La morte e il lutto nella curva di Elisabeth Kübler Ross | Elena Londero

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Quando ero bambina trascorrevo le mie estati in Puglia, a Porto Cesareo, nella bella casa dei miei nonni. Mi piaceva immergermi in questo mondo così diverso dal mio. I pescatori, la piccola barca a remi con cui raggiungevamo l’isola dei Conigli, le friselle condite con i pomodori appena raccolti nell’orto, ancora caldi di sole. Ricordo con nostalgia la processione di pescherecci in mare, alla quale partecipavo con la nonna Angiolina (piemontese). La prima barca ospitava la statua di Maria, tutta vestita di fiori per l’occasione.

Ricordo anche che in paese mi colpivano le molte donne che – a luglio, ad agosto – vestivano completamente di nero. Calze, gonna, camicetta, foulard, borsetta. Anche quando il caldo sembrava sciogliere l’asfalto, il nero non veniva abbandonato. Il nonno, pugliese, mi spiegava tutta la complessa ritualità del vestire a lutto, che da me, in Friuli, si era già persa. Si dovevano indossare abiti neri per periodi dalla durata variabile, da uno a più anni, a seconda del legame di parentela che si aveva con il defunto. Durante gli anni di lutto non si potevano mai indossare gioielli, solo in un secondo momento – quello del mezzo lutto – erano previste le perle. Molte donne portavano il lutto a vita, sia per scelta personale, sia per il continuo susseguirsi delle perdite in famiglia. Gli uomini, invece, per esprimere il dolore non si radevano la barba per qualche giorno. A lungo poi portavano una fascia di stoffa nera legata alla manica della giacca e attorno al cappello. Il lutto era esibito, visibile all’intero sistema sociale in cui una persona viveva. Era una precisa condizione della vita, riconosciuta e rispettata dagli altri.

Fino ad alcuni decenni fa, inoltre, anche la morte aveva una sua precisa ritualità, assai diversa rispetto a quella di oggi. Per secoli, infatti, le persone sono morte in casa, nel loro letto, avendo attorno a sè l’intera famiglia. Il tocco delle campane serviva a segnalare alla comunità quando il malato o il moribondo veniva meno, sette rintocchi per un uomo, cinque per una donna, un suono meno cupo per i bambini. A quel punto, in un rito sempre collettivo, si vegliava la salma fino al momento del funerale. Di solito la veglia durava tre giorni, per dare il tempo a parenti e conoscenti che vivevano lontani di arrivare e partecipare. Il lutto era qualcosa di riconosciuto socialmente. Il dolore era mostrato, visto e accettato. Nel napoletano esisteva persino l’antica professione della scapillata, donne “affittate” per partecipare alla veglia e al corto funebre, specializzate in lamentazioni, preghiere, con un dolore espresso in maniera forte e plateale.

Sono molti anni che non trascorro più le mie estati in Puglia. Non so se il numero di donne vestite di nero sia nel frattempo calato. Sicuramente, comunque, in tutti i paesi occidentali il rapporto con la morte ha subito, nel dopoguerra, un profondo mutamento. Oggi, tendenzialmente, si muore in ospedale o in una struttura per anziani, con pochissime persone accanto, non vi è più nessuna processione di amici, familiari e vicini di casa per un ultimo saluto. Come scriveva già Freud nel 1913, profeticamente, in Totem e tabù, la società occidentale moderna ci chiede di “Uccidere la morte che è in noi”.

Questo approccio alla morte, in qualche modo semplificato, può complicare a volte il processo di elaborazione di un lutto, che è un evento psichico inconscio e involontario, che non può essere accelerato in alcun modo. Una volta il riconoscimento sociale di questo momento della vita concedeva il tempo di viverlo per intero, in ogni sua fase. Nei ritmi frenetici della società attuale, invece, sembra quasi che il dolore di una perdita debba essere superato, per il bene di tutti, quanto prima. Lasciati questo periodo alle spalle. Esci di più. Distraiti. Sono consigli dati magari con le migliori intenzioni, ma per lo più errati, perché da un punto di vista psicologico il lutto è un percorso lungo e il dolore non va nascosto e interiorizzato. L’impazienza altrui va ignorata, in quanto il legame che ci univa al defunto può trasformarsi solo lentamente in memoria. Perdere una persona amata è un evento psichico drammatico, scandito da tappe precise, che sono state ben sintetizzate nel 1970 dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross, la quale ha formulato cinque principali fasi su cui si articola il lutto:
– shock
– negazione
– rabbia e frustrazione
– depressione
– accettazione

La curva Kübler-Ross ha come prima tappa il momento iniziale dello shock emotivo, che funge quasi da schermo di protezione, innescando un’iniziale negazione della realtà. Non si riesce a credere che la persona amata non ci sia più, che non sentiremo più la sua voce, che non potremo mai più toccarla, stringerla. In questa fase c’è un evidente perdita di senso della realtà, necessaria a farci reggere il forte trauma. Ci sentiamo anestetizzati dallo shock, assenti, quasi senza nessun sentimento dentro di noi.

Segue la fase della negazione e del rifiuto in cui, per tenere lontano il dolore, si innesca un meccanismo psicologico di difesa che dirotta il proprio sentire all’esterno invece che all’interno, verso un colpevole su cui scaricare le nostre emozioni (il medico che non ha stilato subito la diagnosi corretta, la strada resa scivolosa dalla pioggia, la cura che non ha funzionato come ci avevano fatto sperare). In questa fase possiamo impuntarci su piccoli dettagli che all’esterno sembrano secondari e risibili, ma che a noi appaiono invece come decisivi. L’evento, in questi primi due passaggi della curva Kübler-Ross, non viene ancora assimilato ed accettato. Tutta la sua gravità viene ancora, in qualche modo, tenuta lontana.

Segue una fase di forte frustrazione e rabbia per ciò che ci è accaduto, che ci sembra fortemente ingiusto. Ci sentiamo agitati, arrabbiati, addirittura furiosi in certi casi. Inconsciamente, ci si sente anche arrabbiati con la persona defunta, che ha la colpa di averci fatto sprofondare, con la sua morte, nella sofferenza. Questo sentimento può poi generare anche sensi di colpa improvvisi, in un’alternanza di sentimenti contraddittori che si alternano in noi. Quando la rabbia si placa si scivola nella fase della depressione. In questa fase si entra per la prima volta veramente in contatto con la propria sofferenza, si prende atto della concretezza della perdita subita. È la fase peggiore, probabilmente. Il duro contatto con la realtà non concede scappatoie, illusioni, fraintendimenti. Ci si sente abbandonati, angosciati, si comprende con lucidità che nulla tornerà più come prima, il dolore della perdita è forte e intenso. Questa fase è anche molto più lunga, di solito, di quelle precedenti. Può volerci molto tempo prima di superarla, a volte è anche necessario un aiuto esterno.

Quando la depressione inizia finalmente ad allentarsi raggiungiamo il punto di svolta, vivendo il momento della tristezza. La tristezza porta malinconia, ma non sofferenza acuta. È un sentimento accettabile, in alcuni casi persino dolce. Il pensiero di chi non c’è più acquista pacatezza e al dolore si sostituisce la mancanza. Finalmente la lunga curva discendente vissuta fino a questo momento cambia direzione, in un movimento di ripresa psicofisica che ci porterà all’accettazione di quanto avvenuto. Nel proprio animo si può finalmente ritrovare pace, ripensando alla persona che non c’è più con amore e tenerezza, raggiungendo infine un senso profondo di serenità interiore.

Tendenzialmente, secondo gli psicologi, per elaborare un grave lutto ci vogliono dai tre ai sei anni. Alcune persone però non riescono a compiere tutte le fasi che portano all’elaborazione di una perdita. Alcuni si fermano prima, magari alla fase della rabbia, oppure a quella della depressione. Non sentono di poter far altro, perchè magari a morire è stato un bambino, oppure la perdita della persona amata è stata causata da un atto violento o che non ha ricevuto giustizia. Pensiamo, ad esempio, all’investimento di qualcuno da parte di un’auto pirata, ai casi di malasanità, oppure a quando vi è una grave omissione di soccorso (come, ad esempio, nel recente caso di Marco Vannini, il ragazzo che si sarebbe sicuramente salvato se fosse stato portato subito in un ospedale). Pensiamo anche alle persone scomparse e alle morti presunte. Quelle in cui non vi è un corpo da seppellire, perchè è andato perso, in mare, in un incidente aereo. Un altro caso che può ostacolare l’elaborazione del lutto è quello delle morti socialmente mal accettate, come a volte  capita con quelle legate ad un suicidio. A volte anche un divorzio o un abbandono familiare può essere assimilato, per il dolore provato, ad un lutto non risolti. Sono tante e diverse le situazioni in cui non si riesce a superare quanto accaduto.

In psicogenealogia si affronta spesso questo tipo di esperienza. Quando il lutto non viene elaborato rimane impresso nella storia familiare e viene trasmesso alle generazioni future, dove ci sarà qualcuno che, per lealtà familiare, se ne farà inconsciamente carico. L’epigenetica sta spiegando sempre meglio come questo avvenga, attraverso lo studio di particolari marcatori del Dna che vengono trasmessi alla generazione successiva. Una recente ricerca americana dimostra, per esempio, come i discendenti di alcune vittime della Shoah abbiano alcuni marcatori epigenetici specifici, assenti nelle altre persone.

In psicogenealogia o nella pratica delle costellazioni familiari ciò che riporta pace nell’animo delle persone e tra le diverse generazioni è proprio il riconoscimento di tale dolore rimasto sospeso e mai elaborato. Un atto simbolico può riportare pace, magari attraverso una preghiera o una meditazione formulate in un luogo carico di significato, portando un fiore su una tomba trascurata e dimenticata nel tempo o esponendo in casa vecchie foto di famiglia. Anche compilare il proprio albero psicogenealogico o compiere delle ricerche sulla propria storia familiare ha un effetto pacificatore. Onorare per ricordare, perdonare dove necessario, è quanto serve per riportare pace. Astrologicamente, credo sia estremamente difficile sintetizzare il lutto. Ogni tema natale ha, infatti, un suo equilibrio interno, una sua essenza unica e irripetibile, un suo cammino esistenziale. Non esistono interpretazioni valide per tutti. È necessario comprendere il senso religioso di una persona, che relazione aveva con il defunto, che tipo di approccio instaura con il dolore, valutare se vi sono già antiche ferite legate ad un abbandono, che in caso di lutto possono riemergere duramente. Anche gli elementi prevalenti del tema hanno una loro importanza, così come i transiti del momento e l’analisi del tema progresso.

Possiamo quindi solo tracciare linee generali, non legate ai singoli individui. La fase iniziale del lutto, quella dello shock, ha sicuramente una valenza uraniana, l’evento infatti ci destabilizza e cambia improvvisamente la nostra vita, causandoci un trauma emotivo. I segni fissi possono far più fatica degli altri ad affrontare tutto questo. La rabbia, invece, è il sentimento ovviamente legato a Marte, innesca la nostra reattività, ci riconnette con il modo reale, con gli altri, facendoci uscire dallo shock, anche se attraverso la frustrazione. Marte porta energia, ci costringe a emergere dalla fase della negazione, obbligandoci a una prima reazione, anche se ancora irrazionale e mal controllata.

La negazione e la depressione sono fasi più nettuniane, la mancanza di confini impedisce di arginare il dolore, che diventa immenso e non gestibile dalla ragione. È facile quindi scivolare via, perdendosi nell’angoscia. Possiamo arrivare persino a cercare una via di fuga che ci consenta di non pensare, di stordirci, magari attraverso l’alcool o i farmaci. Anche Plutone può agire in questa fase, trascinandoci nelle dimensioni psichiche più profonde e incontrollabili, dove le nostre pulsioni sono forti, trascinanti. Qui il dolore è dolore allo stato puro e non non possiamo fare altro che subirlo. Non si può venire ancora a patti con nulla in questa fase. Il dolore plutoniano è trasformativo, nulla di noi sarà più come prima dopo averlo attraversato.

Le restanti fasi che conducono, infine, all’accettazione sono, invece, esperienze legate a Saturno. La razionalità prende, nel corso del tempo, lentamente il posto dell’emotività, il dolore diventa sempre più sostenibile, la ragione ci viene in aiuto nell’affrontarlo. Non siamo più in balia dell’emotività nettuniana, liquida e incontrollata. Nè in quella plutoniana, così cupa e profonda.

Lentamente ritroviamo noi stessi. Con l’appoggio di Saturno abbiamo di nuovo struttura e contenimento, su cui ricostruire un nuovo equilibrio. Anche Giove si affaccia, se a questo processo di guarigione si accompagna un risveglio religioso o spirituale. Consiglio a tutti, per concludere, la visione di due documentari realizzati da Guido Ferrari e reperibili su You Tube. Si basano su due lunghi colloqui con la stessa Elisabeth Kübler-Ross. Nel primo è stato filmato l’incontro tra la psichiatra svizzera e Silvia, una giovane donna malata di cancro, ormai nella sua fase terminale. Insegna a fare qualcosa di molto difficile, parlare con un  malato, parlare della sua morte, lasciare che possa condividere i suoi pensieri in un momento così intimo, difficile e profondo. Il secondo documentario, invece, racconta di come vivessero la morte in solitudine i malati di Aids, alla fine degli anni Ottanta. Sono due documentari non recentissimi, ma forti, intensi, ricchi anche di dolcezza e umanità, capaci di insegnarci molto riguardo al concetto di morte.

Elena Londero
studio.elenalondero@gmail.com

Bibliografia
Kübler-Ross E., La morte e il morire, Assisi, Cittadella, 1976. 13a ed. 2005
Kübler-Ross E. La morte è di vitale importanza, Gruppo Editoriale Armenia S.p.A., 1997
Kübler-Ross E., Impara a vivere, imparare a morire. Riflessioni sul senso della vita e
sull’importanza della morte, Gruppo Editoriale Armenia S.p.A., 2001 (edizione originale 1995).
Schtützenberger A. – Bissone Jeufroy E., Uscire dal lutto, Di Renzo editore, 2017

Videografia
Elisabeth Kübler-Ross: Silvia, documentario di Guido Ferrari, 1985, reperibile su You tube.
Elisabeth Kübler-Ross: Aids, documentario di Guido Ferrari, 1990, reperibile su You tube.

Elena Londero

Elena Londero

Elena Londero è nata a Udine e si è laureata in Lettere moderne, nell’indirizzo storico-artistico. Già negli anni universitari ha iniziato a collaborare con varie testate giornalistiche di Arte Contemporanea. In particolare, è stata per vari anni caporedattrice per il Friuli Venezia Giulia, del sito nazionale Exibart.com. Ha collaborato a lungo con il settimanale “Il Friuli”, occupandosi di mostre d’arte e recensioni di libri. Dal 2001 è iscritta all’Ordine nazionale dei giornalisti italiani, in qualità di pubblicista. Nel 2006 ha fondato una sua casa di produzione, La Casetta di Marzapane, che realizza laboratori cinematografici e artistici per bambini delle scuole dell’infanzia, approfondendo lo studio della psicologia infantile e dell’età dello sviluppo. Da vari anni si occupa anche di Astrologia, dopo aver seguito per tre anni di corsi organizzati dal Cida a Trieste. Il suo percorso di astrologa l’ha portata, nel corso degli anni, sempre più a inserire la lettura di ogni tema natale nel sistema famiglia cui una persona appartiene. Nel tempo si è sempre più avvicinata all’astrogenealogia, che permette di analizzare tutto il tessuto familiare di una persona, con particolare attenzione agli irrisolti, ai traumi e alle ingiustizie eventualmente presenti nel proprio albero psicogenealogico e riconducibili alle generazioni passate. Ha il suo studio di consulenze nella cittadina in cui abita, a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Opera anche con consulti on line via Skype. Elena Londero cell 39 371 4280639 studio.elenalondero@gmail.com Skype: elena.londero1