malattia di solito insorge dopo l’inizio di una dieta ferrea, rigorosa, con un controllo minuzioso delle calorie assunte. Può anche esserci la scelta di consumare solo cibi di un certo colore, o di un’unica tipologia (solo insalata, ad esempio). Frequente anche la mancanza di serenità e convivialità durante il pasto, come se la concentrazione posta sull’atto del mangiare fosse tale da togliere qualsiasi spazio alla conversazione, al piacere dello stare a tavola (che a questo punto interiormente si è ormai trasformato in un inferno). Anche praticare sport in maniera eccessiva è un segnale da non sottovalutare.

Una situazione delicata si crea quando, in famiglia, solo uno dei due genitori si rende conto della gravità della situazione, mentre l’altro tende a negarla. In questo caso, statisticamente, la prognosi per la ragazza diventa assai più negativa. Un genitore può evitare il problema sia per la scarsa conoscenza del disturbo (che glielo fa sottovalutare nella sua pericolosità), sia per la paura che inconsciamente sente verso la situazione e a cui si sottrae. Sono comunque cammini sempre complessi, perché tutte le persone coinvolte provano sofferenza, preoccupazione, impotenza. L’anoressia è impossibile da nascondere, vista la magrezza a cui porta. La bulimia, invece, è più facile da celare, perché chi ne soffre può anche essere normopeso o solo sovrappeso. Il vomito viene indotto dopo pasti apparentemente normali, in assoluta solitudine. Alcuni segnali che un genitore può notare sono unghie fragili, pelle secca e squamosa, perdita di capelli, ittero visibile nei palmi di mani e piedi giallo-arancio, petecchie, problemi dentali.

I disturbi alimentari sono malattie vigliacche perché, in silenzio, possono danneggiare gravemente la salute e lasciare danni permanenti agli organi interni, anche dopo anni che il problema è stato superato. Hanno incidenza sui reni, i polmoni, creano infertilità, problemi cardiaci, osteoporosi, predispongono ad alcuni tipi di tumori. Le ragazze bulimiche soffrono di frequente di ovaio policistico. Si hanno anche pesanti complicanze neurologiche, con un’atrofia cerebrale che, nei casi più pesanti, rende la risonanza magnetica di un’anoressica grave indistinguibile da quella di un malato di Alzheimer.

La mortalità nelle ragazze anoressiche è drammaticamente elevata, intorno al dieci per cento, uno dei più alti tassi di letalità tra le malattie psichiatriche. Riguardo alle cause di morte si registra, purtroppo, al primo posto il suicidio, al secondo l’arresto cardiaco.

È per tutto questo che, se in famiglia ci si accorge di questo problema, o anche solo se si ha un dubbio o un sospetto, è meglio non attendere, non rimandare, ma chiedere subito un aiuto qualificato. Rivolgersi magari al proprio medico di base, per capire quali sono i centri specializzati più vicini e chiedere subito un consiglio su come procedere. Bisogna sapere in partenza che le ragazze anoressiche, pur essendo molti intelligenti e con un QI sempre superiore alla media, non sono consapevoli di essere malate e quindi sono ostili ad accettare di essere aiutate. Sono ragazze che hanno spesso un livello scolastico alto, di solito arrivano al livello universitario anche se la malattia spesso impone paure o interruzioni nel percorso di studi (e questo genera profonda frustrazione e altre dosi di disistima). In passato, l’anoressia era presente soprattutto nelle classi sociali medio-alte, mentre oggi è statisticamente diffusa in tutti gli strati sociali della popolazione. I disturbi alimentari sono comunque presenti solo all’interno dei paesi industrializzati.

Astrologicamente è impossibile semplificare questo argomento così complesso e delicato. Ogni tema natale racchiude in sé la sua storia, che è unica e irripetibile e ogni ragazza arriva alla malattia attraverso un suo cammino personale. Possiamo, quindi, trattare il tema solo in termini generali, mai definitivi.

L’analisi di Venere è importante, non solo perché il pianeta simboleggia il senso estetico, ma soprattutto perché descrive il nostro livello di autostima. Venere rappresenta, quindi, il valore che diamo a noi stessi e che deriva da modelli introiettati fin dall’infanzia. Chi ha patologie alimentari non si piace, non accetta il proprio corpo e ha un basso livello di fiducia in sé. Rapporti Venere/Saturno indicano insicurezze profonde nei confronti della propria sessualità e femminilità, che viene negata e bloccata (pensiamo solo all’amenorrea tipica delle donne anoressiche). Il rigore di Saturno dà la forza della rinuncia, della disciplina che, lentamente, scava il corpo, lo asciuga e in questo dà alle ragazze un senso di onnipotenza, di controllo. È però una dinamica sterile, che consuma e incastra nel desiderio di occupare sempre meno spazio, di ridursi, fino a scomparire.

La disistima espressa da Venere può risultare anche da aspetti – non necessariamente disarmonici – con Nettuno o Plutone, oppure dalla sua posizione in particolari case o segni (ad esempio, pensiamo ad una Venere Bilancia che necessita, soprattutto se lesa, di continua approvazione e conferma).

A livello psichico esiste un Sé oggettivo, in cui l’immagine che noi abbiamo di noi stessi corrisponde alla realtà di ciò che siamo e di come ci percepiscono gli altri. Vi è poi, in ognuno di noi, anche un Sé ideale, che definisce non ciò che siamo realmente, ma ciò che vorremmo essere e divenire. Vi è, infine, un Sé imperativo, molto saturnino, legato a ciò che sentiamo di dover essere per ottenere l’approvazione degli altri. Il nostro benessere psicologico è proporzionato a quanta discrepanza vi è fra queste diverse percezioni (Higgins, 1987). Questo nel tema natale emergerà con tensioni e aspetti distinti, che “tirano” in diverse direzioni psichiche.

Nelle ragazze che soffrono di disturbi alimentari la distanza fra i vari Sé è ampia e innesca forti tensioni interne, frustrazioni, difficoltà. Il Sé ideale, nettuniano, assume un’importanza assoluta e viene ricercato con forza. Essendo però un’immagine ideale, per quanto ci si impegni, esso sarà sempre irraggiungibile, non vi sarà mai un punto di arrivo definitivo (qualsiasi peso si raggiunga). L’inseguimento non avrà mai fine, una ragazza potrà essere ormai solo l’ombra di se stessa, pesare trenta chili, ma riflessa nello specchio si vedrà grassa, larga, ingombrante. In queste malattie la distorsione del reale è così ampia da far distorcere completamente la percezione di sé e del proprio corpo, per quanto emaciato esso sia. Nettuno è un pianeta centrale nei disturbi alimentari,  per le anoressiche la rinuncia al cibo diventa un’esperienza intensa e spirituale, quasi religiosa. Pensiamo solo, in ambito cattolico, alle numerose sante ascetiche, donne che – lungo tutta la storia della cristianità – smettevano quasi completamente di mangiare e, a volte, giungevano a nutrirsi solo di ostie consacrate. Il distacco dal reale, l’assenza di confini, diventa così esperienza euforica e mistica, in cui si può raggiungere un senso di assoluta onnipotenza e un assoluto distacco dalla propria fisicità. La distanza fra sé e gli altri può diventare psicologicamente infinita e per questo recuperare una ragazza con queste malattie è un percorso specialistico, che la famiglia da sola non può compiere.

La questione del controllo meticoloso del cibo, invece, può esprimersi attraverso diverse strade. Spesso sono presenti valori Vergine che attivano un perfezionismo assoluto e rigoroso. La Luna Vergine potrebbe, per certi versi, essere la tipica Luna delle ragazze anoressiche, che esaminano il cibo meticolosamente, lo spezzettano con pazienza in minuscoli bocconcini, tutti di uguale dimensione, spesso disposti ordinatamente nel piatto per forma o colore. I valori Vergine vengono distorti e diventano anche, attraverso la ritualità del cibo, bisogno di assoluta pulizia interiore, raggiunta attraverso quella del corpo che, nel digiuno e nella privazione, si sente  vuoto e quindi immacolato e purificato.

Da analizzare anche l’asse seconda/ottava, per capire se l’atto del nutrirsi assume una valenza particolare, diventando fonte di sicurezze interiori mancate, assumendo il compito di confortare, riparare, anestetizzare. L’asse, che simboleggia sia l’introduzione del cibo, sia la sua espulsione, si inserisce nella dinamica bulimica che, al mangiare incontrollato e vorace, fa seguire un’espulsione forzata e accelerata, sia attraverso il vomito autoindotto, sia con l’abuso di lassativi o diuretici. Anche la Luna nel segno del Toro va valutata con attenzione. Non a caso, la stessa etimologia del termine bulimia – l’etimo greco significa letteralmente “fame da bue” – riporta a questo segno zodiacale.

Anche contatti Luna/Giove simboleggiano la fame compulsiva, la voracità tipica della bulimia o dell’abbuffata. L’oralità è anche qui – come nell’anoressia – squilibrata, ma in modo opposto, attraverso un mangiare incontrollato. Nel momento in cui si inizia a mangiare si prova un senso di pace e conforto che, però, in breve si esaurisce, lasciando il posto al senso di colpa. Segue il vomito indotto e la sensazione, pesante, di disgusto verso se stesse. Tutto questo è molto doloroso da sopportare, amplifica quell’insoddisfazione che, in un continuo circolo vizioso, condurrà in breve tempo all’episodio successivo. Nella bulimia si vomita anche venti o trenta volte al giorno, fino a rigettare solo acqua, fino a sentirsi lo stomaco completamente vuoto. È qualcosa di stremante e devastante. Ci si rompe letteralmente dentro.

Attraverso la lente di Giove tutto si fa eccessivo, il dolore provato, le quantità di cibo introdotte, le calorie assunte (una bulimica arriva a diecimila al giorno). Ma anche il peso raggiunto o il numero di abbuffate incontrollate (binge eating). Questo non è un Giove benevolo e benefico, ma distorto, incontrollabile e fagocitante. Plutone spesso aggrava ulteriormente l’ossessione, rendendola ancora più profonda e oscura.

È, infine, importante analizzare, nel tema, anche l’archetipo materno e paterno. Gli aspetti che Luna e Sole formano, i segni e le case che occupano, daranno indicazioni utili in merito alla relazione con i genitori e alle aspettative della famiglia (in questo è utile anche lo studio della decima casa). È però importante ricordare come l’archetipo genitoriale in un tema non descriva la persona biografica, ma ciò che di lei abbiamo percepito, colto, interiorizzato.

 

 

CREDIT immagine di copertina Il pranzo, Diego Velaszquez

 

Elena Londero

studio.elenalondero@gmail.com

 

 

Bibliografia e videografia

 

Questo articolo trae spunto da un incontro online sui problemi alimentari tenutosi con la psichiatra e terapeuta comportamentalista Sandra Sassaroli, il video è pubblicato sul canale YouTube del Centro Studi Edizioni Erickson.

Segnalo anche la docuserie Rai “Fame d’amore”, visibile su Raiplay e da cui è tratta la frase del titolo.

 

Sandra Sassaroli – Giovanni Maria Ruggiero, “I disturbi alimentari”, Editori Laterza, 2018

Christopher Fairburn, “La terapia cognitivo comportamentale nel disturbi dell’alimentazione”, Edizioni Erickson, 2019.

  1. Vandereycken – R. Van Deth, “Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche. Il rifiuto del cibo nella storia”, Raffaello Cortina Editore, 2005

Enza Speranza, Dottorato di ricerca di Terapie avanzate medico-chirugiche, “Mortalità e complicanze clinico-nutrizionali a lungo termine dell’Anoressia Nervosa”, Università degli studi di Napoli “Federico II”, Anno accademico 2016/2017.

www.eridanoschoolo.ir/rubriche di astrologia / bulimia e obesità

ASTROLOGIAElena LonderoIndagine Astrologica

Il dolore che non parla imprigiona il cuore e lo fa schiantare | Elena Londero

“Il dolore che non parla imprigiona il cuore e lo fa schiantare”
Macbeth, atto IV, scena III

Il tema del dolore è sempre un argomento delicato che spesso, nel corso della nostra vita, si lega a quello del lutto o della separazione da qualcuno o qualcosa di molto amato. Per lutto, in particolare, intendo sia quello legato alla vera e propria scomparsa di una persona cara, sia il senso di perdita che può seguire a un divorzio, un aborto, la perdita di una casa, di un lavoro. Sono situazioni molto diverse fra loro, che però innescano meccanismi psichici simili, che ci riportano alle dinamiche di attaccamento/separazione vissute nella nostra primissima infanzia. È in quel periodo, infatti, che attiviamo alcuni importanti modelli base di comportamento, che poi andranno a influenzare ogni distacco che dovremo affrontare nel corso della nostra vita. L’analisi della Luna e di Venere, come vedremo, ci fornirà indicazioni preziose per comprendere come una persona vivrà, nel corso della sua esistenza, queste esperienze di separazione.

Già Freud nel 1917, in Lutto e Melanconia aveva ipotizzato come alla base di vari disturbi psichici (fra cui la depressione e il senso di angoscia) vi fossero, spesso, lutti patologici pregressi non superati ed elaborati. Per Freud il lutto “ha un preciso compito psichico da svolgere, la sua funzione infatti è separare i ricordi e le speranze di colui che è sopravvissuto dalla persona deceduta”. Inizialmente vi è solo il grande vuoto lasciato dall’oggetto d’amore scomparso e, per questo, il mondo appare irrimediabilmente impoverito e nulla appare più, agli occhi di chi è rimasto, come prima. La melanconia forse è ancora peggiore, perchè è un lutto continuo, mai superato, che impoverisce non il mondo esterno, ma lo stesso Io del soggetto, che ne viene svuotato. La depressione è una possibile conseguenza del lutto, vista spesso da Freud come un’ostinata ribellione all’elaborazione della perdita, un rifiuto di guarigione nel tentativo di trattenere a sè quanto perso.

Melanie Klein, nel 1957, in Invidia e solitudine passa dal primato della pulsione a quello delle relazioni d’oggetto. La psicanalista austriaca ha teorizzato, infatti, come tutti noi, attraverso il primo rapporto che instauriamo con la madre, sviluppiamo competenze emozionali che saranno alla base della nostra struttura psichica adulta. La Klein, nella sua distinzione tra seno buono/seno cattivo (aggiungerei Luna bianca, Luna nera), definisce come centrale il momento in cui il bambino vive le prime negazioni ai suoi bisogni e desideri. Ciò avviene attraverso il distacco dalla madre, che ogni tanto non è a sua completa disposizione. Primo nucleo di un processo di separazione che, pur innescando rabbia e frustrazione, è sano e serve sia a superare le iniziali fasi narcisistiche della personalità, sia a imparare ad elaborare il senso di perdita e la correlata mancanza di controllo sulla realtà che ci circonda.

Fondamentale anche la successiva Teoria dell’attaccamento, formulata nel 1969 da John Bowlby. La figura primaria di attaccamento dovrebbe sempre essere una base sicura, stabile, amorevole su cui costruire la personalità adulta. Per Bowlby la sequenza di reazioni del bambino di fronte al distacco della madre – protesta, disperazione, distacco, riorganizzazione – è riscontrabile anche in tutte le fasi del lutto e della separazione. Bowlby classifica quattro diverse risposte di attaccamento primario:

– attaccamento sicuro (per esempio, il bambino si separa dalla mamma in maniera tranquilla, è sereno, quando lei rientra è felice di vederla e coinvolgerla in quello che sta facendo)

– attaccamento insicuro evitante (se la mamma esce o rientra il bambino mostra indifferenza, non la guarda, non interrompe quello che sta facendo anche se in realtà è molto attento a tutti i suoi
movimenti)

– attaccamento insicuro ambivalente (il bambino si agita se la mamma esce, quando rientra piange o sembra inconsolabile)

– attaccamento disorganizzato (il bambino ha vere e proprie reazioni disorganizzate se la mamma esce, si getta a terra, si mette in un angolo, è rigido)

 

Il comportamento di attaccamento è innato e istintivo in ognuno di noi. Come accade anche in astrologia per l’analisi della Luna e dell’archetipo materno, anche per la figura di attaccamento non vi è una necessaria identificazione con la madre biologica. Figura di attaccamento è colei, o colui, che offre senso di amore, calore e protezione al bambino. Soddisfando, in questo modo, un bisogno di sicurezza necessaria a garantire la propria sopravvivenza. In questo vi è una distinzione importante fra la Luna e Venere, in quanto solo la prima simboleggia i bisogni primari,
fondamentali alla vita stessa.

 

La Luna indica anche l’amore incondizionato che, se ricevuto nel modo giusto e ben integrato psichicamente, ci potrà donare una solida fiducia nella vita e una percezione positiva e benefica
degli altri. Dalle relazioni non ci aspetteremo, dunque, sofferenza o freddezza, ma amore e fiducia. Sarà questa piattaforma di benessere interiore a farci superare anche i momenti di dolore e di separazioni cui andremo, come tutti, inevitabilmente incontro. Una bella Luna è un filtro tra noi e il mondo esterno che, in base alle sue modalità, ci farà vedere un mondo più o meno colorato o più o meno a tinte fosche.

Il terapeuta e psichiatra infantile John Byng-Hall ha arricchito ulteriormente questo genere di studi analizzando, invece, il ruolo della famiglia nel vivere il lutto e i cambiamenti che esso genera a livello non individuale, ma di gruppo (Le trame della famiglia, 1998). Quando muore qualcuno si crea un vuoto doloroso ed è necessario, inevitabilmente, superare a quel punto il vecchio script familiare, per elaborarne nel tempo uno nuovo. Lo script è un vero e proprio copione, in cui sono scritte le aspettative familiari per il futuro, i ruoli assegnati ad ognuno, i compiti, i mandati. Dopo un lutto, che è sempre uno degli eventi più critici e gravi per la vita di una famiglia, lo script va, inevitabilmente, rivisitato e aggiornato.

Elaborare un lutto a livello familiare, e non solo individuale, può essere molto utile. Riuscire a non rimanere soli ma a compattarsi, a unirsi, aiuta a confortarsi reciprocamente, anche se magari solo temporaneamente. In questa fase la famiglia si dovrebbe anche allargare agli amici e a tutte le relazioni belle e profonde che ognuno possiede, al di là dei legami “ufficiali” o di sangue.

Ovviamente, il percorso è molto diverso se a mancare è stato un membro anziano della famiglia, o se invece la perdita riguarda una persona giovane. Nel primo caso, si dovrà imparare a viverne l’assenza onorandone e mantenendone viva la memoria e il ricordo. Nel secondo caso, invece, la perdita è profondamente traumatica e destabilizzante, in quanto chi è venuto a mancare rappresentava il futuro stesso del sistema. Le morti tragiche o premature, in astrogenealogia sono fra quelle su cui più spesso il dolore si blocca, si pietrifica e, non venendo elaborato, viene in qualche modo trasmesso ai discendenti. I lutti irrisolti del passato familiare possono essere segnalati, per esempio, da Plutone in aspetto ai luminari o ai personali, o in ottava/quarta/ dodicesima casa.

Per quanto riguarda, invece, l’elaborazione del lutto sono stati fondamentali autori quali Johan Cullberg e Elisabeth Kubler-Ross. La psichiatra svizzera ha elaborato una curva dell’elaborazione del lutto basata su alcune fasi precise, che vanno dalla negazione iniziale all’evento, sino all’accettazione di quanto accaduto. Johan Cullberg invece ha sintetizzato tre principali fasi del lutto, quella dello shock, della reazione e, infine, dell’elaborazione.

Critico, invece, nei confronti di questi approcci a fasi – visti come eccessivamente passivi – è stato William Worden, che invece ha elaborato, un modello a compiti, che responsabilizza nei confronti del proprio stesso dolore chi ha subito una perdita. Un percorso che porta prima ad accettare la realtà della perdita, elaborando dolore tristezza. Arrivando poi a ricordare e rimpiangere la persona scomparsa, riuscendo a trovargli, infine, un nuovo posto nel sistema emozionalefamiliare, riprendendo nel contempo a vivere. A volte, tutto fallisce e la perdita diventa tale da scivolare nel lutto patologico, che per risolversi necessita di un supporto terapeutico. Ci sono dei fattori di rischio precisi che predispongono a questa condizione così complessa e dolorosa:

– le circostanze in cui è avvenuta la morte (ad esempio, per atto violento, suicidio, auto pirata…)

– l’età del defunto

– Il tipo di relazione e legame con la persona deceduta (perdere qualcuno che si amava ma con cui si era in conflitto, o si aveva litigato senza aver avuto il tempo di avere un chiarimento, può
appesantire molto un lutto, scatenando anche profondi sensi di colpa)

– condizione ed età del superstite (ad esempio un anziano che perde la compagna di una vita)

– caratteristiche del superstite (se soffre già di depressione, di scarsa autostima, se dipendeva socialmente o economicamente dal defunto)

– conseguenze della morte (che magari generano profonde preoccupazioni, magari per il pagamento di debiti, o conflitti che si aprono nel sistema familiare per lasciti testamentari).

 

Astrologicamente tutto questo è impossibile da tradurre in regole interpretative precise, valide per tutti. La lettura che vale per un tema natale non ha alcun senso per un altro. Ogni tema, infatti, è
unico e inscindibile. Ancor più prudenza è necessaria di fronte a temi cosa delicati. La Luna, come visto, è un importante indicatore del nostro archetipo materno, del clima che
abbiamo percepito alla nostra nascita (in questo anche l’ascendente offre indicazioni). Attraverso l’analisi della Luna andremo dunque a leggere il livello di rassicurazione ricevuta e che, ben
integrata, ci consente di elaborare l’esperienza del distacco. Venere, invece, è un indicatore delle nostre relazioni affettive, archetipo di quella separazione che, vissuta nel modo corretto, ci rende sicuri di noi stessi, autonomi e con un buon livello di autostima. Lesioni di Venere indicano insicurezze, che possono condurre a dipendenza affettiva o all’incapacità di recidere legami, anche quando magari sono evidentemente finiti o esauriti.

Questo, ovviamente, può complicare un eventuale lutto.
Luna e Venere quindi descrivono quanto ci sentiamo degni d’amore e sicuri di noi a livello affettivo e relazionale. Due fattori fondamentali per superare il dolore della perdita. Sicuramente, parlando di lutto ci viene in mente anche Saturno. Con le sue valenze privative e separative ci conduce alla crescita, attraverso l’accettazione dei nostri limiti. Saturno ci pone, senza troppi indugi, di fronte alla realtà. Dico questo con valenza neutra, in quanto ciò può poi essere vissuto dal singolo come un’ottima occasione o come una persecuzione del destino.

Anche Nettuno può simboleggiare un periodo di lutto, a differenza di Saturno qui ci sarà più il distacco o l’alienazione dal reale, vissuta attraverso l’annullamento di forme e di certezze. Questa assenza di confini in un momento di dolore può farci mancare il terreno sotto ai piedi, renderci incapaci di sapere con esattezza che direzione dare alla nostra vita o, anche, che senso essa abbia. Perdere qualcuno sotto un transito di Nettuno può portarci a vivere momenti di angoscia esistenziale, depressione, senso di colpa. Può, però, anche aprirci a una spiritualità intensa e forte, capace di darci un profondo conforto e facendoci magari sentire ancora vicini e connessi a chi non è più fisicamente accanto a noi.

Infine Plutone, che opera la divisione fra ciò che sta sopra, alla vita e alla coscienza, e ciò che si pone al disotto di tutto questo. Quando lo strappo della perdita trascina in questi territori, così profondi e intangibili, l’essere umano non può che confrontarsi con le sue paure, scoprendo parti di sè solitamente celate e inaccessibili.

 

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

ASTROLOGIAElena LonderoIndagine Astrologica

Lilith, Luna Nera e streghe, tra repressione e persecuzione | Elena Londero

Il mito di Lilith si perde nella notte dei tempi. Diventa oscuro in un processo che affonda le sue radici nella tradizione giudaica e nei complessi passaggi fra le varie fonti finisce con lo scomparire e diventare rimozione, per riapparire poi, nel Medioevo, sotto forma di isteria collettiva verso donne e streghe. Cominciamo dunque, dalle origini del mito, dal primo capitolo della Genesi in cui incontriamo il racconto della Creazione.

“Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Genesi, I, 27).

Passo oscuro, che parla di un Adamo ancora non scisso nel genere, dunque androgino, in cui il principio maschile e quello femminile sono ancora fusi e fra loro inscindibili, proprio come nel mito di Platone del Simposio. Anche Rabbi Abba afferma “è precisamente perchè l’uomo rassomigliasse a Dio che fu creato maschio e femmina insieme.” Il Talmud, ancora, conferma “Lo creò ermafrodita, come è detto, maschio e femmina lo creò”. Essendo l’uomo creato a perfetta immagine di Dio è simbolo di una perfetta armonia dell’essere, dalla sessualità indifferenziata, descritta da più fonti bibliche e del Talmud.

Qualcosa però si complica, l’essere a somiglianza di Dio, non è sufficiente a dare equilibrio e la perfezione divina in Adamo si offusca e si incrina. Anche se la Genesi rimane vaga su quel che accadde, fonti rabbiniche ipotizzano che questo Adamo, nella sua forma ancora primitiva si accoppiasse con gli animali che incontrava, attraverso pratiche sessuali condannabili, anche se certo non rare. La Genesi, tombale, a quel punto afferma “Non è bene che l’uomo sia solo” (Genesi, II, 18).

È dunque solamente qui che Adamo viene scisso e, non più androgino, improvvisamente si scopre incompleto e mancante. “Dunque al desiderio e alla ricerca dell’intero si dà nome amore” (Platone, Simposio). Adamo sente, ora, la propria profonda solitudine e in tale sentire è già presente il seme della differenziazione. Gli manca ciò che non è, gli manca chi non ha. Solo in questo momento viene richiesta a Dio una compagna. Come scrive Roberto Sicuteri, a questo punto “nacque la donna, per desiderio di Adamo, che aveva scoperto la propria solitudine, ma anche la propria anima”.

La prima compagna sarà Lilith, la seconda Eva. Adamo non riuscirà a trattenere a sè nessuna delle due, l’una per la sua ribellione, l’altra per la sua disobbedienza. Entrambe, in queste loro forme di indipendenza, appaiono forti, capaci addirittura di non temere nemmeno il castigo divino cui andranno incontro. Lilith è, dunque, mito arcaico anteriore a quello di Eva. Per alcuni fonti, la prima compagna di Adamo fu creata alla fine del sesto giorno (non a caso insieme ai rettili e ai demoni), poco prima del sopraggiungere della notte e delle tenebre, un attimo prima cioè di scivolare in ciò che è simbolicamente oscuro e inconscio. Lilith è il prototipo femminile che è stato rimosso dalla patriarcale e conservatrice coscienza ebraica, che la sente come minacciosa e pericolosa. Lilith è sensuale, prova piacere, all’apice della passione possiamo immaginarla mormorare, “piagata d’amore io sono”, come scritto nel Cantico dei Cantici.

Adamo di fronte a questo piacere sessuale così intenso della compagna, si agita, si turba. Non ha di fronte a sè una donna passiva e remissiva che vive per soddisfare i suoi bisogni, ma una donna che cerca di soddisfare anche i propri. La distanza fra i due si fa incolmabile quando, durante un amplesso, lei desidera assumere un ruolo più attivo, chiedendo ad Adamo lo scambio della posizione sessuale, da lei supina, a lui supino.

Con questa richiesta Lilith implicitamente chiede la parità e l’uguaglianza del corpo e dell’anima fra uomo e donna. Lei come lui. Lui come lei. Due esseri uguali, posti l’uno di fronte all’altra. Intercambiabili fra loro. Ma Adamo rifiuta, ne rimane turbato, lei insiste, si ribella poi, infastidita, se  ne va. Lui, incapace di trattenerla, sente improvvisamente di essere stato abbandonato, di essere nuovamente solo. Il giudizio su Lilith, nella Genesi, si fa ora implacabile.

La visione rabbinica nei confronti del femminile è evidente, nessuna uguaglianza può essere concessa. Adamo, nel rifiutare lo scambio della posizione sessuale, dà voce a tutto un mondo patriarcale che rifiuta la parità dei generi. L’inversione dei ruoli è inammissibile. Dove va Lilith, indispettita, dopo aver lasciato Adamo? Si reca nel temibile e inospitale Mar Rosso, luogo in cui, secondo la tradizione ebraica, possono vivere solo demoni e spiriti malvagi e i cui fanghi, non a caso, sono considerati potenti stimolanti sessuali (ancora un abbinamento tra il demoniaco e la sessualità). È qui che Lilith diventa demone e, su tale accostamento, metteranno radici paure e pregiudizi che diventeranno, per certi versi, definitivi.

Prosegue anche nella tradizione sumerica e accadica l’energia intensa e aggressiva di Lilith, considerata pericolosa per i neonati, gli sposi novelli, gli uomini. Questi ultimi, in particolare, secondo la tradizione potevano essere presi e sedotti da Lilith, anche nel sonno. Lilith/demone aveva una sensualità prorompente, cui era impossibile sottrarsi per la sua forza psichica, che annullava ogni resistenza. La “vittima” ne era soggiogata, non poteva evitare la penetrazione diabolica, capace di bloccare i sensi in un’estasi terrificante. Molti, secondo la tradizione, non si riprendevano più da questi demoniaci amplessi, capaci di innescare anche molte malattie (nella cultura mesopotamica era frequente ricondurre l’origine delle malattie agli spiriti maligni). Non potendo vivere liberamente i propri desideri sessuali più istintivi era necessario proiettare su queste immagini del profondo le proprie pulsioni. E così, sempre su questo cammino, il mito di Lilith si sviluppa anche in epoca greca e romana.

L’associazione tra Lilith e Luna Nera affonda, invece, le sue radici nel ciclo della Luna. Quella Luna che nel suo crescere, culminare e decrescere modifica completamente la sua natura. Essa è Grande Madre fertile e generosa quando è crescente o piena. Qui è la luna bianca, benefica, accogliente. La Luna che toglie spazio alle tenebre, simbolicamente. Ma quando la Luna – giunta all’apice – inizia a retrocedere, la notte si fa di giorno in giorno sempre più buia e oscura. La Luna nera è la Luna assente, il secondo fuoco dell’orbita lunare, punto immaginario e non reale. È dunque mancante e in questa sua assenza trovano spazio tutti i demoni possibili. Ciò che non si vede si immagina, amplificandolo.

In epoca egizia già Iside, sposa di Orione, presenta sia valenze benefiche, sia un “lato nero”, con il quale a volte è rappresentata (secondo la Harding le successive Vergini nere presenti in molti santuari sono da riportare proprio a queste antiche statue di Iside). Da tutte queste influenze, qui appena accennate, partono numerose divinità che giungono, attraverso il Mediterraneo, fino alla Grecia dove la connessione fra femminile e Luna si consolida. È ancora necessario far riferimento alle tre fasi lunari maggiori, equiparandole ad altrettante età simboliche della donna: la Vergine (primo quarto/mondo dell’aria), la Ninfa (luna piena/mondo terreno) e la Vecchia (ultimo quarto/ mondo sotterraneo).

La consapevolezza della differenza tra queste tre fasi si gioca sul mito di Kore/Persefone. All’inizio è solo Kore, dea fanciulla ancora pura e integra che esprime, nel mondo greco, per la prima volta, il concetto di Anima. Kore, giovanissima, ha ancora tutto dinnanzi a sè, ma, per questo, manca ancora dell’esperienza del vissuto. Il ciclo lunare non è, quindi, ancora frammentato nelle sue fasi.

Questa conoscenza/consapevolezza giunge solo con Persefone, con la quale si attiva la coscienza dell’ultimo quarto, dell’ultimo filo di luce prima dell’oscurità. Il confine tra dove termina la soglia di consapevolezza e dove comincia l’inconscio è insondabile. Per un attimo la luce c’è ancora, poi semplicemente non c’è più. È qui che Persefone discende nel mondo di Ade. Persefone negli Inferi è Lilith nel Mar nero.

Anche Demetra – madre di Persefone – assume significati simili, da dea generosa e dispensatrice di fecondità (Luna bianca) diventa dea della morte quando, nel dolore per la separazione dalla figlia, impedisce al grano di germogliare (Luna Nera), creando fame e carestia.  Come non pensare, rispetto a tutte queste figure femminili, anche al seno buono e al seno cattivo di Melanie Klein?

Non può, infine, mancare un accenno a Ecate, secondo alcuni studiosi la dea greca più connessa alla Luna (a Roma sarà Proserpina, la temibile). Ecate è dea degli inferi, capace di distruzioni terribili, portatrice di morte e dolore. In lei il concetto di eros si unisce a quello di demoniaco, proprio come nella Lilith ebraica. Ecate è rappresentata nell’arte greca come figura triforme (a indicare, indirettamente, le tre fasi lunari). La sua statua veniva posta anche agli incroci tra tre vie (trivium), in cui venivano lasciate – per placarla – varie offerte in cibo, di cui finivano spesso per cibarsi i cani randagi o i poveri e gli emarginati (il famoso pasto di Ecate). La storia di questi miti femminili in cui confluiscono eros e demoniaco è lunga. Abbiamo le Empuse, le Lamie, le Furie, le Amazzoni. E poi la bella e desiderabile maga Circe, che forse è il prototipo stesso della strega medievale che, con i suoi incantesimi seduce e trascina alle perdizione gli uomini, cristallizzandoli, attraverso l’appagamento dei sensi, in un non-ritorno di omerica memoria.

Non si può concludere questo discorso su Lilith senza compiere un ampio salto temporale e giungere fino al Medioevo, durante il quale ci furono secoli di persecuzioni agli eretici, non circoscritte solo, come solitamente si pensa, al periodo dell’Inquisizione quattro/cinquecentesca, ma precedenti ad esse di alcuni secoli.

In un canone del Concilio di Ancona del IX secolo già si legge, ad esempio: “Certe femmine perverse, rese schiave di Satana e sedotte da immagini e fantasmi di demoni, credono e attestano di cavalcare nelle ore notturne con Diana e una innumerevole moltitudine di donne su certe bestie”.

È nel 1184, invece, con il Sinodo di Verona, che il rogo diventa la condanna a morte ufficiale per gli eretici. Nel 1252 con la Bolla Ad estirpando il Papa Innocenzo IV consente l’uso della tortura per estorcere informazioni e confessioni. Questa prima inquisizione va quindi distinta, storicamente, da quelle spagnole e portoghesi sviluppatesi a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento. È del 5 dicembre 1484 la Bolla papale di Innocenzo VII, con cui fu dato l’incarico a due teologi domenicani, Jacob Sprenger e Heinrich Kramer, di “punire, incarcerare e correggere” gli eretici. Tre anni dopo la coppia di teologi pubblicherà il terribile Malleus Malefcarum/Martello delle streghe, il testo ecclesiastico ufficiale per la persecuzione alle streghe. Un best seller dell’epoca, in cui con toni da misoginia delirante, si spiegavano i segni da ricercare in una donna per riconoscerla come strega, le torture con cui indurne la confessione e via dicendo. La caccia alle streghe ebbe così il suo drammatico inizio ufficiale fra isteria collettiva, autosuggestione, manipolazioni varie.

Lilith ora si fa, dunque, strega, ma non una strega vecchia e repellente, che si aggira nella notte con il suo terribile seguito di cani e vampiri. Lilith è una strega conturbante, giovane, sensuale. Una figura castrante, cui si imputava la colpa per impotenza, sterilità, eiaculazione precoce. In alcuni scritti ci si chiese se le streghe potevano persino evirare un uomo durante il loro feroce amplesso. Tutto questo nasce direttamente dal conservatorismo cattolico che aveva ormai censurato e condannato completamente gli istinti e la sessualità. La forza psichica repressa di quegli istinti si esteriorizzava e veniva violentemente proiettata su migliaia e migliaia di donne, che finirono per diventare simbolo stesso del male, personificazione di ogni paura.

Inizia così la persecuzione, perpetuata con l’alibi dell’eresia. La donna, già biblicamente collegata al concetto di peccato, diviene ancor più pericolosa e va quindi combattuta in modo duro e spietato. Queste donne sono considerate prostitute del Diavolo, seduttrici pericolosissime. L’Ombra collettiva viene completamente rifiutata, esclusa dalla coscienza e quindi dal suo riconoscimento. Nessuna integrazione è possibile.

I Sabba diventano allucinazione isterica, che sotto tortura viene confessata o descritta nei particolari. Sono tenuti in luoghi isolati, come chiese sconsacrate, cimiteri, case abbandonate. Le  più celebri notti del Sabba sono la vigilia di Ognissanti, la Candelora del due febbraio e del primo agosto, la Roodmas inglese e la Valspurga tedesca del primo maggio. Sicuteri ci ricorda che nel Faust di Goethe è proprio in questa data che Mefistofele invita Faust a conoscere i misteri di questa notte in cui, emblematicamente, è “triste il disco della Luna mancante”.

Il bosco notturno, in quelle ore di tenebre assolute, sembra quasi impazzito, i tronchi si schiantano, i rami gemono sino a spezzarsi, la nebbia addensa la notte. È tutto un turbinio di streghe, demoni e animali, fino a quando appare colei che, da subito, attira lo sguardo di Faust. Chiede a Mefistofele chi essa sia. Quella è Lilith, risponde il demone. Chi? Ridomanda Faust. Il nome, rimosso, è sepolto nella memoria inconscia collettiva, non è rievocabile subito alla coscienza. Mefistofele deve aiutare il dottor Faust a ricordare: “La prima moglie di Adamo. Stai in guardia dai suoi bei capelli, da quello splendore che solo la veste”. Dopo di lei giunge, al Sabba, il Diavolo/Satana/ Belzebù e tutto inizia. Ogni cosa in quel Sabba satanico è invertita dal “giusto” ordine, il movimento delle danze e del girotondo infernale, il segno della croce, il fallo del Diavolo, piantato sull’osso sacro, di inaudita potenza. Durante la Messa Nera avvengono cose inenarrabili.

Il Diavolo simboleggia gli istinti più profondi e censurati, quelli che l’Inquisizione non può accettare e deve combattere. Tutto questo fu proiettato sulle donne, giungendo persino al punto di discutere se esse avessero o meno un’anima.

La misoginia interna alla Chiesa è collegata sicuramente anche al celibato imposto, quindi a una sessualità negata e repressa (cosa che non accadrà invece in ambito protestante). Il teologo svizzero Herbeert Haag scrive, su questo: “Le orge, le perversità e le oscenità delle streghe, vere o immaginarie che fossero, ma che comunque venivano descritte fin nei minimi particolari, potevano offrire ai cristiani e specialmente ai celibatari e ai preti, un certo appagamento sostitutivo e compensatorio per quei desideri sessuali che erano loro proibiti. Anche la giustizia fatta usando le torture, dal punto di vista della psicologia del profondo, deve essere messa in
relazione con la paura che l’uomo, reso schiavo dei precetti della Chiesa, prova di fronte alla donna sessualmente attraente e che lui segretamente desidera. Questa paura rende gli uomini sadici”.

La fase più acuta della caccia alle streghe durò circa tre secoli. Gli storici ipotizzano decine e decine di migliaia di vittime, alcuni addirittura un milione. È una stima difficile da stabilire con esattezza, ma fu sicuramente un massacro indicibile, un femminicidio di massa. Il solo inquisitore spagnolo Tòmas de Torquemada mandò al rogo, nella sua vita, oltre dodicimila donne. Un solo inquisitore. Il fenomeno nel tempo andò calando, non smise a lungo di esistere del tutto. Le ultime donne uccise perchè ritenute streghe risalgono al 1836 in Germania, al 1850 in Francia, al 1877 negli Stati Uniti.

Lilith ancora oggi, ovviamente, vive tra noi. In Europa, negli Stati Uniti, nei paesi del Sud America la cultura è ancora di stampo fortemente patriarcale. Ogni giorno inconsapevolmente ci imbattiamo nella Luna bianca, benefica e approvata, e in quella Nera, malvista e disapprovata. La libertà femminile è ancora giudicata. La libertà sessuale delle donne condannata. Discutiamo ancora se un certo tipo di abbigliamento possa fungere da attenuante a uno stupro. Il modello è ancora quello della donna che deve essere sempre accogliente, rassicurante, protettiva. Alle madri sono concessi solamente sentimenti positivi, di amore assoluto, di sacrificio
incondizionato. Non possono esprimere rabbia, stanchezza, emozioni troppo forti, di rottura, di difficoltà, di delusione. Sono ipocrisie pesanti, che impongono di assumere maschere sociali. Senza contare le disparità professionali, economiche, sociali. O i condizionamenti che colpiscono già le bambine, con una sessualizzazione precoce che rende poi distorta e poco consapevole la sessualità adulta.

I modelli all’interno dei quali ci muoviamo sono quindi ancora molto ambigui e la libertà dei generi spesso solo apparente. Ci tengo però a chiarire che lottare contro questa cultura patriarcale non è lottare contro gli uomini. Questo modello culturale così tradizionalista e conservatore danneggia  tutti noi. La donna cui non viene concesso di esprimere la sua rabbia o la sua libertà sessuale è l’uomo che non può piangere e non può mai mostrare il suo dolore. I ruoli imposti, che magari noi non avremmo mai scelto per noi stessi, sono gabbie che portano dolore e sofferenza a qualsiasi essere umano, a qualsiasi genere appartenga.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

Ringrazio di cuore Cecilia Sicuteri che nei giorni scorsi mi ha inviato, con gentilezza e generosità, una foto preziosa, che ritrae due pagine del manoscritto su Lilith scritto da suo padre nel 1980. È un testo accuratissimo, un punto di riferimento insostituibile per chiunque voglia avvicinarsi a questo argomento.

Bibliografia
Robert Graves, “I miti greci”, Longanesi, 1978
Herbert Haag, “La credenza nel Diavolo”, Mondadori, 2016
Esther Harding, “I misteri della donna”, Astrolabio, 1953
Erich Neumann, “La psicologia del femminile”, Astrolabio, 1975
Erich Neumann, “Storia delle origini della coscienza”, Astrolabio, 2010.
Roberto Sicuteri, Lilith la Luna Nera, Astrolabio 1980.

ASTROLOGIAElena LonderoIndagine Astrologica

I miei nonni, i miei genitori ed io: l’albero genealogico di Frida Kahlo | Elena Londero

Il modo di dipingere di Frida Kahlo è espressionista e figurativo, sempre autobiografico e molto narrativo. Nei suoi dipinti ci si perde in un labirinto di scenari e storie che si sovrappongono e si arricchiscono fra loro. Lo sguardo passa da un soggetto all’altro, scivolando in continuazione fra i dettagli.

In questo suo albero genealogico, dipinto nel 1936 ed intitolato “I miei nonni, i miei genitori e io” Frida si dipinge bambina. Ha circa due o tre anni, si ritrae nuda e ritta in piedi all’interno della sua casa azzurra di Coyoacan, la casa di tutta una vita, la stessa in cui era nata il 6 luglio del 1907 e nella quale morirà il 13 luglio del 1954. Frida bambina tiene stretto in mano un lungo nastro rosso cremisi, che è contemporaneamente linea di sangue, cordone ombelicale e filo di unione fra le tre generazioni rappresentate.

 

 

Al centro del quadro vi sono i due genitori, ritratti rispettando la postura e l’espressione che hanno nella foto del loro matrimonio. La madre, a differenza del padre, ha lo sguardo diretto all’osservatore ed è in una posizione più alta rispetto allo sposo, su cui tiene anche, in un gesto quasi materno e protettivo, un braccio posato sulle spalle. Vestita con il suo candido abito da sposa, dalle maniche a sbuffo e l’alto colletto, porta già in grembo la stessa Frida. Abbiamo, quindi, rappresentato un secondo cordone ombelicale, a rimarcarne ulteriormente l’importanza simbolica.

 

 

Nella parte alta del dipinto sono ritratte le due coppie di nonni. A destra quelli paterni, Jakob Heinrich Kahlo e Henriette Kaufmann Kahlo, i nonni europei, tedeschi. Il mare sottostante alla coppia è quello attraversato dal padre di Frida per raggiungere il Messico. Carl Wilhelm (Guillermo) Kahlo, era, infatti, emigrato in Sud America per amore, contro il volere familiare, a diciannove anni. Aveva sposato la madre di Frida solo in seconde nozze, dopo essere rimasto vedovo della prima moglie. I nonni materni, invece, sono l’indiano Antonio Calderon e la gachupina Isabel Gonzales Y Gonzales. Sotto di loro, invece del mare che separa il Sud America dall’Europa, Frida inserisce il brullo e arido paesaggio messicano, con i suoi crepacci e burroni. È un albero genealogico vario, con ascendenze fra loro lontane e culturalmente molto differenti e di cui lei in qualche modo, con quel nastro rosso cremisi, tira le fila, compattando e unendo – in una sintesi perfetta – tutti loro. In questo dipinto Frida tiene, infatti, letteralmente in mano il suo clan, ne diventa il frutto e la sintesi. Il suo stellium in Cancro (Nettuno, Sole e Giove) ben descrive storie familiari di emigrazione, cui si reagisce radicandosi. La casa e la terra diventano allora solide certezze, come conferma anche la sua alta Luna Toro.

Spesso i membri di un clan che hanno forti valori cancerini si assumono il compito di diventare i guardiani del passato familiare, di cui diventano la memoria o i testimoni attraverso la raccolta delle foto di famiglia, la stesura di un albero genealogico o, come in questo caso, attraverso un dipinto che lo raffigura.

Per Frida questo attaccamento al proprio passato familiare avviene soprattutto per via matrilineare, attraverso la figura della nonna materna, indigena. Lo stretto legame con la terra materna è così forte e le dà talmente tanta identità da farle affermare, in alcune interviste, di essere addirittura nata nel 1910, invece che nel 1907, per potersi sentire idealmente ancor più figlia della rivoluzione messicana e del Messico moderno, sorto proprio in quell’anno. Il Cancro, inoltre, in astrogenealogia, è un segno che sana gli abbandoni, anche attraverso il sacrificio personale, riparando attraverso se stessi gli antichi dolori familiari. E la vita di Frida è stata interamente una vita di sacrificio, di dolore fisico e di rinunce. La maternità è una di queste, forse la più amara e difficile da accettare.

Il tema della fecondazione, molto sentito dalla pittrice, è centrale anche in questo dipinto. Il senso delle generazioni che si susseguono nel corso del tempo, garantendo la continuità e la sopravvivenza al sistema familiare, è rimarcata dalla figura dello spermatozoo ritratto sulla sinistra del quadro, colto nell’attimo esatto in cui riesce, con vigore, a penetrare nell’ovulo. Accanto è  dipinto anche un cactus, tipica pianta dell’altopiano messicano, con un bel fiore rosso, sensualmente aperto a coppa e ritratto nell’atto di accogliere il polline fecondante. Impossibilitata a generare fisicamente, Frida attiva una riproduzione di sè di altro tipo, posta su un altro piano, immaginario e artistico, estremamente fertile.

Frida dipinge il proprio albero genealogico nel 1936. Sette anni prima, nel 1929, appena ventiduenne, aveva sposato il pittore Diego Rivera, uomo intenso, carismatico, famoso ed infedele. Diego la tradì innumerevoli volte, persino con la sorella Cristina (Venere, che governa a terza casa, è congiunta a Plutone in Gemelli) portandola a chiedere il divorzio, anche se solo un anno dopo i due, passata la tempesta, si risposarono. Di lui ebbe a dire, “Nella vita ho avuto due incidenti: il primo sul bus, il secondo quando sposai Diego. E dei due, quest’utimo fu sicuramente il peggiore”.

Il 1929, è anche l’anno del suo primo sofferto aborto, cui ne seguirono altri due negli anni successivi (Saturno di transito in quinta). Sono figli mai nati, ma mai dimenticati, lutti elaborati attraverso la pittura, nella quale i piccoli feti sono rappresentati innumerevoli volte, spesso ritratti ancora con il cordone ombelicale intatto, a indicarne il forte legame con se stessa e il proprio ventre. Urano e Marte, nel tema radix, sono collocati proprio in quinta casa, mentre la Luna è in aspetto, seppur di sestile, a Saturno in ottava e, contemporaneamente, in parallelo a Plutone. Tutti e tre gli aborti sono stati causati, indirettamente, dai danni fisici riportati nel terribile incidente subito il 17 settembre del 1925, quando l’autobus su cui viaggiava la giovane Frida – all’epoca appena diciottenne – si era scontrato con un tram. Nell’impatto Frida era stata trafitta dalla sbarra in ferro del corrimano, che le aveva causato lesioni interne gravi e devastanti. Ne era stato duramente colpito e straziato anche l’apparato genitale e riproduttivo, mentre il bacino e la colonna vertebrale avevano subito fratture plurime.

 

L’incidente fu un vero e proprio spartiacque, un prima e un dopo netto e definitivo della sua esistenza. Per tutto il resto della sua vita, infatti, Frida, dovrà convivere con il dolore fisico, gli innumerevoli interventi chirurgici e i lunghi periodi di forzata immobilità. Solo nel 1950, per esempio, subirà sette diversi interventi alla colonna vertebrale e nove mesi di ricovero ospedaliero. Una gamba le verrà, invece, amputata pochi anni prima della morte. Non a caso, molte delle sue opere sono state dipinte mentre lei è stesa nel letto a baldacchino che le era stato costruito appositamente quando era ragazza, subito dopo l’incidente. Uno specchio sul soffitto le permetteva di vedersi riflessa e di ritrarsi, questo spiega anche l’alto numero di autoritratti che Frida dipinse sempre nel corso della sua vita.

Il suo tema natale è quasi impietoso nel sintetizzare tutti questi eventi, basti solo pensare alla dura opposizione tra la congiunzione Nettuno, Sole e Giove in Cancro, in undicesima casa, e quella tra Marte e Urano in Capricorno, in quinta, a simboleggiare quella violenza improvvisa e spietata contro cui non vi è alcun riparo. Marte, in esaltazione nel segno, ovviamente offre anche tempra, forza di carattere e tenacia su cui poter contare nei momenti più cupi e difficili. Urano ed il Sole sono poi fra loro in controparallelo, a rimarcarne e potenziarne il confronto. Esprimono una mentalità aperta, una personalità indipendente e anticonformista, con una libertà intellettuale ed interiore che, unita alla congiunzione del Sole a Nettuno, crea l’artista. L’atto creativo, che non può essere procreativo, diventa quindi espressione e trasmissione di sè, attraverso il colore e la pittura. Le storie Frida le trae dal suo retaggio familiare, dal suo corpo e dalla sua esperienza di vita. Come ebbe lei stessa a dire, durante un’intervista, «Pensavano che anch’io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni». Nettuno, infatti, pur rimanendo fortemente immaginativo e visivo, è costretto a ridimensionarsi nel confronto con i duri valori capricorniani che gli si oppongono. La stretta congiunzione Sole/Nettuno in Cancro le dona, quindi, la capacità di calarsi in profondità dentro se stessa, abolendo i propri limiti fisici. Al contempo, descrive anche con esattezza la figura paterna, a lei molto vicina. Il padre era un fotografo, amava l’arte, era un uomo affettuoso e intelligente, ma era anche un uomo da sempre gravemente malato di epilessia, estremamente  nettuniano come genitore. La congiunzione di Nettuno al Sole racconta, infine, anche delle dipendenze della pittrice, che si intensificarono nella seconda parte della sua vita. Fumo, alcool e farmaci le concedevano di evadere e di anestetizzarsi dal dolore del corpo e dell’anima, anche se probabilmente ne minarono ulteriormente la salute.

Come sempre accade in astrologia, il simbolo è complesso e si esprime su più piani, contemporaneamente.

 

 

L’ascendente in Leone, dona a Frida forza e orgoglio, oltre alla celebre regalità, rendendola capace di diventare una donna bella e sensuale, con un’immagine unica nonostante le forti invalidità fisiche (l’ascendente leonino si oppone a Chirone e quadra la Luna). Gli abiti sempre colorati e le folte sopracciglia diventano segno di distinzione, così come la folta chioma di capelli, sempre curata e ben agghindata. Questa femminilità è anche vissuta nell’esperienza reale, attraverso numerose relazioni con vari amanti. La bella Venere d’Aria congiunta a Plutone la rende sessualmente libera e curiosa, ci parla della sua attrazione per uomini intelligenti e chiacchieroni (Gemelli), ma intensi e carismatici (Plutone). Era una donna disinvolta, che da ragazza amava anche giocare con l’ambiguità del travestitismo. Nel corso della sua vita ebbe anche alcune intense relazioni con alcune donne, tra cui quella con la fotografa Tina Modotti, l’ambasciatrice di Mosca Aleksandra Kollontaj e la rivoluzionaria Teresa Proenza. Anch’esse, come gli uomini cui Frida si legava, erano sempre persone intelligenti, forti e audaci.

La quadratura di Saturno a Venere ne definisce al contempo, però, tutti i pesanti limiti relazionali, l’amarezza dei tradimenti subiti e il senso di una profonda solitudine che, alla fine, si rivela irrisolvibile.

Frida muore il 13 luglio del 1954, a soli quarantotto anni. È un martedì e Plutone è congiunto al grado al suo ascendente. Anche Venere, è appena passata all’ascendente, lo ha fatto proprio nei giorni precedenti. Questa coppia astrologica, così attiva nel tema radix, si tramuta ora in atto liberatorio, cui concorre anche un bel Giove di transito in congiunzione al Sole, quasi a esaudire le ultime parole che la pittrice scrisse nel suo diario: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

Bibliografia
Paola Cecchetti, Carmen Tagliaferri, Genealogia del corpo e corpo genealogico, International
Journal of Psychoanalysis and Education, 2011, vol. III.
Hayden Herrera, Frida. Una biografia di Frida Kahlo, edizioni Neri Pozzi, 2016.
Il diario di Frida Kahlo. Un autoritratto intimo, a cura di Sarah Lowe, edizioni Electa, 2014.

ASTROLOGIAElena LonderoIndagine Astrologica

La morte e il lutto nella curva di Elisabeth Kübler Ross | Elena Londero

Quando ero bambina trascorrevo le mie estati in Puglia, a Porto Cesareo, nella bella casa dei miei nonni. Mi piaceva immergermi in questo mondo così diverso dal mio. I pescatori, la piccola barca a remi con cui raggiungevamo l’isola dei Conigli, le friselle condite con i pomodori appena raccolti nell’orto, ancora caldi di sole. Ricordo con nostalgia la processione di pescherecci in mare, alla quale partecipavo con la nonna Angiolina (piemontese). La prima barca ospitava la statua di Maria, tutta vestita di fiori per l’occasione.

Ricordo anche che in paese mi colpivano le molte donne che – a luglio, ad agosto – vestivano completamente di nero. Calze, gonna, camicetta, foulard, borsetta. Anche quando il caldo sembrava sciogliere l’asfalto, il nero non veniva abbandonato. Il nonno, pugliese, mi spiegava tutta la complessa ritualità del vestire a lutto, che da me, in Friuli, si era già persa. Si dovevano indossare abiti neri per periodi dalla durata variabile, da uno a più anni, a seconda del legame di parentela che si aveva con il defunto. Durante gli anni di lutto non si potevano mai indossare gioielli, solo in un secondo momento – quello del mezzo lutto – erano previste le perle. Molte donne portavano il lutto a vita, sia per scelta personale, sia per il continuo susseguirsi delle perdite in famiglia. Gli uomini, invece, per esprimere il dolore non si radevano la barba per qualche giorno. A lungo poi portavano una fascia di stoffa nera legata alla manica della giacca e attorno al cappello. Il lutto era esibito, visibile all’intero sistema sociale in cui una persona viveva. Era una precisa condizione della vita, riconosciuta e rispettata dagli altri.

Fino ad alcuni decenni fa, inoltre, anche la morte aveva una sua precisa ritualità, assai diversa rispetto a quella di oggi. Per secoli, infatti, le persone sono morte in casa, nel loro letto, avendo attorno a sè l’intera famiglia. Il tocco delle campane serviva a segnalare alla comunità quando il malato o il moribondo veniva meno, sette rintocchi per un uomo, cinque per una donna, un suono meno cupo per i bambini. A quel punto, in un rito sempre collettivo, si vegliava la salma fino al momento del funerale. Di solito la veglia durava tre giorni, per dare il tempo a parenti e conoscenti che vivevano lontani di arrivare e partecipare. Il lutto era qualcosa di riconosciuto socialmente. Il dolore era mostrato, visto e accettato. Nel napoletano esisteva persino l’antica professione della scapillata, donne “affittate” per partecipare alla veglia e al corto funebre, specializzate in lamentazioni, preghiere, con un dolore espresso in maniera forte e plateale.

Sono molti anni che non trascorro più le mie estati in Puglia. Non so se il numero di donne vestite di nero sia nel frattempo calato. Sicuramente, comunque, in tutti i paesi occidentali il rapporto con la morte ha subito, nel dopoguerra, un profondo mutamento. Oggi, tendenzialmente, si muore in ospedale o in una struttura per anziani, con pochissime persone accanto, non vi è più nessuna processione di amici, familiari e vicini di casa per un ultimo saluto. Come scriveva già Freud nel 1913, profeticamente, in Totem e tabù, la società occidentale moderna ci chiede di “Uccidere la morte che è in noi”.

Questo approccio alla morte, in qualche modo semplificato, può complicare a volte il processo di elaborazione di un lutto, che è un evento psichico inconscio e involontario, che non può essere accelerato in alcun modo. Una volta il riconoscimento sociale di questo momento della vita concedeva il tempo di viverlo per intero, in ogni sua fase. Nei ritmi frenetici della società attuale, invece, sembra quasi che il dolore di una perdita debba essere superato, per il bene di tutti, quanto prima. Lasciati questo periodo alle spalle. Esci di più. Distraiti. Sono consigli dati magari con le migliori intenzioni, ma per lo più errati, perché da un punto di vista psicologico il lutto è un percorso lungo e il dolore non va nascosto e interiorizzato. L’impazienza altrui va ignorata, in quanto il legame che ci univa al defunto può trasformarsi solo lentamente in memoria. Perdere una persona amata è un evento psichico drammatico, scandito da tappe precise, che sono state ben sintetizzate nel 1970 dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross, la quale ha formulato cinque principali fasi su cui si articola il lutto:
– shock
– negazione
– rabbia e frustrazione
– depressione
– accettazione

La curva Kübler-Ross ha come prima tappa il momento iniziale dello shock emotivo, che funge quasi da schermo di protezione, innescando un’iniziale negazione della realtà. Non si riesce a credere che la persona amata non ci sia più, che non sentiremo più la sua voce, che non potremo mai più toccarla, stringerla. In questa fase c’è un evidente perdita di senso della realtà, necessaria a farci reggere il forte trauma. Ci sentiamo anestetizzati dallo shock, assenti, quasi senza nessun sentimento dentro di noi.

Segue la fase della negazione e del rifiuto in cui, per tenere lontano il dolore, si innesca un meccanismo psicologico di difesa che dirotta il proprio sentire all’esterno invece che all’interno, verso un colpevole su cui scaricare le nostre emozioni (il medico che non ha stilato subito la diagnosi corretta, la strada resa scivolosa dalla pioggia, la cura che non ha funzionato come ci avevano fatto sperare). In questa fase possiamo impuntarci su piccoli dettagli che all’esterno sembrano secondari e risibili, ma che a noi appaiono invece come decisivi. L’evento, in questi primi due passaggi della curva Kübler-Ross, non viene ancora assimilato ed accettato. Tutta la sua gravità viene ancora, in qualche modo, tenuta lontana.

Segue una fase di forte frustrazione e rabbia per ciò che ci è accaduto, che ci sembra fortemente ingiusto. Ci sentiamo agitati, arrabbiati, addirittura furiosi in certi casi. Inconsciamente, ci si sente anche arrabbiati con la persona defunta, che ha la colpa di averci fatto sprofondare, con la sua morte, nella sofferenza. Questo sentimento può poi generare anche sensi di colpa improvvisi, in un’alternanza di sentimenti contraddittori che si alternano in noi. Quando la rabbia si placa si scivola nella fase della depressione. In questa fase si entra per la prima volta veramente in contatto con la propria sofferenza, si prende atto della concretezza della perdita subita. È la fase peggiore, probabilmente. Il duro contatto con la realtà non concede scappatoie, illusioni, fraintendimenti. Ci si sente abbandonati, angosciati, si comprende con lucidità che nulla tornerà più come prima, il dolore della perdita è forte e intenso. Questa fase è anche molto più lunga, di solito, di quelle precedenti. Può volerci molto tempo prima di superarla, a volte è anche necessario un aiuto esterno.

Quando la depressione inizia finalmente ad allentarsi raggiungiamo il punto di svolta, vivendo il momento della tristezza. La tristezza porta malinconia, ma non sofferenza acuta. È un sentimento accettabile, in alcuni casi persino dolce. Il pensiero di chi non c’è più acquista pacatezza e al dolore si sostituisce la mancanza. Finalmente la lunga curva discendente vissuta fino a questo momento cambia direzione, in un movimento di ripresa psicofisica che ci porterà all’accettazione di quanto avvenuto. Nel proprio animo si può finalmente ritrovare pace, ripensando alla persona che non c’è più con amore e tenerezza, raggiungendo infine un senso profondo di serenità interiore.

Tendenzialmente, secondo gli psicologi, per elaborare un grave lutto ci vogliono dai tre ai sei anni. Alcune persone però non riescono a compiere tutte le fasi che portano all’elaborazione di una perdita. Alcuni si fermano prima, magari alla fase della rabbia, oppure a quella della depressione. Non sentono di poter far altro, perchè magari a morire è stato un bambino, oppure la perdita della persona amata è stata causata da un atto violento o che non ha ricevuto giustizia. Pensiamo, ad esempio, all’investimento di qualcuno da parte di un’auto pirata, ai casi di malasanità, oppure a quando vi è una grave omissione di soccorso (come, ad esempio, nel recente caso di Marco Vannini, il ragazzo che si sarebbe sicuramente salvato se fosse stato portato subito in un ospedale). Pensiamo anche alle persone scomparse e alle morti presunte. Quelle in cui non vi è un corpo da seppellire, perchè è andato perso, in mare, in un incidente aereo. Un altro caso che può ostacolare l’elaborazione del lutto è quello delle morti socialmente mal accettate, come a volte  capita con quelle legate ad un suicidio. A volte anche un divorzio o un abbandono familiare può essere assimilato, per il dolore provato, ad un lutto non risolti. Sono tante e diverse le situazioni in cui non si riesce a superare quanto accaduto.

In psicogenealogia si affronta spesso questo tipo di esperienza. Quando il lutto non viene elaborato rimane impresso nella storia familiare e viene trasmesso alle generazioni future, dove ci sarà qualcuno che, per lealtà familiare, se ne farà inconsciamente carico. L’epigenetica sta spiegando sempre meglio come questo avvenga, attraverso lo studio di particolari marcatori del Dna che vengono trasmessi alla generazione successiva. Una recente ricerca americana dimostra, per esempio, come i discendenti di alcune vittime della Shoah abbiano alcuni marcatori epigenetici specifici, assenti nelle altre persone.

In psicogenealogia o nella pratica delle costellazioni familiari ciò che riporta pace nell’animo delle persone e tra le diverse generazioni è proprio il riconoscimento di tale dolore rimasto sospeso e mai elaborato. Un atto simbolico può riportare pace, magari attraverso una preghiera o una meditazione formulate in un luogo carico di significato, portando un fiore su una tomba trascurata e dimenticata nel tempo o esponendo in casa vecchie foto di famiglia. Anche compilare il proprio albero psicogenealogico o compiere delle ricerche sulla propria storia familiare ha un effetto pacificatore. Onorare per ricordare, perdonare dove necessario, è quanto serve per riportare pace. Astrologicamente, credo sia estremamente difficile sintetizzare il lutto. Ogni tema natale ha, infatti, un suo equilibrio interno, una sua essenza unica e irripetibile, un suo cammino esistenziale. Non esistono interpretazioni valide per tutti. È necessario comprendere il senso religioso di una persona, che relazione aveva con il defunto, che tipo di approccio instaura con il dolore, valutare se vi sono già antiche ferite legate ad un abbandono, che in caso di lutto possono riemergere duramente. Anche gli elementi prevalenti del tema hanno una loro importanza, così come i transiti del momento e l’analisi del tema progresso.

Possiamo quindi solo tracciare linee generali, non legate ai singoli individui. La fase iniziale del lutto, quella dello shock, ha sicuramente una valenza uraniana, l’evento infatti ci destabilizza e cambia improvvisamente la nostra vita, causandoci un trauma emotivo. I segni fissi possono far più fatica degli altri ad affrontare tutto questo. La rabbia, invece, è il sentimento ovviamente legato a Marte, innesca la nostra reattività, ci riconnette con il modo reale, con gli altri, facendoci uscire dallo shock, anche se attraverso la frustrazione. Marte porta energia, ci costringe a emergere dalla fase della negazione, obbligandoci a una prima reazione, anche se ancora irrazionale e mal controllata.

La negazione e la depressione sono fasi più nettuniane, la mancanza di confini impedisce di arginare il dolore, che diventa immenso e non gestibile dalla ragione. È facile quindi scivolare via, perdendosi nell’angoscia. Possiamo arrivare persino a cercare una via di fuga che ci consenta di non pensare, di stordirci, magari attraverso l’alcool o i farmaci. Anche Plutone può agire in questa fase, trascinandoci nelle dimensioni psichiche più profonde e incontrollabili, dove le nostre pulsioni sono forti, trascinanti. Qui il dolore è dolore allo stato puro e non non possiamo fare altro che subirlo. Non si può venire ancora a patti con nulla in questa fase. Il dolore plutoniano è trasformativo, nulla di noi sarà più come prima dopo averlo attraversato.

Le restanti fasi che conducono, infine, all’accettazione sono, invece, esperienze legate a Saturno. La razionalità prende, nel corso del tempo, lentamente il posto dell’emotività, il dolore diventa sempre più sostenibile, la ragione ci viene in aiuto nell’affrontarlo. Non siamo più in balia dell’emotività nettuniana, liquida e incontrollata. Nè in quella plutoniana, così cupa e profonda.

Lentamente ritroviamo noi stessi. Con l’appoggio di Saturno abbiamo di nuovo struttura e contenimento, su cui ricostruire un nuovo equilibrio. Anche Giove si affaccia, se a questo processo di guarigione si accompagna un risveglio religioso o spirituale. Consiglio a tutti, per concludere, la visione di due documentari realizzati da Guido Ferrari e reperibili su You Tube. Si basano su due lunghi colloqui con la stessa Elisabeth Kübler-Ross. Nel primo è stato filmato l’incontro tra la psichiatra svizzera e Silvia, una giovane donna malata di cancro, ormai nella sua fase terminale. Insegna a fare qualcosa di molto difficile, parlare con un  malato, parlare della sua morte, lasciare che possa condividere i suoi pensieri in un momento così intimo, difficile e profondo. Il secondo documentario, invece, racconta di come vivessero la morte in solitudine i malati di Aids, alla fine degli anni Ottanta. Sono due documentari non recentissimi, ma forti, intensi, ricchi anche di dolcezza e umanità, capaci di insegnarci molto riguardo al concetto di morte.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

Bibliografia
Kübler-Ross E., La morte e il morire, Assisi, Cittadella, 1976. 13a ed. 2005
Kübler-Ross E. La morte è di vitale importanza, Gruppo Editoriale Armenia S.p.A., 1997
Kübler-Ross E., Impara a vivere, imparare a morire. Riflessioni sul senso della vita e
sull’importanza della morte, Gruppo Editoriale Armenia S.p.A., 2001 (edizione originale 1995).
Schtützenberger A. – Bissone Jeufroy E., Uscire dal lutto, Di Renzo editore, 2017

Videografia
Elisabeth Kübler-Ross: Silvia, documentario di Guido Ferrari, 1985, reperibile su You tube.
Elisabeth Kübler-Ross: Aids, documentario di Guido Ferrari, 1990, reperibile su You tube.

ASTROLOGIAElena LonderoIndagine Astrologica

Inconscio. Dal mito delle caverne al genosociogramma | Elena Londero

Un nuovo contributo di Elena Londero! Laureata in lettere moderne nell’indirizzo storico-artistico, presso l’Ateneo di Trieste.  Dal 2000 al 2005 ha lavorato nella redazione del settimanale “Il Friuli”, scrivendo principalmente per le pagine culturali del giornale, negli stessi anni è stata caporedattrice per il Friuli Venezia Giulia del sito nazionale di Arte contemporanea www.exibart.com. Dal 2006 dirige una piccola casa di produzione, la Casetta di Marzapane, specializzata in attività cinematografiche nelle scuole dell’infanzia, realizzando con i bambini piccoli film in rima, basati sulle fiabe. Dal 2001 è  iscritta all’Ordine nazionale dei giornalisti italiani, in qualità di pubblicista. Dal 2008 si occupa di astrologia, dopo aver seguito tre anni di corsi organizzati dal Cida a Trieste. Attualmente ha il suo studio di consulenze nella cittadina in cui abita a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Elena ci propone in questo articolo un interessante approfondimento simbolico e mitologico, sul tema dell’oltretomba, sapientemente affrontato in chiave astrologica. Buona lettera!

ELENA LONDERO
INCONSCIO. DAL MITO DELLE CAVERNE AL GENOSOCIOGRAMMA

Ho approfondito per la prima volta il concetto di inconscio all’università, seguendo un bellissimo corso monografico di letteratura su Italo Svevo e il suo rapporto con la psicanalisi. L’interesse per l’argomento non mi ha più lasciata, facendomi leggere vari libri di storia della psicanalisi, poi sfociata anni fa nell’interesse per le costellazioni familiari di Bert Hellinger, approdando infine alla psicogenealogia, con un’applicazione pratica di questi argomenti sempre più assidua nel mio studio e nella mia pratica dell’astrologia.

Chi, come me, ha avuto una formazione astrologica di tipo umanistico e psicologico ha da subito imparato, nell’interpretazione di un tema natale, quanto sia importante osservare ciò che si pone alle spalle di un individuo, ovvero tutto ciò che lo precede e, di conseguenza, lo plasma e condiziona, nel bene e nel male. Non è in alcun modo possibile comprendere l’evoluzione di una persona, e di un’anima, senza avere come riferimento le sue radici. In astrologia sono numerosissimi gli strumenti per indagare il bagaglio dei nostri genitori e dei nostri avi con cui veniamo al mondo. L’astrologia karmica utilizza i nodi lunari, l’astrogenealogia gli Yod e i quinconce (specializzata in questo la collega Rosanna Strika), a cui possiamo sempre aggiungere lo studio approfondito della Luna, quello degli archetipi genitoriali, l’analisi della dodicesima casa, dei pianeti retrogradi, lo studio della quarta e decima, sino all’uso delle case derivate e via dicendo.

Durante i colloqui con i clienti parlare della famiglia di origine è sempre un passaggio essenziale, perchè non solo l’infanzia, ma proprio il clima familiare – d’amore e fiducia o di tensione e sofferenza – che si è respirato all’inizio della propria esistenza, definisce e influenza le dinamiche della vita adulta. Le antiche ferite dell’anima possono essere poco consapevoli o anche del tutto inconsce, di conseguenza l’astrologo cerca sempre di avere più strumenti per comprendere meglio queste dinamiche. Per questo, quando psicogenealogia e astrologia si incontrano i risultati sono sempre interessanti.

Ma partiamo dagli inizi, dalla base che consente tutte queste ricerche, ovvero dalla teorizzazione stessa dell’inconscio. Le origini del concetto si possono trovare già presso gli antichi filosofi greci, in Platone, nel mito della caverna, dove gli uomini sono condannati a vedere solo le ombre del vero, ed in Plotino, con le sue riflessioni sui processi non coscienti dell’anima, a sua volta già emblematicamente suddivisa in due parti, una superiore ed una inferiore. In epoca più moderna vari filosofi (Leibnz, Kant, Fichte, Schelling e Schopenhauer) teorizzarono l’esistenza di una parte inconscia insita in ognuno di noi. Leibnz, in particolare, fu il primo a definire il cosiddetto pensiero inconsapevole, distinguendo tra le piccole percezioni inconsce appartenenti alla storia personale e percezioni ben più antiche e lontane. Leibnz colse tutta l’importanza di questa differenziazione, considerando queste ultime come forti spinte inconsce, capaci di generare reali cambiamenti nell’animo umano. L’idealismo tedesco rielaborò ulteriormente questo concetto anche se fu soprattutto Schopenhauer a spingersi oltre, giungendo a definire le ragioni consapevoli e coscienti del nostro agire come secondarie e subordinate rispetto agli impulsi misteriosi ed oscuri dell’inconscio. Ogni comportamento umano sarebbe, quindi, dettato dalla volontà non consapevole di soddisfare un istinto. L’inconscio, dunque, sarebbe una sorta di “volontà cosmica” irrazionale e non gestibile dalla coscienza consapevole.

Nietzsche, a sua volta, teorizzò tra un piano cosciente ed uno incosciente della psiche umana, valutando gli uomini come del tutto “sconosciuti a se stessi”. L’intelletto considerato mero strumento delle spinte inconsce dell’individuo, la conoscenza ed il pensiero razionale gravati sempre, per Nietzsche, da uno stato di irrisolvibile illusorietà. È comunque, ovviamente, con Freud che il concetto di inconscio diviene il centro della nuova teoria psicanalitica, da quel momento conosciuta e studiata in tutto il mondo. Per Freud conscio, preconscio ed inconscio sono le tre forze che governano la nostra psiche. L’inconscio è un insieme di contenuti, spesso sessuali, rimossi dalla coscienza, in quanto considerati proibiti e vietati dal nostro Super-Io, censurabili in quanto capaci di generare disagio, vergogna o sofferenza.

La successiva concezione di Jung dell’inconscio è meno torbida e più positiva e creativa. L’analisi junghiana mira a far raggiungere al paziente la completezza del suo essere, attraverso l’integrazione delle diverse parti di sè. Non va sottovalutato che i due uomini avevano una formazione diversa alle loro spalle, in quanto Freud era un neurologo, Jung uno psichiatra.

Jung estende ed amplia, dunque, il concetto di inconscio freudiano, distinguendo tra inconscio individuale e inconscio collettivo, all’interno del quale si trovano depositate, su livelli via via sempre più profondi, le memorie degli antenati, le esperienze originarie dell’umanità, gli archetipi. Nella sua autobiografia Ricordi, sogni, riflessioni Jung scrive: “Mentre lavoravo al mio albero genealogico ho capito la strana comunità di destino che mi collega ai miei avi. Ho fortemente il sentimento di essere sotto l’influenza di cose o di problemi che furono lasciati incompiuti o senza risposta dai miei genitori, dai miei nonni e dai miei antenati. Mi sembra che spesso ci sia in una famiglia, un karma impersonale che si trasmette dai genitori ai figli. Ho sempre pensato che anch’io dovevo rispondere a delle domande che il destino aveva già posto ai miei antenati e alle quali non si era riuscito a dare risposta. La psicoterapia non ha ancora tenuto abbastanza conto di questa circostanza.”

Chi ha invece ben tenuto conto di questa circostanza è Ann Ancelin Schützenberger, psicologa e psicanalista francese, formatasi negli Stati Uniti nei gruppi di Moreno. Moreno era il teorizzatore del co-inconscio, ovvero quel processo di condivisione tra il proprio e l’altrui inconscio che si innesca, nel suo caso, attraverso esperienze di gruppo di psicodramma (con lo stesso meccanismo di condivisione funzionano anche le costellazioni familiari di Hellinger, in cui persone che non si conoscono riescono a condividere intensamente tra di loro emozioni e vissuti familiari razionalmente sconosciuti).

La Schützenberger, una volta rientrata in Europa, fondò la cosiddetta psicogenealogia transgenerazionale contestuale, un approccio psicogenalogico inedito, in grado di far emergere il senso di appartenenza che ognuno di noi ha nei confronti della propria famiglia di origine, nel bene e nel male. Ha operato con decine di pazienti oncologici e, purtroppo, ha vissuto anche l’immensa tragedia personale di perdere il proprio secondo figlio, evento che nella sua famiglia si era già verificato due volte (lei stessa aveva perso la sorella minore, così come il marito il proprio fratello sempre minore).

La Schützenberger, dunque, è stata una studiosa con alle spalle un’ampia esperienza psicanalitica, medica e personale. I concetti fondanti della sua teoria psicogenealogica si basano
sull’integrazione del pensiero di vari psicanalisti e sono così velocemente sintetizzabili:

• il concetto di lealtà familiare inconscia, teorizzato dallo psichiatra ungherese Boszormenyi-Nagy, ovvero un codice interno a ogni famiglia che determina meriti, obblighi, responsabilità interne, a cui non si può venir meno.

• la nozione di cripta e fantasma di Nicolas Abraham e Maria Torok

• il bambino di sostituzione, nel caso un bimbo nasca dove un lutto non è stato ancora elaborato e lui vada in qualche modo a rimpiazzare il vuoto lasciato da chi è mancato, non per forza un altro bambino

• la sindrome da anniversario, ovvero la ripetizione nelle stesse date o periodi dell’anno di particolari eventi familiari quali morti, nascite, malattie, eventi gioiosi o tragici.

• le alleanze familiari in base alle quali vi è l’integrazione o l’esclusione di certi membri della famiglia rispetto ad altri.

Quello che più mi affascina di questo approccio, e che l’astrologo può utilmente affiancare ai temi natali familiari, è la stesura dell’albero psicogenealogico – o genosociogramma – utilizzato dalla Schützenberger al fine di far affiorare, dove possibile, le situazioni sopra definite.

Si tratta dell’evoluzione del normale genogramma – un albero genealogico arricchito di vari dati personali – proposto da Murray Bowen intorno al 1980. Ad esso si aggiungono, oltre al nome e alle date di nascita e morte dei componenti di una famiglia, molte e ulteriori informazioni, quali:

– morti tragiche, malattie ricorrenti e gravi incidenti

– matrimoni, separazioni (un trattino) e divorzi (due trattini), convivenze (linea tratteggiata)

– linee rosse per definire rapporti particolarmente conflittuali

– linee verdi per evidenziare rapporti particolarmente affettuosi e armonici

– assenza totale di rapporti dove invece sarebbe normale averne

– eventuali mestieri di riparazione

– aborti (spontanei e non) e morti premature

– figli illegittimi, abbandoni, adozioni

– ingiustizie subite o inflitte, abusi, stupri

– indicazioni del carattere quando particolarmente rilevanti (violento, austero, rigido)

– date o nomi ricorrenti più volte nella storia familiare

– mutamenti nello status sociale della famiglia

– le vocazioni professionali sostenute e quelle soffocate

– trasferimenti e allontanamenti dalla famiglia di origine

– traumi storici (guerre, invasioni, terremoti, alluvioni)

Tutte queste informazioni, sviluppate su un minimo di tre generazioni, possono mettere in luce i legami inconsci che uniscono i vari membri di una famiglia, anche quelli esistenti fra coloro che non si sono mai conosciuti direttamente. È una forma grafica che sintetizza quei contenuti inconsci che, come visto, ci sono trasmessi dal passato, più o meno lontano. Possono così, ad esempio, emergere le cause di malattie ricorrenti, malesseri, comportamenti pericolosi, atti di auto-sabotazione o insuccessi ripetuti. Oppure cause genealogiche di celibato / nubilato di un membro della famiglia, un suo allontanamento o trasferimento…

Compiere questa operazione con il cliente dopo averne interpretato il tema natale è ovviamente molto interessante, perchè emergono continui rimandi tra l’albero psicogenalogico e i temi natali familiari. Ovviamente è un percorso lungo, fatto di più incontri, anche perchè il cliente ha bisogno sia di sedimentare quanto emerge, sia di avere il tempo per reperire il materiale su eventi, date e ricostruzioni familiari varie, la qual cosa ovviamente non è sempre facile.

La creazione di un sociogenogramma è un’esperienza di tipo cognitivo-affettivo, per questo molto coinvolgente. Un passo in grado di sciogliere nodi o concludere azioni lasciate incomplete nel passato, una presa di riconoscimento ed accettazione, cui può seguire un atto simbolico, al fine di modificare – così come nella pratica delle Costellazioni familiari – la nostra immagine inconscia della famiglia.

Personalmente sono davvero agli inizi di questo percorso di formazione, affiancata da una psicologa specializzata, ma trovo che per i primissimi clienti con cui ho intrapreso questo cammino sia un’esperienza forte ed intensa, capace di offrire una comprensione maggiore di sè e del proprio ruolo all’interno della propria famiglia. Ovviamente, come sempre, l’astrologo dove necessario deve saper compiere un passo indietro, indirizzando il cliente particolarmente ferito verso uno psicologo o uno psicanalista, per avviare un eventuale percorso mirato.

Concluderei con le considerazione della pediatra francese François Dolto, che fu la psicanalista della stessa Ann Ancelin Schützenberger e che al primo incontro le domandò: “ E vostra nonna e bisnonna, erano delle donne gratificate o rispettabili e frigide?” Quando la Schützenberg le rispose di non averne alcuna idea, la Dolto la contraddisse, dicendole che nel suo cuore sicuramente aveva la risposta alla domanda, in quanto in una famiglia i bambini (e i cani) sanno sempre tutto ciò che succede, ma soprattutto tutto ciò che non è stato loro detto.

Gli inconsci familiari sono sempre strettamente collegati e uniti fra loro e per questo i bambini intuiscono, seppur inconsciamente, tutte le vicende familiari che li circondano o che li hanno  preceduti. Questo spiega, per la Dolto, perchè sia così importante dire sempre la verità ai bambini della famiglia, anche quando questa è dolorosa e difficile, perchè i segreti possono altrimenti assumere una dimensione patologica, diventando poi un enorme peso e problema per il bambino che se ne dovrà fare carico.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

Bibliografia:
François Dolto, I problemi dei bambini, Oscar Mondadori, 2005
François Dolto, Inconscio e destini. Psicologia della pre-adolescenza, Sovera Edizioni, 2000
Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Bur Rizzoli Saggi, 1998
Maura Saita Ravizza, Jung, Psicogenealogia e costellazioni familiari, Golem Edizioni, 2018
Maura Saita Ravizza, Psicogenealogia e segreti di famiglia, Murgia, 2015
Ann Ancelin Schützenberger, La sindrome degli antenati, Di Renzo Editore, 2019
Ann Ancelin Schützenberger, Psicogenealogia. Guarire le ferite familiari e ritrovare se stessi, Di Renzo editore, 2018
Rossana Strika, Astrogenealogia, un metodo di indagine delle dinamiche di famiglia, Centoparole, 2019
Foto di Walter Criscuoli, Eredità matrilineare, 2011